Intervista a Cosimo Argentina

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Cosimo Argentina più che scrivere piccona le pagine come fossero marmo da adattare alle storie e ai personaggi che come demoni gli si agitano in corpo, demoni che spesso trasudano disperazione e disumanità. È un onore scambiare una breve chiacchierata con lui.




Maschio adulto solitario, Per sempre carnivori, L’umano sistema fognario si possono definire in un certo senso la trilogia di un certo “capitale disumano”?
È narrativa pane al pane, ma con il tempo mi sto rendendo conto che la gente, le case editrici e il mondo tutto non vogliono sentirsele dire, certe cose. Con Mas Carnivori e L’UmanoS ho piazzato tre cariche di tritolo, ma temo che quella che ne è venuta fuori è stata una fetecchia. Forse è “saggio e pio” lasciare le cose come stanno. Forse è meglio continuare a raccontarci di giovani donne eburnee e innamorate e uomini senza macchia e senza paura. Negli anni ’50 ’60 e ’70 c’era più coraggio. Adesso il coraggio è stato sostituito dalla colorata benevolenza.

Da dove nasce questa esigenza di raccontare storie così forti, senza speranza, è una volontà solo narrativa o anche un'esigenza personale, quasi catartica?
Credo sia semplicemente guardare in faccia alla realtà. Tu apri il giornale e leggi che un bigliettaio chiede il biglietto su un convoglio e uno gli amputa il braccio con un machete. Di che stiamo parlando? Madri che entrano in acqua in un lago e affogano i tre figli. Un uomo che tiene segregate per vent’anni le figlie in un bunker stuprandole e facendole abortire a ripetizione. La vita.

Cosa c'è rimasto di umano in questo sistema fognario?
Ossa carne pelle testicoli cranio cervello e anima. L’anima c’è anche nei mostri. I mostri hanno anima. Hitler amava il suo pastore tedesco. Il tiranno nordcoreano l’altro giorno ha fatto fucilare la ex fidanzata ma si commuove camminando nella neve all’alba. Di umano c’è un casino di roba, solo che l’aggettivo non è necessariamente da prendere come un’accezione positiva.

Ne conosci molti di Emiliano Maresca? Come si combattono per evitare il totale nichilismo?
Sì, ne conosco tanti. E voglio loro bene. Li amo e non li combatterei per nulla al mondo. Loro sono quanto di onesto è rimasto in questo mondo ipocrita. Preferisco combattere i mediocri che vogliono abbassare il livello di ogni cosa per riposar bene e i burocrati e i finti buoni, i farisei eccetera eccetera…

Come si colloca in questa discarica umana quel sentimento quasi infantile di Maresca per Anansa?
L’amore irraggiungibile è il più puro. È vero che è infantile, ma quando abbandoniamo l’anima infantile ci trasformiamo in gente spietata. Scopare, cercare di innamorarsi, sistemarsi, accasarsi, cercare l’anima gemella e cose del genere vengono dopo, quando abbiamo lasciato perdere quella purezza dell’infante.

A proposito, una curiosità. Ma da dove ti è uscito il nome Anansa?
Avevo un’alunna del serale, tanti anni fa. Le dissi che prima o poi l’avrei inserito il suo nome in un romanzo e a distanza di dieci anni e più l’ho fatto.

Il tuo stile è riconoscibilissimo. Senza inutili fronzoli è capace di ibridare linguaggio della strada, dialetto e metafora. Quanto ci hai dovuto lavorare?
A Taranto si dice “tand’e nocchiù”. Significa il giusto. Trovare il proprio ritmo è un dovere per uno che scrive. Ma ad essere sinceri anche la storia impone uno stile, un ritmo, certi aggettivi. Ci saranno altre storie e ci saranno altri linguaggi. Ogni storia ha il suo corredo cromosomico. Mi fa piacere scrivere in un certo modo perché mi diverto e vedo chiaro attraverso le parole. Ecco, diciamo che quando vedo chiaro vuol dire che sono sulla strada giusta, giusta almeno per me, intendo.

Taranto, che tu hai lasciato molti anni fa, è quasi sempre protagonista delle tue storie e non sfugge mai al putridume dei personaggi che la vivono. Che cosa rappresenta per te la tua città?
È lo scenario che mi si confà meglio. È il mio panorama naturale anche se ho scritto pure dell’Hinterland nord di Milano. Ma a Taranto, tra le sue vie e le sue facce mi muovo meglio. Devo dire che in alcuni casi i miei sono stati atti d’amore verso la città, ma nessuno l’ha capito perché era un modo molto personale di mostrare l’affetto che mi porto dentro.

A proposito di sud, hai partecipato ultimamente al progetto “Inchiostro di Puglia” ideato da Michele Galgano che grazie a Caracò sta per dare alla luce l’omonima raccolta interamene realizzata da scrittori pugliesi. Ce ne puoi parlare?
È un’ottima idea di Michele quella di mettere insieme una guarnigione di guerrieri apuli e provare ad agitare le acque stagnanti dell’editoria nazionale. È rivolta ai librai e a chi ama la terra pugliese. Ma sui contenuti non posso esserti d’aiuto perché non ho ancora letto il libro e io per primo sono curioso di vedere com’è venuto. Però mi fido di Michele.



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