Intervista a Cristiana Pedersoli

Articolo di: 

Cristiana Pedersoli, pittrice e scultrice molto attiva anche sui social, madre di Sofia e Nicolò e nipote di Peppino Amato, uno dei più grandi produttori cinematografici italiani, esordisce nel mondo della letteratura con un libro (presentato anche nella splendida cornice di Passaggi, la rassegna che ogni anno da tempo si svolge a Fano, e che pure nella più sventurata e meno spensierata – causa Covid e non solo – delle estati recenti non manca di riunire visitatori e protagonisti della cultura) che è prima di tutto un grande, delicato e divertente atto d’amore. Per suo padre: al secolo Carlo Pedersoli, per tutti Bud Spencer.




Qual è l’aneddoto che ti sei più divertita a raccontare in Bud – Un gigante per papà e quello che forse secondo te sorprenderà di più i lettori?
Ce ne sono vari, a cui ripensando viene da sorridere. Per esempio quando si sbagliò all’aeroporto e prese non la macchina che lo era venuta a prendere ma quella di un avvocato che aveva appena lasciato lì la sua famiglia e che vedendosi entrare in macchina Bud Spencer che gli dava un indirizzo non ebbe il coraggio di dirgli di no. Oppure quella del cavallo che per non farsi montare da lui si buttò per terra e non ci fu verso di rialzarlo, dovettero sostituirlo, è andata esattamente come la raccontava: il bello è che lui aveva detto nei giorni precedenti: “Guardate che questo cavallo non vuole lavorare con me”, ma lo avevano preso tutti in giro. E invece arriva il giorno delle riprese, lui mette il piede sulla staffa, il cavallo si gira, lo guarda male tipo cartone animato e cade al suolo.

Come si condivide con il resto del mondo la figura di un padre che nell’immaginario collettivo è un vero e proprio mito? Hai mai provato gelosia per qualche fan o è prevalso l’orgoglio per un uomo che, viene da pensare, fosse letteralmente agli antipodi rispetto alla tentazione dell’autocelebrazione, anzi, un uomo profondamente attento al valore delle persone, delle cose e del lavoro che c’è dietro (l’episodio del salvadanaio – dono che inizialmente la delude, una terracotta non è un gran presente per una bimba, ma lui pressappoco le dice: Ma come, ti ho regalato un sogno da riempire e raggiungere? Un insegnamento tale che lei poi ha creato una linea di questi oggetti… – mi pare esemplificativo)?
Era concreto, è vero, con i piedi saldamente per terra, ma anche un gran sognatore con la testa per aria come quando pilotava i suoi aerei. Io non ho mai provato gelosia, solo un enorme orgoglio e tantissima stima, per quello che ha fatto, per come ha vissuto la sua vita, senza mai venire meno ai suoi grandissimi valori e ai suoi principi, senza mai trasgredire, perseguendo sempre la strada della gioia e della positività, e il pubblico lo ha capito e la sorte lo ha ripagato. Papà è il mio manuale, quando io mi innervosisco penso a lui.

Tuo padre per certi versi è stato un po’ il Johnny Weissmuller italiano: prima campione di nuoto – e pallanuoto – e poi star del cinema. Che ricordi aveva della sua carriera da sportivo e cosa ha rappresentato lo sport per lui?
Lo sport è stato importantissimo, gli ha insegnato a vivere, i valori del riconoscimento dell’avversario, dell’amicizia, della lealtà, dell’etica solenne del lavoro, dell’impegno. Anche se per quanto riguarda quest’ultimo aspetto c’è da dire che lui in realtà aveva delle doti naturali talmente formidabili che non aveva bisogno di fare fatica più di tanto…

Le mitiche scazzottate dei film con Terence Hill sono praticamente delle coreografie degne di Sette spose per sette fratelli, quando i protagonisti saltano da un tronco all’altro per un numero interminabile di minuti dimostrando un’impareggiabile abilità ginnica: come nascevano quelle sequenze?
Erano sequenze studiatissime, realizzate da grandissimi professionisti, i loro stuntman erano i migliori del mondo, per non parlare del maestro d’armi, e non potevano sbagliare di un millimetro, altrimenti si sarebbero fatti male: c’era un enorme lavoro dietro.

C’è una sequenza in Piedone lo sbirro in cui papà, immediatamente prima che un manipolo di malavitosi lo attorni con le moto catene in pugno e lui debba difendersi da solo come un novello Sansone o Maciste, dà uno schiaffo a un ragazzo cui vuole un mondo di bene ma che ha fatto una cosa molto sbagliata: avendo visto quel film un mare di volte ho sempre avuto l’impressione che papà facesse proprio fatica anche solo a concepire l’idea di alzare le mani su un bambino, è così?
Assolutamente. Non ci ha mai nemmeno sfiorato. Che io ricordi solo una volta dette un buffetto – poco più che una carezza, però era emotivamente mortificante… – sulla coscia di mio fratello e solo perché io ero andata a piangere da lui dicendo che mio fratello mi aveva “picchiata”. Una volta io ebbi una sfuriata a tavola, quando ero adolescente, e lui giustamente mi rimproverò, ma venne a cercarmi dopo dieci minuti, perché non sopportava di stare in lite.

Qual è il tuo film preferito fra quelli di papà? E perché? E qual era quello che invece lui prediligeva?
Proprio Piedone lo sbirro, ed era, insieme a Più forte, ragazzi, dove c’è il suo battesimo dell’aria, anche il suo preferito: perché è il personaggio che più lo rappresenta, anche nella napoletanità, uno che ha un profondo senso di giustizia, che ha una gigantesca empatia, che difende gli umili, gli ultimi, i deboli, i bambini, le donne.

La domanda è scontata e lo è probabilmente anche la risposta, visto anche, per esempio, la loro tenerissima apparizione quando sono stati premiati col David di Donatello: papà e Terence Hill non hanno mai litigato, vero?
Assolutamente no, mai. C’è stato giusto un periodo di distacco quando hanno voluto mettersi alla prova singolarmente visto che ricevevano delle offerte, ma tutto qui.<7p>

Perché la critica ha spesso snobbato i suoi film? Questione di pregiudizio, appartenenza politica, un po’ di superbia, perché erano film commerciali…?
Probabile. Di recente a Capalbio un aristocratico mi ha confessato che suo papà, un intellettuale di grido, adorava i film di papà e Terence, ma per vederli si chiudeva a chiave in camera…

Papà amava moltissimo anche la cucina: il suo piatto preferito?
Più che altro amava mangiare, tant’è che l’ho scritto nel libro e ho messo anche qualche ricetta come ricordo. Lui diceva, parafrasando Cartesio, “Mangio dunque sono”: non si può pensare bene se non si è mangiato bene. Poi ogni tanto andava anche in cucina, facendo dei pastrocchi immensi con cento pentole per le ricette di sua invenzione.

Cosa ti auguri che i lettori pensino di papà leggendo il tuo libro?
Che ne capiscano effettivamente l’essenza, ma credo che la conoscano già. Papà è stato un uomo di grandi passioni che ha sempre voluto prendere a cazzotti la tristezza e regalare gioie, risate e serenità. Però non era un santo, eh! Mia madre dice che lo dipingo così, ma non è vero: era un uomo meraviglioso, ma con dei difetti.

Il più fastidioso?
Era pigrissimo. Ma come me poi quando si metteva in testa una cosa non lo fermava nessuno.

I LIBRI DI CRISTIANA PEDERSOLI



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER