Intervista a Corrado Fortuna

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Corrado Fortuna, classe ’78, siciliano di Palermo, attore di cinema e divo delle fiction (ha preso parte a serie televisive di successo come Tutti pazzi per amore), ha all’attivo due romanzi. Lo abbiamo quindi incontrato per voi.




Corrado, attore o scrittore?
Raccontatore di storie... Dopo venti anni che faccio questo lavoro ho capito che quello che mi interessa è raccontare delle storie e raccontarle su una pagina o su una pellicola alla fine sono modi diversi per raggiungere lo stesso scopo. Io sono un lettore compulsivo sin dall’adolescenza. Questo certo mi ha creato qualche problema ai tempi di scuola, perché magari passavo il giorno a leggere romanzi invece di studiare o di leggere quelli che mi davano a scuola. Quando poi ho scritto il mio primo libro, mi vergognavo di portarlo alle case editrici per una forma di rispetto, perché non credevo che una mia opera spostasse tanto la letteratura italiana. Così ho perso tempo e anzi è stata la casa editrice a venire a me, perché io andavo in giro nelle cantine, nei teatrini, nei baretti con un piccolo monologo tratto proprio da quello che avevo scritto, prima ancora che fosse editato ed è capitato il mio vecchio editore che mi chiese informazioni. Gli confessai che mi vergognavo di farlo vedere, ma per fortuna insistette perché questa pagina della mia vita è in assoluto la più esaltante.

Insomma attore per caso, ma non si può dire la stessa cosa per lo scrivere...
Infatti... Ho provato a scrivere il mio primo romanzo in terza media, o in quarta ginnasio, una cosa del genere. Però, come dire, l’idea, l’immagine, il sogno di pubblicare è stata la prima cosa. Il cinema, invece, non l’ho mai sognato: è arrivato, è arrivato in maniera fortuita, con un grande regista, uno dei più grandi. Pubblicare un romanzo è stato, invece, veramente la realizzazione di un sogno: per me non c’è nulla di più importante al mondo.

Ma dopo il cinema con il tuo amico Paolo Virzì è arrivata la fiction... E sei diventato un personaggio molto più conosciuto che con il cinema, vero?
Assolutamente di più! La fiction è arrivata con lo stesso regista di Tutti pazzi per amore qualche anno prima, con Cefalonia , scritta da Sandro Petraglia e diretta da Riccardo Milani, che è anche il regista ‒ e lui ci tiene molto a sottolinearlo ‒ con cui ho lavorato di più e per fortuna quello con cui faccio un film ogni due anni. E devo dire che quando mi chiamò per fare Tutti pazzi per amore io non avevo idea di cosa sarebbe successo alla mia vita.

E poi sappiamo che suoni anche!
Adesso dire che suono mi sembra troppo... Faccio però il dj techno in discoteca dal ’92.

E sei regista, sceneggiatore...
Questa è un’altra cosa che continua ad aumentare il pregiudizio, perché mi fanno : “Deciditi, fai una cosa sola e falla bene!”. Io non sono mai stato di questa scuola di preferire di fare mille cose maluccio, piuttosto che una sola...

Ma in fondo sei nell’ambito dell’arte a 360 gradi...
Diciamo che la cultura è quello che mi onora di più: è il desiderio di raccontare, anche lì con la musica e in fondo anche con la techno si raccontano storie e si convincono persone che la techno non è proprio roba per drogati o per quindicenni, ma che è nata negli Anni Settanta in Germania e che continua a essere un genere musicale, assolutamente rispettabile come tutti gli altri. Però, sì ecco, faccio tante cose... La sceneggiatura mi ha preso per tanti anni della vita, ma ho girato solo un film con una sceneggiatura che avevo scritto. Poi ho anche scritto un mio film che non ho girato, nonostante avessi preso un finanziamento dal Ministero, ma era arrivato un regista poco prima di me a girare un film praticamente identico, quindi mi sono tirato indietro, perché ho pensato che non era più il caso. Certo mi piacerebbe girare qualcosa che ho scritto, anche se non è questo il motivo per cui scrivo, ma se qualcuno vuole farlo... sono pronto ad accogliere la sua proposta!

Ecco, appunto: ti piacerebbe che uno dei tuoi libri arrivasse in tv o sul grande schermo. E se sì, vorresti essere l'attore o vorresti essere colui che muove i fili “dietro le quinte”?
Assolutamente la seconda cosa e ti spiego perché. Quale scrittore non vorrebbe vedere la propria opera letteraria trasposta al cinema? Ti ripeto, non è questo il motivo per cui scrivo. La scrittura cinematografica non è proprio la stessa cosa di quella di narrativa e facendo entrambe le cose me ne rendo conto. Ma certo, mi piacerebbe che qualcuno mi proponesse di portare un mio libro al cinema e forse questa cosa sta succedendo... Non ho niente di serio da dire, ma c’è dell’attenzione nei confronti di questo mio ultimo libro da parte di tante produzioni cinematografiche e in quel caso lì, io che sono il proprietario dei diritti cinematografici, l’unica cosa che pretenderei è di essere il regista del film in questione. Il regista, lo show-runner, o comunque qualcuno che decida che destino far capitare a questa storia.

Il tuo primo romanzo è uscito nel 2014, dopo quattro anni è uscito questo secondo, L’amore capovolto. Ci sono legami fra le due storie?
Entrambi sono romanzi che parlano di ragazzi poco più che adolescenti, anche se è vero che nel primo i protagonisti arrivano ad avere 30/35 anni, ma il nocciolo della storia è ambientato nell’infanzia e nell’adolescenza, perché a me interessa quel momento lì della vita, perché è in quel momento che si decide il tipo di adulto che diventerai, in qualche modo cominci a intravederlo dal comportamento, dai pensieri e le emozioni. L’imperfezione... a me piacciono gli imperfetti, quelli che non hanno deciso come ci si veste, che non hanno deciso come ci si esprime, a me interessa molto quella fase in cui non hai ancora deciso e sei perfettibile. E’ la fase senza dubbio più delicata e più difficile, probabilmente anche più dolorosa, perché io sostengo sempre che ci si deve fidare poco di chi è stato un diciottenne felice, non ci credo troppo alla felicità degli adolescenti e post-adolescenti. Anzi, credo che sia fondamentale “mangiare un po’ di merda” a diciotto, vent’anni

In pratica il ritratto di Giacomo, protagonista del tuo libro, che ha anche tante cose in comune con te...
Assolutamente sì: Giacomo ha molte cose in comune con me e con il me adolescente e con tanti altri. Detto questo, però, devo precisare che io sono stato meno furbo di Giacomo, perché lui si forma in quell’anno che ho raccontato nel libro, mentre io ce ne ho messi dieci! Però effettivamente io ho fatto l’Università a Firenze, effettivamente io ho lavorato al McDonald’s, faccio e ho fatto attività politica nei centri sociali, mi ha sempre interessato il mondo che mi circonda, però di certo non ho avuto la necessità di reagire a un dolore come quello di Giacomo né ho avuto la possibilità di capirmi così velocemente, perché lui alla fine del libro riesce a rispondere alla domanda: “Chi è Giacomo Brancati?”, io ancora non ci riesco tanto bene.

Questo tuo ultimo romanzo è uscito da pochissime settimane: quale tipo di risposta, di reazioni, di interesse hai riscontrato?
Ho diversi sentori. Innanzitutto va molto bene, non ho ancora dei numeri, ma credo che stia andando proprio bene, sento dei buonissimi feedback, ho avuto delle interessanti recensioni, pareri di amici, di lettori che non conosco... Questo romanzo è uscito due giorni dopo le elezioni del 4 marzo e soprattutto dopo la campagna elettorale più cattiva e becera che ricordi nella mia storia di cittadino, per cui un romanzo che parla di antifascismo dopo elezioni in cui hanno partecipato due partiti neofascisti, nonostante la nostra Costituzione lo vieti esplicitamente, beh, mi sono trovato persone durante le presentazioni che hanno detto: “Basta parlare di fascismo!”, non volevano sentir niente sull’antifascismo, nonostante siamo tutti i giorni bombardati anche da queste notizie... basta pensare a cosa è successo a Macerata o a Firenze, noi siamo tutti i giorni testimoni del fatto che il fascismo nel nostro Paese non è mai finito. I conti con il fascismo non li abbiamo mai fatti come invece è successo in Germania, tant’è che siamo un Paese che ha permesso la ricostituzione di partiti neofascisti, che ha permesso a Salvini di dire ciò che dice, dimenticando che anche noi siamo emigrati tanti anni fa e abbiamo esportato sì pane, olio, pasta, cucina, ma anche tanta mafia, droga, malcostume e tanta criminalità. Ci siamo scordati di essere stati noi, gli emigrati... In questo senso è stato un po’ complicato, ma d’altronde a me le cose semplici non piacciono! Anche quando ho parlato di mafia nel mio primo romanzo, in certe città siciliane ero un po’ in difficoltà a parlarne come ne parlo adesso con te. Ma credo che il nostro mestiere non sia diventare popolari, il nostro mestiere è non piegarci di fronte al sentito dire.

No, hai ragione, piuttosto spingere alla riflessione...
In un momento in cui si non si leggono gli articoli dei giornali, ma soltanto i titoli o le parole scritte in grassetto... Invece mi piace discutere intorno alle cose che si conoscono bene. Mi sono sentito dire l’altro giorno in un paesino della Puglia, durante una presentazione: “Sai mio padre era della Decima MAS, bisognerebbe riscrivere i libri di storia, perché quelli che abbiamo li hanno scritti i vincitori! Sai quando c’era lui nel ’45...” e io gli ho risposto che non ero d’accordo sulle prime due cose e soprattutto ho risposto che nel ’45 lui non c’era più, quindi parla di cose che non conosce, per sentito dire, perché Mussolini venne arrestato il 25 luglio del ’43 e la guerra partigiana iniziò dopo l’8 settembre, quando il problema non era più Mussolini, ma il fascismo strisciante che ad oggi non se n’è andato, ma è sempre riuscito a sgusciare su tutto, altrimenti non avevamo Casa Pound e Forza Nuova alle elezioni. È inconcepibile, surreale che questa cosa succeda in barba alla nostra legge più importante, la Costituzione, che continuiamo a calpestare continuamente.

Le stesse cose che affermava Umberto Eco nel suo Il fascismo eterno appena ripubblicato, a ben vedere!
Sì, anche se sono io che dico le sue stesse cose, attenzione, non certo il contrario! Il problema di questo Paese è che venga letto di più Giampaolo Pansa, quando si potrebbero fare delle riflessioni serissime sull'antifascismo reale e sul fascismo reale. Ma Pansa continua a vendere e a pubblicare un sacco di copie... Ed è comunque un termine di paragone diverso, rispetto al discorso che facevamo prima sui soli titoli, perché almeno qui c’è un testo scritto da una persona che ha una sua rilevanza culturale. A me non piace proprio che venga qualcuno a dirci che i libri di storia vadano riscritti perché i partigiani erano persone cattive. Certo che anche i partigiani qualche schifezza, durante la guerra, l’hanno fatta, ma è una questione di buoni e cattivi, che fanno parte dell’indole umana, non degli schieramenti. Soprattutto fascista non è il contrario di comunista e comunista non è sinonimo di partigiano: sono tre cose diverse. Abbiamo avuto partigiani come Edgardo Sogno, in questo Paese, che non ha mai rinunciato al suo essere di destra, ma era una destra antifascista. Avremo bisogno di una destra meno becera di quella che abbiamo, antifascista in quanto destra, non in quanto sinistra. A noi manca quello. E la sinistra poi è andata a rotoli...

L’ultima frase dei ringraziamenti del tuo libro dice: “Grazie a chi in tutto il mondo, oggi come ieri, resiste". Che cosa significa resistere oggi?
Resistenza oggi significa quello che stiamo facendo io e te al telefono, significa avere il coraggio di difendere le proprie idee, per rubare una citazione a un poeta molto caro alla destra del terzo millennio, Ezra Pound, che diceva: “Se un uomo non è disponibile a correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o è lui che non vale nulla”. Ecco, questo è resistere. Resistere oggi significa insegnare ai più piccoli la verità, la libertà, il senso della giustizia, ma anche lo spirito di sacrificio che è poi quello che fa innamorare Giacomo, il protagonista del mio libro, non è soltanto l’amore romantico, ma è l’amore che l’altra coppia di protagonisti dimostrano per il loro Paese, il senso della dignità, il senso della libertà e il sacrificio che poi Tino, un ragazzo di diciotto anni come lui, compie per liberare il Paese. Ricordiamoci che Tino e Adele sono due promessi sposi che vogliono coronare il loro sogno d’amore a Italia liberata. Non diciamo cosa accade per i lettori che il libro non l’hanno letto, ma per loro è più importante quello, cioè il fatto che non si sarebbero potuti sposare e non sarebbero riusciti a dare una libertà e una dignità al loro amore se non avessero compiuto quel sacrificio là e a me questa cosa continua parecchio ad emozionare. Ecco resistere oggi significa non abbandonarsi alle stupidaggini urlate, ripetute a pappagallo e a ricordarsi che è tutto frutto di sacrificio, perché fare cinema e televisione non è solo bello, ma è anche molto faticoso. C’è questa idea per cui si debba sempre trovare un mezzuccio per fare le cose, oppure per la quale chi ha successo è raccomandato. Ecco, credo che resistere significhi anche questo: capire che si deve lavorare duro se si vogliono le soddisfazioni e che non ci sono altre strade che consentano l’accesso alla libertà e alla verità.

All’inizio del libro, invece, ci sono tre epigrafi, diversissime tra loro, a firma di Gianni Rodari, Stephen King e Franco Battiato. Ci spieghi questa scelta?
Tutte e tre le frasi mi sono sembrate quasi scritte apposta per il mio romanzo. Di Rodari c’è la fine di una filastrocca: “Scrivi parole dritte e chiare: Amore, lottare, lavorare”. Penso ci sia un refuso, ma si trova scritta in due modi con “amore” e “amare”. Il titolo è Il primo giorno di scuola e Rodari si rivolge ai bambini di 5, 6 anni, spiegando che cos’è la resistenza, perché cosa significa resistere se non amare, lottare, lavorare? Stephen King è il mio scrittore contemporaneo preferito in assoluto. Molti parlano di It come di un libro horror, in realtà, secondo me, è un libro di grandissima umanità e che ha a che fare con il guardarsi indietro per andare avanti, che è più o meno la citazione di Billy che ho ripreso perché è esattamente quello che ho fatto io con il mio libro. Per ultimo Franco Battiato che è stato una delle persone più importanti per la mia formazione, da ascoltatore prima di incontrarlo e poi da regista quando l’ho incontrato e da amico, quale è diventato. È il testo di Stranizza d’amuri, una delle canzoni più belle e che assomigliano di più a Franco, innanzitutto perché è in dialetto, anzi, in lingua, perché il nostro non è un dialetto e poi perché dice quello che si sente all’interno del mio libro, perché dice che con tutto che c’è la guerra non posso fare a meno di amare, mi sento la stranezza dell’amore, cioè mi sento pervaso dallo spirito dell’amore. Siamo tutti i giorni testimoni di immagini tremende, purtroppo a volte i nostri giornali non ci vogliono tanto raccontare quanto è fascista Erdogan o Assad, perché non conviene all'Europa e all'ONU ricordarsi che stringe patti con due criminali di guerra, però le immagini che arrivano da Aleppo e da Afrin di genitori con bambini che scappano dalla guerra, fanno comunque pensare che l’amore sia una condizione necessaria e sufficiente. Io credo che l’amore sia l’unica via per tirarci fuori da questo periodo buio globalmente, buio nei confronti degli uomini sulle donne, nei confronti dei ricchi verso i poveri, di chi ha potere verso chi non ne ha, ecc. e credo che l’unica soluzione sia davvero effettivamente l’amore che può salvarci da questo schifo di momento. Dobbiamo ricordarci che abbiamo bisogno di amore, come diceva anche un altro cantautore.

Parliamo più propriamente dello scrivere: hai delle condizioni necessarie, dei riti scaramantici, degli oggetti da tenerti vicino o altro?
Guarda, io sono più che altro un lavoratore. Non ho molta simpatia verso chi sta creando e allora: “Scusami sto creando, non mi distrarre”... Io vivo in una casa normale, ho una moglie, la mattina mi metto a lavorare dalla 9.00 alle 13.00, poi preparo da mangiare, lavo i piatti, poi se c’è modo ricomincio a lavorare, se no no e non sono di quelle persone che ha dei riti particolari. Ci metto molta disciplina e quando scrivo, scrivo, mi vesto dopo essermi lavato, mi vesto bene e in questo mi è servito l’esempio del grande Furio Scarpelli, che ho avuto la fortuna di conoscere e che lavorava a casa, eppure indossava anche la cravatta quando si metteva a scrivere, perché gli dava l'impressione proprio di andare a lavorare, anche se si chiudeva nel suo studiolo e io cerco di copiarne l’esempio. Anche io ho uno studiolo che mia moglie chiama “la grotta” perché è nel seminterrato di casa, vicino alla cantina e che pure è la mia gioia perché si affaccia con due porte sul nostro giardinetto. Forse questa è la mia scaramanzia: stare chiuso lì dentro... Una specie di buen retiro. Io scrivo ovunque, ma avere un posto che contiene le memorie di quello che sto facendo è importante. In questo momento sembra lo studio di un antifascista, è pieno di manifesti sul razzismo italiano, i manifesti che Adele trova camminando, sulle fucilazioni. Ancora non ho avuto il cuore di toglierli per passare a scrivere una storia nuova, però dovrò farlo nei prossimi giorni. Faccio ancora un po’ di promozione al libro e poi cambio vestito al mio studio, non deve essere più antifascista, anche se mi piacerebbe continuare a scrivere una narrativa antifascista, in fondo anche il primo romanzo lo era: antifascismo e antimafia vanno a braccetto. Ecco mi piacerebbe continuare a raccontare storie così, legate anche all'attualità, con ragazzi che in qualche modo sono imperfetti come ti dicevo.

Come ti arrivano le storie, come nascono?
Io non credo nell’ispirazione, forse giusto ne serve un po’ iniziale, ma non credo che uno debba aspettare di essere ispirato per scrivere, perché credo che serva la disciplina. Detto questo, però, mentre stavo correggendo le bozze del mio primo romanzo, in casa c’era un falegname bosniaco che mi stava aggiustando un mobiletto. Lui faceva un po’ anche lo svuotacantine e in una di queste ha trovato un carteggio di due ragazzi sui 15/17 anni, due fratelli, che si scrivevano, uno partigiano e uno in casa, lettere strappacuore. E questo bosniaco mi disse: “Guarda, io ho la materia del tuo prossimo libro”. Io lì per lì, ho risposto: “Sì, va be’”, invece il giorno dopo si è presentato con queste lettere di cinquanta anni fa e leggendole mi è venuta l’idea e l'intenzione, soprattutto, di costruirci sopra una storia. Il primo romanzo ci ho messo tutta la vita a scriverlo, questo ci ho impiegato tre anni. Il primo romanzo parlava di tutto quello che a Palermo è successo all’antimafia e il germe fu la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della sentenza Andreotti nella quale trovai il mio nome barrato, perché, come racconto appunto nel mio primo romanzo, fui testimone della deposizione di un mio amico, nipote di un noto boss mafioso e il germe fu quella perquisizione, fu quel maresciallo che mi chiese i documenti, a me che avevo 14 anni e che mi disse: “Non ti preoccupare, non ti facciamo niente”. Venticinque anni dopo, quando finalmente è stata pubblicata la sentenza, l’ho riletta in una notte, forse un paio. Sono più di mille pagine di una storia che sentivo mia e quello fu il punto di partenza. In qualche modo c’è qualcosa che succede da qualche parte e che mi fa venire l’idea, anche soltanto un’immagine, una visione, una sensazione che mi fa partire... la musica techno. Una canzone techno parte da un’idea, da un’ispirazione che poi magari nel pezzo finale non c’è nemmeno, è tutta fatta di sovraincisioni, di sovrastrutture, di pensieri sopra pensieri. Io passo la prima fase della scrittura, quella che sto vivendo adesso, nella quale non ho materialmente cominciato a scrivere il nuovo romanzo, ma ci sto pensando, riflettendo, prendendo appunti e leggendo cose che la riguardano.

Nel tuo ultimo romanzo, ci si trova per una prima parte a leggere due storie parallele, pur se in epoche diverse, finché, in un secondo, tutto cambia e ti ritrovi inchiodato agli eventi...
Mi piaceva proprio questo: mettere i lettori, quasi in difficoltà, nelle condizioni di pensare che ero completamente impazzito.

Ti viene mai in mente qualcosa, a libro pubblicato che avresti potuto inserire e non puoi più farlo?
No, no, è un lavoro così lungo che se non hai pensato una cosa del genere in tre anni di stesura e ti viene in mente dopo, significa che non aveva spazio, dentro non c’entrava proprio. A parte che c’è tanto che tolgo dalle pagine che scrivo, c’è tanto di più da tagliare. Io decido di finire un libro il giorno in cui scrivo l’ultima frase, non lo decido certo a priori, né tantomeno so prima di viverlo che quello è il giorno in cui finirò il mio romanzo. Resto totalmente immerso, mi sogno i personaggi che fanno parte della mia famiglia, perché a fine giornata leggo a mia moglie quello che ho scritto. Ho sempre bisogno di condivisione, di far diventare i personaggi presenti e reali. E poi scrivere nella città in cui hai ambientato il libro ti aiuta molto, perché basta farsi una passeggiata e ti trovi nei luoghi di cui hai scritto. Addirittura in fase di ricerca, in biblioteca, trovai la foto di una fucilazione di partigiani in Piazza Santa Maria Novella a Firenze e mi ricordo che presi la bicicletta, andai in Santa Maria Novella e trovai i buchi dei proiettili sparati in quella fucilazione. Toccare quei buchi è stato come in qualche modo schiacciare i pulsanti di una macchina del tempo: questo rende vivi i personaggi che ti sei inventato, gli dai una loro dignità e io mentre scrivo sono totalmente inserito in mezzo a loro e mi indigno, mi arrabbio, piango, perché i personaggi diventano reali e quando soffrono, soffro anche io. Mi auguro che tutto questo poi passi ai lettori, perché la fatica di cui parlavo alla fine è proprio questa.

I LIBRI DI CORRADO FORTUNA



 

 

 
 
 
 
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