Intervista a Colum McCann

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Incontriamo Colum mentre prende un thè, comodamente seduto nelle poltroncine di un locale assolato, in occasione del Salone del Libro di Torino 2019. Chi lo conosce si aspetterebbe un whisky liscio: invece no, un thè. Seguito a breve distanza da un cappuccino italiano. E nonostante “Esquire” lo abbia insignito qualche tempo fa della qualifica di miglior scrittore vivente, lui ci scherza su e mi fa i complimenti per gli occhiali. Ma lo sguardo è quello di chi conosce la natura umana, profondamente. E non ha paura di parlarne.




Finzione narrativa e autobiografia: che rapporto c’è nei tuoi libri?
La differenza tra fiction e non-fiction per me è piuttosto sfumata, non vedo grosse differenze. La parola fiction viene dal latino “fictus”, che vuol dire forgiare, modellare qualcosa: quindi quando scrivi della fiction modelli qualcosa, e quando scrivi della non-fiction comunque modelli qualcosa! Sappiamo che le cose vere possono essere inventate e quelle inventate possono essere reali, e questo cambia molto per i tempi attuali. Per la politica, per i mass-media, la televisione: quando le cose reali vengono inventate. Oggi succede sempre più spesso.

Approfondendo proprio questo discorso… i social, i media, con le fake news giocano molto su una realtà fittizia. Quanto è importante oggi il ruolo dello scrittore quando, come te, si immerge nella realtà sociale?
È super importante e riguarda la letteratura. Questa penso sia una delle domande, una delle cose su cui oggi tutti dovrebbero interrogarsi, almeno sicuramente per me è così. Ci sono diverse forme di verità, e quella che mi interessa non è tanto quella fattuale, perché questa può essere comunque manipolata. Per me è fondamentale quella verità testuale, e non so se in italiano rende il termine “textual” inglese: è una forma di verità che non può essere manipolata perché vive in uno strato più profondo. Il ruolo dello scrittore è, anzi deve essere in totale antitesti rispetto a quello delle fake news. Solo l’idea delle fake è ridicola: ma ci sono sempre state, in realtà, si tratta solo di scavare un po’ oltre per vedere cosa ci sia realmente.

Sempre a proposito dell’attualità, nei tuoi libri c’è un forte senso etico e morale. Come sei cambiato, se sei cambiato, dopo i fatti che ti sono accaduti nel 2013?
Assolutamente in nessun modo. È sempre lo stesso: per sei mesi dopo sono stato depresso, forse, e non riuscivo a scrivere, avevo timore a muovermi per la strada… ma questo senso etico fondamentalmente non è cambiato, forse anzi si è rafforzato. Ma essenzialmente è rimasto lo stesso. Tra l’altro in quel periodo ci sono state donne che mi hanno scritto, perché era successa una cosa grave, terribile, ma ecco, nonostante quest’esperienza quello che mi hanno esortato a fare è di non cambiare.

Una cosa simile è successa anche a Paul Dini, scrittore statunitense anche di fumetti: anche lui vittima di una violentissima aggressione che ha sublimato in una graphic novel su Batman, Notti oscure, anche lui così ha rafforzato il suo senso etico…
Ecco vedi, forse la parola “rafforzato” è quella più giusta. Non posso dire che mi abbia cambiato, ma certamente non mi ha indebolito. In realtà poi non credo di aver fatto nulla di eroico: mi sono imbattuto in una persona che stava picchiando una donna per strada e quindi gli ho detto, con delle parole un po’ brusche, di lasciarla stare, di smetterla. E questo in effetti ha smesso, ha mollato la donna sanguinante per terra. Io mi sono fermato a controllare le cose, ho aiutato quella donna, e poi l’uomo in realtà, che non se ne era andato, mi ha seguito e mi ha aggredito alle spalle. Io credo che anche tu, chiunque avrebbe fatto la stessa cosa: ti trovi in quella situazione e che fai? Vai via?

Parlando di emozioni un po’ più piacevoli, nel 2003 “Esquire” ti ha definito il più grande scrittore vivente. Cosa hai sentito quando lo hai saputo? E chi è per te il miglior scrittore vivente?
Mah, ho pensato che era una stupidaggine… non sono giochi olimpici, non c’è il campione o uno migliore dell’altro. Semplicemente uno scrittore fa il suo lavoro, poi per alcuni il migliore è Tony Marshall, per altri Stephen King, per altri ancora Elena Ferrante… certo, se poi devo scegliere tra tutti gli scrittori della storia, anche tra quelli che non ci sono più scelgo Joyce!

Da irlandese naturalizzato statunitense, c’è qualcosa ancora che non accetti o che non ti piace dell’America? …a parte Donald Trump, eh!
Ah, è una bella domanda… non mi piace il modo in cui vengono trattate le razze, il genere, non mi piace la piega che ha preso l’aspetto razziale insomma. Si è diventati estremamente suscettibili su queste cose, quindi basta la minima cosa per scatenare odio e far scalpore, e quindi quel comprendersi a vicenda, quell’antico spirito democratico americano sembra scomparso, ciascuno sembra focalizzato su degli interessi puntiformi. E credo che gli scrittori non siano abbastanza coraggiosi per affrontare come si deve l’argomento.

I LIBRI DI COLUM MCCANN



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