Intervista a Corrado Augias

Giornalista, scrittore, conduttore televisivo: Corrado Augias non ha certo bisogno di presentazioni. Lo stile di scrittura arguto e profondo, l’aplomb britannico, l’eloquio garbato, la “vis laica” che lo caratterizzano sono ormai da decenni familiari a lettori e telespettatori italiani. Con molta disponibilità e con la precisione che lo contraddistinguono, Augias ci racconta al telefono della sua ultima fatica letteraria mentre partecipa al Festival Passaggi 2020 in quel di Fano. È in realtà la seconda volta che lo intervistiamo per Mangialibri, la prima fu nel lontano 2007 in una libreria romana. Domande e risposte della più recente delle interviste sono in alto, quelle della più lontana nel tempo in basso. Buona lettura!




Nel tuo Breviario per un confuso presente sottolinei quanto sia importante mantenere un legame con la Storia. Pensi, quindi, che la Storia possa sempre insegnare?
Penso che la Storia non insegni nulla, che non abbia mai insegnato nulla e che continuerà a non insegnare nulla. Perché dunque, è importante mantenere i legami con la storia? Perché sapere quello che è accaduto, anche se è destinato a ripetersi, serve a mettere i fatti in prospettiva, a capirli e a capire meglio quello che sta avvenendo, che è identificabile con una delle più gravi mancanze che stiamo subendo, in questi anni rivoluzionari caratterizzati dal passaggio alla cultura del web. La memoria storica serve a capire perché siamo arrivati a questo punto e forse dove potremmo andare a finire partendo da qui. Mantenere un legame con la storia è fondamentale per poter vivere con maggiore consapevolezza. Serve a questo, a null’altro.

L’idea di affrontare tematiche molto differenti tra loro nasce dall’urgenza di insegnare o dalla voglia di creare una polemica costruttiva?
Né da una esigenza, né dall’altra. Breviario vuol dire compendio e io ho voluto mettere insieme alcuni spunti suggeriti dall’attualità, per poter ripercorrere, come usava fare Leopardi, gli avvenimenti del passato, cercando di inquadrarli in un’ottica contemporanea, con un occhio attento al futuro. Avendo un obiettivo di questo tipo, ho preferito suddividere il libro in brevi sezioni, cosa tra l’altro apprezzata, perché mi dicono che si legge molto bene e che questa scelta aiuti la scorrevolezza della scrittura. I capitoli sono brevi, tra l’altro, e il fatto di saltare da un argomento all’altro, penso metta al bando la noia. Un’idea, quindi, che si sta rivelando positiva.

Nel tuo Breviario definisci la nostra epoca rivoluzionaria; sembra, però, che tu non ci veda granché di costruttivo in questa rivoluzione. È vero?
No, non è vero, anzi. Io vedo delle novità stravolgenti, meravigliose. Noi oggi disponiamo di tante risorse: qualunque ragazzino che frequenti le scuole medie in possesso di un telefonino di buona fattura è padrone di una quantità incredibile di informazioni. Noi, a quell’età, per poter attingere a qualsiasi notizia di cui avessimo bisogno, dovevamo trascorrere un pomeriggio intero presso la biblioteca dell’Università. Tutto questo è meraviglioso, pur comportando dei rischi. Il vantaggio è evidente, ma il rischio è quello dell’abuso della facilità. Mi spiego meglio: io distinguo l’informazione dalla conoscenza. L’informazione è una cosa: io so una data, ricordo un nome, un trattato, un fatto qualunque della storia e va bene così. La conoscenza è altra cosa: è saper mettere quella data, quel nome, quel trattato, quel fatto, all’interno di una serie di cause ed effetti. Ecco che torna quanto detto sopra: una necessaria sete di conoscenza della Storia.

Mi interessa il tuo parere su una domanda che ormai è diventata di uso comune: dove andremo a finire?
Questa è una buona domanda che ovviamente non ha risposta. Nessuno lo sa oggi, neanche l’Arcangelo Gabriele se scendesse in Terra saprebbe dire dove andremo a finire. Quando si studia la Storia, ci si rende conto che quello che accade dipende da una tale quantità di fattori, che messi tutti insieme compongono un’equazione complicatissima, di cui nessuno conosce la soluzione. Faccio un esempio pratico: la Prima Guerra Mondiale scoppiò senza che nessuno si rendesse conto che stava per scoppiare. Esiste un bellissimo saggio dal titolo I sonnambuli, scritto da Christopher Clark, che racconta di come nessuno si accorse della pericolosità di tutti quegli elementi sparsi che si aggiravano per le capitali europee e che avrebbero inevitabilmente portato allo scoppio della guerra. Quindi alla domanda dove andremo a finire, io rispondo in dialetto romanesco: boh!

Cos’è esattamente I segreti di Roma: una guida, un saggio storico, un libro di ricordi?
Questa non è la narrazione di una città, ma il racconto di determinati luoghi con i loro retroscena. La mia idea è che i luoghi se non vivono nella nostra immaginazione significano poco. Sono partito da Leopardi, che nello Zibaldone dice che quello che vediamo non è niente se non lo arricchiamo appunto con il contenuto della nostra immaginazione. La stessa collinetta vicino casa sua, quella de L’infinito, è a ben guardare semplicemente una brulla collinetta (sulla quale chissà poi perché l’amministrazione comunale ha piantato una palma, Dio li maledica) dalla quale non si vede nulla. E infatti Leopardi, non vedendo, immaginava...

La cosa che più colpisce leggendo il tuo libro è quanto si nasconda dietro luoghi che vediamo ogni giorno recandoci al lavoro o passeggiando e ai quali nemmeno facciamo più caso...
Prendiamo le torri di Roma, uno dei pochi residui dell’architettura alto-medievale in questa città. Noi ci lamentiamo della criminalità diffusa, ma a quei tempi non si poteva assolutamente uscire dopo il tramonto, e a volte anche di giorno. E infatti dietro alle finestre piccole così di quelle torri-fortezza le famiglie più ricche si barricavano per proteggersi dai saccheggi.

A complicare le cose ci si mettono i secoli, durante i quali in ogni luogo si sono avute sovrapposizioni, usi indebiti, danni incalcolabili...
In questo campo è emblematica la storia di Porta San Sebastiano, scelta dal gerarca fascista Ettore Muti per costruirci un appartamento lussuoso. Muti era un personaggio clamoroso, un fascista distillato, fesso come un piede ma coraggiosissimo. Beh, si era fatto arredare la casa dal grande Moretti, un architetto che allora era quello che oggi è Renzo Piano. Mi ricordo che da bambino giocavo a Porta Latina, lì vicino, e un giorno vedemmo una processione di persone uscire dall’appartamento saccheggiato di Ettore Muti, chi con un tappeto, chi con un vaso, chi con una credenza...

Quanto è stato difficile il lavoro di ricerca per I segreti di Roma?
Ci sono voluti due anni di ricerca e la collaborazione di molte persone competenti. Ho anche dovuto tagliare qualcosa, ad esempio un capitolo sul Borromini. Avevo scritto troppo, ho utilizzato come font Times New Roman che è abbastanza stretto, e quindi mi sembrava di aver scritto meno di quanto non fosse in realtà. Alla Mondadori infatti mi hanno avvertito: se non tagliamo qualcosa vien fuori un mostro di più di 600 pagine, poi siamo costretti ad alzare il prezzo e la gente non lo compra. Ma i capitoli messi da parte verranno riutilizzati presto, confesso che sto lavorando ad un seguito...

Nel capitolo sulle origini di Roma si fa anche un’operazione-verità, scrostando secoli di falsa retorica. Quali sono le vere radici di Roma?
Quando Virgilio, in età augustea, si inventa Enea e la discendenza da Venere sono tutte balle. Roma ha un’origine fosca, la Lupa era in realtà una prostituta. E il tema delle prostitute attraversa il tempo, per esempio quando nel libro parlo di Santaccia. Santaccia, come ci dice Giuseppe Gioacchino Belli, esercitava in piazza Montanara, che oggi è via S.Maria in Cosmedin e allora confinava con la campagna. Proprio lì si radunavano i contadini per vendere i loro prodotti, e nei giorni di mercato Santaccia aveva elaborato una tecnica degna di una pornostar per soddisfare tre o quattro clienti alla volta. Ma un giorno... sentiamo cosa scrive il Belli: È dda sapé cc’un giorno de gran caccia, Mentre lei stava assercitanno l’arte, Un burrinello co l’invidia in faccia S’era messo a ggodessela in disparte. Fra ttanti uscelli in ner vedé un alocco, «Oh,» disse lei, «e ttu nun pianti maggio?» «Bella mia,» disse lui, «nun ciò er bajocco». E cqui Ssantaccia: «Ahò, vvièccelo a mmette: Sscéjjete er bùscio, e tte lo do in zoffraggio De cuell’anime sante e bbenedette». Un sonetto sublime per la frizione tra matera oscena e riferimenti al sacro, ed anche molto importante storicamente perché introduce in letteratura un tema che percorrerà tutto l’800 arrivando ai giorni nostri: quello della puttana generosa e di buon cuore. Roma per secoli è stata una città di celibi, e quindi particolarmente adatta alla prostituzione: preti, soldati, pellegrini erano una clientela numerosa ed esigente. Non a caso Roma è l’unica città nella quale ci sia una piazza intitolata ad una prostituta, piazza Fiammetta, una ragazza che grazie a clienti influenti riuscì anche a farsi seppellire in chiesa, mentre le prostitute, come gli attori, erano destinati alla terra sconsacrata.

I LIBRI DI CORRADO AUGIAS



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