Intervista a D. B. John

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Il piacevole colloquio telefonico con il giornalista gallese, in libreria con un avvincente thriller ambientato nella Corea del Nord di Kim Jong-Il, segna un piccolo ma significativo record nella mia carriera di intervistatore: è la prima intervista della mia vita che faccio guidando l’automobile nel traffico. Occhio alle minacciose buche che tappezzano l’asfalto delle strade di Roma e orecchio alle parole di D. B. John, vivo con attenzione ed emozione un inedito tragitto verso l’ufficio.




Ho letto da qualche parte che la curiosità per la Corea del Nord ti è venuta quando hai visto le bizzarre immagini del funerale di Kim Jong-Il, il “caro leader”, con il corteo funebre che attraversava ali di folla in preda a isterismi probabilmente simulati. È così?
È andata proprio così. Mi ricordo ancora quando ho visto in tv le immagini che arrivavano da Pyongyang il 19 dicembre 2011: subito ho deciso che volevo ambientare un romanzo in Corea del Nord in quel momento storico. Era una visione assolutamente scioccante, sembrava quasi che la popolazione fosse in preda ad un incantesimo: in una situazione normale si sarebbe dovuta vedere gente che ballava per le strade dopo la morte di un dittatore del genere, invece tutti piangevano a dirotto, ostentatamente. Conoscevo abbastanza il Paese per sapere che dietro a quelle scene c’era la paura, non il dispiacere sincero. Anche i bambini in Corea del Nord sapevano quale sarebbe stata la punizione per chi fosse rimasto con gli occhi asciutti in quel giorno di lutto, questo è il tipo di controllo che il regime nordcoreano ha sul suo popolo. Mi interessava l’idea di ambientare un thriller in un Paese così chiuso, così spaventoso, così pieno di segreti.

…un Paese che tu hai anche visitato: come è andato questo viaggio?
In effetti l’ho visitato quattro mesi dopo aver assistito a quelle scene, nell’aprile 2012. Devo dire che è stata una coincidenza molto fortunata per me capitare in Corea del Nord in un momento tanto simbolico e importante, proprio in quei giorni si festeggiava il centenario della nascita di Kim Il-Sung, il fondatore del regime e nonno dell’attuale leader coreano, Kim Jong-Un, e potei assistere a celebrazioni memorabili, mai viste prima, per le quali furono spesi milioni di dollari anche se la gente faceva fatica a mangiare e quasi nessuno aveva l’energia elettrica in casa. È stato anche il momento in cui in Corea del Nord furono ammessi più turisti stranieri. Ho avuto quindi l’occasione di vedere il culto del leader alla sua massima potenza, nella sua forma più eccessiva. Ovviamente anche allora il regime ha cercato di mostrare il suo lato migliore, ma facendo attenzione si riusciva a vedere al di là della propaganda e della scenografia che era stata realizzata.

Come è cambiata la Corea del Nord da Kim Jong-Il a Kim Jong-Un, se è cambiata?
In realtà la Corea del Nord sta cambiando molto più velocemente di quanto l’opinione pubblica occidentale non creda e non percepisca. Una grandissima quantità di informazioni sta entrando nel Paese, il regime sa che non è in grado di fermare questo flusso di informazioni dall’esterno. Si tratta di un processo di apertura e cambiamento che in realtà è cominciato negli anni Novanta con la grande fame: già allora era nato questo piccolissimo capitalismo con le donne che vendevano i loro prodotti, mentre nel frattempo una nuova élite avanzava sia all’interno del Partito che nelle gerarchie militari, più interessata a fare soldi che non presa dal fervore ideologico o rivoluzionario. Senza accorgersene, la Corea del Nord è diventata un Paese capitalista, malgrado dall’esterno noi lo si consideri ancora un regime marxista-stalinista. Invece quello che ha fatto il regime nord-coreano in questi anni è stato reinventarsi in una nuova direzione, più nazionalista e razzista che socialista, anche perché si rendono conto che l’antiamericanismo è l’unica posizione che potrebbe attrarre consensi nella regione, facendo riavvicinare addirittura gli abitanti della Corea del Sud.

In un certo senso con il tuo romanzo Stella del Nord hai anticipato la crisi missilistica tra Stati Uniti e Corea del Nord del 2018… Ti senti un po’ “profetico” in questo?
No, è stata solo una coincidenza, ma non nego che si è trattato di una grande fortuna per me. Quando ho iniziato a scrivere il libro non mi sarei mai immaginato che addirittura ci sarebbe stato un incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e il Kim al potere in questo momento in Corea del Nord. La questione coreana è nella sua fase di massima visibilità mondiale, posso dire che Kim Jong-Un sta facendo marketing per me in questi mesi!

Come giornalista ti piacerebbe essere presente all’incontro tra Trump e Kim Jong-Un?
Ormai sono più romanziere che giornalista, mi piace più inventare le cose piuttosto che raccontare come sono andate. Però in questo caso farei volentieri un’eccezione, sarei davvero molto interessato a vedere come questi due uomini interagiscono tra loro. Stella del Nord è il mio secondo romanzo (e anche il secondo romanzo in cui appare un dittatore), chissà che Trump e Kim Jong-Un non appaiano entrambi nel mio terzo romanzo…

A proposito di terzo romanzo, dove sarà ambientato? Sarà sempre un thriller?
Non solo sarà sicuramente un thriller, ma avrà anche la stessa protagonista. Jenna stavolta però si muoverà in Russia. Sono molto affascinato dalla figura di Vladimir Putin, dagli uomini che riescono come lui a usare la voce e gli umori della folla per spazzare via le regole, piegarle a proprio piacimento. Senza nessuna attenzione alla libertà di stampa, ai diritti umani, all’opposizione democratica. È quello che credo stia succedendo in Russia in questi anni.

Jee-min “Jenna” Williams è un personaggio complesso, sfaccettato, tormentato. Ecco, perché hai scelto una protagonista femminile e come ci si sente a raccontare una storia nei panni di una donna?
È stata senza dubbio lei il personaggio più difficile da disegnare finora per me. Non ho avuto però nessuna difficoltà a usare il punto di vista di una donna, di una donna così forte e complicata. Sono un appassionato lettore di William Boyd, e anche lui usa spesso protagoniste femminili. Una volta gli ho chiesto dove trovava tutta questa confidenza nell’usare voci di donne e lui mi ha risposto: “Mi concentro sul carattere dei personaggi, non sul loro sesso”. Jenna Williams è un’outsider sin dalla nascita, essendo metà asiatica e metà afroamericana: ma del resto questo discorso vale un po’ per tutti i miei personaggi, che non si sentono mai a loro agio ma hanno una forza interiore di cui a volte nemmeno loro si rendono conto.

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