Intervista a Cristiano Cavina

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Simpatico, alla mano, sincero, con i jeans e la maglietta dei Metallica. E un gran talento di scrittore: lui è Cristiano Cavina e lo abbiamo incontrato a Roma nei giorni della Fiera della piccola e media editoria dell'EUR.



Sempre vestito per omaggiare il Professor De Mauro (il riferimento è a un aneddoto raccontato anche nel libro La pizza per autodidatti: il look non proprio ortodosso sfoggiato soprattutto nelle serate delle premiazioni letterarie più importanti, come quella condotta da Serena Dandini, bravissima, che però inavvertitamente una volta lo scambiò per un tecnico del suono, era accolto a suo dire ogni volta dall’insigne linguista con sguardi di cupa disapprovazione) eh?
Assolutamente, sempre in abito da Strega! (ride) Anche se di solito ho la maglietta dei Sex Pistols, e invece oggi per Più Libri Più Liberi ho scelto i Metallica!


Qual è stata la molla che ti ha portato a scrivere La pizza per autodidatti, questo manuale-non manuale, ma qualcosa di molto più profondo?
Più che una molla direi una catena, i vent’anni di militanza alla pizzeria “Il Farro” di mio zio. E come tutti i miei libri, sapevo che l’avrei scritto. Pensa che era un mestiere che odiavo. Quando cominci, e hai diciott’anni, il pizzaiolo è un mestiere che ti fa venire un po’ d’acido: la sera gli amici escono e tu non puoi, a Natale lavori… Però poi ho cominciato a sentire che era il mio posto.


Perché?
Perché non facevo casini. Io ho sempre fatto casini nella mia vita, e poi non ero buono a giocare a pallone, una volta che suonavo in un gruppo m’han cacciato, litigavo, i problemi con le ragazze… Invece, quando zio è passato dall’altra parte e mi son trovato io davanti al forno a legna, ho visto che ci stavo bene. Che lo sapevo fare bene, il pizzaiolo. Certo, qualche pizza l’ho bruciata, anche perché il forno a legna è capriccioso, però imparare un mestiere è sempre importante, ed è stato davvero molto utile per il mio carattere.


Tra l’altro, hai iniziato a lavorare come pizzaiolo e a scrivere più o meno nello stesso periodo...
Sì, esatto.


Lo scrittore e il pizzaiolo sono due mestieri che hanno entrambi una dimensione creativa. Altri punti di contatto?
Ah guarda non lo so, non ci ho mai pensato! (ride) Anche perché tutti mi dicono: “Ah, ma tu quando sei in pizzeria osservi, guardi, raccogli materiale…”. Io non ci penso proprio!


Sei concentrato a fare bene il tuo lavoro...
A parte quello, ma poi le storie ti si sedimentano da sole dentro! È quando scrivi che ti ritorna in mente: “Ah, ma quel cliente…”.


Ma quindi è vera anche la storia del turista tedesco che entra in pizzeria e ordina una pizza pomodoro, mozzarella e ananas e la accompagna con un cappuccino?!?
Sì. Tutto quello che c’è nel libro è realmente accaduto. Tu hai detto che La pizza per autodidatti è un manuale-non manuale: è perché c’è una parte molto spiegata, ma mi piaceva che filtrassero anche i racconti, narrare il mio paese, che è simile a tanti altri, dove ancora si coltiva la santoreggia e hai il tarassaco sul balcone. E poi c’è la psicologia della pizza, perché è vero che certe facce, certe persone, certi caratteri si rispecchiano in certe pizze. D’altra parte io sono dieci anni che faccio presentazioni di libri, ma alla fine spesso le persone non mi chiedono dei libri, ma vengono e mi dicono: “Il mio forno a legna si scarica presto”, “L’impasto è pesante”… E allora ho pensato: “Beh, ma allora glielo scrivo, così magari è utile a tutti: il lievito, l’impasto… Sono cose che conosco…”.


Quant’è importante per te, che sei un malato di America – e parli con uno che ha le pareti di casa tappezzate di targhe automobilistiche americane - la dimensione della provincia?
Tutto. Perché per me non è la provincia. È casa. È il mio mondo. Io cerco sempre di non stare via più del necessario. Roma è bellissima, tutte le città sono bellissime, sono tutte più belle di Casola (Valsenio, provincia di Ravenna, ndr), ma Casola è Casola. Ci sono nato, ci vivo, so che ci morirò o che quantomeno ci sarò sepolto. È come il Sangiovese. Lo puoi pure piantare nel deserto o in una foresta tropicale e farlo crescere, ma non sarà più Sangiovese. Il Sangiovese deve stare sulla sua collina. Io sono Sangiovese e sto sulla mia collina. Orhan Pamuk ha detto che a volte un luogo è il destino di un uomo. Casola è il mio destino.


Cosa scriverai prossimamente?
Te lo direi, ma non posso, porta male! Però qualcosa di nuovo uscirà sicuro prima di settembre. Tre libri in due anni… Poi non scriverò più per altri venti...


Beh, ma noi li aspettiamo i tuoi libri!
Eh, ma io sono pigro e cialtrone!


E hai scelto di fare lo scrittore e soprattutto il pizzaiolo, che è un mestiere faticosissimo?
Ma Casola è piccola, non fai mai tardi! Son duemilaottocentosettanta abitanti…


Proprio piccina piccina...
Già. Ma di duemilaottocentosettanta non ce n’è mica uno normale! Tutti mi dicono: “Prima o poi le storie da raccontare finiranno…”. Macché! Finisce prima Roma.

I libri di Cristiano Cavina

 

 

 

 
 
 
 
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