Intervista a Corrado Augias

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Posso dirlo? Io di Corrado Augias sono un fan. Seguo con attenzione i suoi programmi televisivi da sempre, guardo con simpatia alla sua opera di divulgatore, ammiro quel suo aplomb britannico, mi lascio cullare dal suo eloquio garbato, apprezzo la vis laica che da anni lo percorre. Mi piace persino fisicamente, tiè - malgrado la mia eterosessualità conclamata. Perdonatemi l’outing, ma è doverosa premessa alla chiacchierata che abbiamo fatto con Corrado a margine della presentazione di uno dei suoi vendutissimi saggi.




Cos’è esattamente I segreti di Roma: una guida, un saggio storico, un libro di ricordi?
Questa non è la narrazione di una città, ma il racconto di determinati luoghi con i loro retroscena. La mia idea è che i luoghi se non vivono nella nostra immaginazione significano poco. Sono partito da Leopardi, che nello Zibaldone dice che quello che vediamo non è niente se non lo arricchiamo appunto con il contenuto della nostra immaginazione. La stessa collinetta vicino casa sua, quella de L’infinito, è a ben guardare semplicemente una brulla collinetta (sulla quale chissà poi perché l’amministrazione comunale ha piantato una palma, Dio li maledica) dalla quale non si vede nulla. E infatti Leopardi, non vedendo, immaginava...

La cosa che più colpisce leggendo il tuo libro è quanto si nasconda dietro luoghi che vediamo ogni giorno recandoci al lavoro o passeggiando e ai quali nemmeno facciamo più caso...
Prendiamo le torri di Roma, uno dei pochi residui dell’architettura alto-medievale in questa città. Noi ci lamentiamo della criminalità diffusa, ma a quei tempi non si poteva assolutamente uscire dopo il tramonto, e a volte anche di giorno. E infatti dietro alle finestre piccole così di quelle torri-fortezza le famiglie più ricche si barricavano per proteggersi dai saccheggi.

A complicare le cose ci si mettono i secoli, durante i quali in ogni luogo si sono avute sovrapposizioni, usi indebiti, danni incalcolabili...
In questo campo è emblematica la storia di Porta San Sebastiano, scelta dal gerarca fascista Ettore Muti per costruirci un appartamento lussuoso. Muti era un personaggio clamoroso, un fascista distillato, fesso come un piede ma coraggiosissimo. Beh, si era fatto arredare la casa dal grande Moretti, un architetto che allora era quello che oggi è Renzo Piano. Mi ricordo che da bambino giocavo a Porta Latina, lì vicino, e un giorno vedemmo una processione di persone uscire dall’appartamento saccheggiato di Ettore Muti, chi con un tappeto, chi con un vaso, chi con una credenza...

Quanto è stato difficile il lavoro di ricerca per I segreti di Roma?
Ci sono voluti due anni di ricerca e la collaborazione di molte persone competenti. Ho anche dovuto tagliare qualcosa, ad esempio un capitolo sul Borromini. Avevo scritto troppo, ho utilizzato come font Times New Roman che è abbastanza stretto, e quindi mi sembrava di aver scritto meno di quanto non fosse in realtà. Alla Mondadori infatti mi hanno avvertito: se non tagliamo qualcosa vien fuori un mostro di più di 600 pagine, poi siamo costretti ad alzare il prezzo e la gente non lo compra. Ma i capitoli messi da parte verranno riutilizzati presto, confesso che sto lavorando ad un seguito...

Nel capitolo sulle origini di Roma si fa anche un’operazione-verità, scrostando secoli di falsa retorica. Quali sono le vere radici di Roma?
Quando Virgilio, in età augustea, si inventa Enea e la discendenza da Venere sono tutte balle. Roma ha un’origine fosca, la Lupa era in realtà una prostituta. E il tema delle prostitute attraversa il tempo, per esempio quando nel libro parlo di Santaccia. Santaccia, come ci dice Giuseppe Gioacchino Belli, esercitava in piazza Montanara, che oggi è via S.Maria in Cosmedin e allora confinava con la campagna. Proprio lì si radunavano i contadini per vendere i loro prodotti, e nei giorni di mercato Santaccia aveva elaborato una tecnica degna di una pornostar per soddisfare tre o quattro clienti alla volta. Ma un giorno... sentiamo cosa scrive il Belli: È dda sapé cc’un giorno de gran caccia, Mentre lei stava assercitanno l’arte, Un burrinello co l’invidia in faccia S’era messo a ggodessela in disparte. Fra ttanti uscelli in ner vedé un alocco, «Oh,» disse lei, «e ttu nun pianti maggio?» «Bella mia,» disse lui, «nun ciò er bajocco». E cqui Ssantaccia: «Ahò, vvièccelo a mmette: Sscéjjete er bùscio, e tte lo do in zoffraggio De cuell’anime sante e bbenedette». Un sonetto sublime per la frizione tra matera oscena e riferimenti al sacro, ed anche molto importante storicamente perché introduce in letteratura un tema che percorrerà tutto l’800 arrivando ai giorni nostri: quello della puttana generosa e di buon cuore. Roma per secoli è stata una città di celibi, e quindi particolarmente adatta alla prostituzione: preti, soldati, pellegrini erano una clientela numerosa ed esigente. Non a caso Roma è l’unica città nella quale ci sia una piazza intitolata ad una prostituta, piazza Fiammetta, una ragazza che grazie a clienti influenti riuscì anche a farsi seppellire in chiesa, mentre le prostitute, come gli attori, erano destinati alla terra sconsacrata.

I LIBRI DI CORRADO AUGIAS


 

 

 

 
 
 
 
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