Intervista a Dacia Maraini

Articolo di: 

In occasione della “XVI settimana della lingua italiana nel mondo” l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia ha invitato Dacia Maraini a incontrare gli studenti dell’Università della capitale polacca. Mi ha fatto estremo piacere e riempito d’orgoglio essere stato scelto dagli organizzatori per introdurre la grande scrittrice italiana. È stata una giornata memorabile: nella bellissima cornice dell’ateneo di Varsavia, davanti a centinaia di persone attente e appassionate, ho avuto il piacere di conversare amabilmente con la signora Maraini e soprattutto di ascoltare le sue parole. La serata si è chiusa in bellezza al magnifico ricevimento organizzato dall’Ambasciatore italiano Alessandro De Pedys e dalla sua gentile signora. Provo a sintetizzare in forma di intervista alcuni dei temi affrontati a Varsavia, scusandomi sin d’ora se solo una piccola parte delle cose dette ha trovato posto nell’articolo che segue.




In un libro di qualche anno fa, intitolato E tu chi eri?, racconti di essere stata inviata, giovane cronista, a intervistare Eugenio Montale. Ti eri preparata domande approfondite, ma poi una volta faccia a faccia con il burbero poeta ti sei emozionata e con una vocina esile sei riuscita a fargli solo una domanda sulla sua infanzia, la prima che ti è venuta in mente. Emozionato anch’io, uso biecamente lo stesso stratagemma: che avventura è stata la tua infanzia?
Da dove cominciare? Visto che ci troviamo a Varsavia comincerò dalla mia nonna paterna mezza polacca e mezza inglese, che si chiamava Yoї Pawloska Crosse e che scriveva. Era una donna straordinaria, nel 1912 si metteva uno zaino in spalla e andava viaggiando a piedi per il mondo, cosa quasi impensabile per una donna allora: aveva un gran coraggio e un grande spirito di avventura. Un personaggio fantastico che ora sta di nuovo suscitando interesse, so che sono in corso di scrittura due biografie su di lei in Inghilterra e questo ovviamente mi fa molto piacere. Dopo essersi separata dal marito si trasferì a Firenze e qui incontrò e sposò mio nonno, uno scultore che fra l’altro ha inventato la Biennale di Venezia. Lui si era invaghito del primo fascismo, quello di Marinetti – il “nuovo socialismo”, come lo definiva Benito Mussolini all’inizio – e per questo entrò in conflitto con il figlio, cioè mio padre, che allora era uno studente di Antropologia ed era profondamente infastidito dal razzismo del movimento fascista. Nonno pensava che fosse un particolare che con il tempo si sarebbe smussato, non gli dava molta importanza, invece mio padre Fosco era come se avesse intuito l’orrore che stava per arrivare. Un giorno mio nonno portò a mio padre una tessera del Fascio, spiegandogli: “Senza questa non puoi lavorare” e posandogliela in mano come fosse una necessità a cui adeguarsi senza tante storie. Mio padre, che aveva un carattere… diciamo “deciso”, strappò la tessera in mille pezzi e glieli buttò in faccia. Fu una rottura terribile, per trent’anni non si sono più parlati. E per di più in seguito a questo litigio mio padre se n’è andato di casa, nonostante fosse un ventenne che non guadagnava niente: per qualche tempo fu costretto a vivere di patate perché non poteva permettersi altro. Poi qualche anno dopo ha avuto la fortuna di vincere una borsa di studio internazionale per studiare da vicino una popolazione del nord del Giappone che si chiamava Ainu, un popolo di cacciatori di orsi, e allora con molto coraggio – coraggio che probabilmente gli veniva da sua madre – ha preso la giovanissima moglie e la figlia appena nata (che ero io) ed è partito per il Giappone. Là abbiamo vissuto a Hokkaido, tra la neve, ma molto integrati nella società locale: vestivamo alla giapponese, mangiavamo alla giapponese, io da piccolina parlavo perfettamente il dialetto di Kyoto. Nel 1943 purtroppo è cambiato tutto, perché l’impero nipponico ha firmato un patto di alleanza con Hitler e Mussolini e quindi è stato chiesto a tutti gli italiani che vivevano in Giappone di firmare un’adesione formale alla Repubblica di Salò. Mio padre e mia madre hanno deciso di non aderire, nonostante molti altri connazionali avessero firmato, considerando quell’atto come una formalità. Loro invece, con l’idealismo dei giovani che credono nelle loro idee, hanno detto no, decidendo di rischiare la rappresaglia che sarebbe arrivata per questa scelta. È stato per la nostra famiglia un momento decisivo, perché ci hanno preso, caricato su un camion e portato in un campo di concentramento non lontano da Hiroshima. Siamo rimasti là due anni: non c’era lo sterminio come nei lager nazisti, ma la vita era molto molto dura per la fame, il freddo e i parassiti. Ogni giorno le guardie ci contavano e ci dicevano che appena ottenuta la vittoria ci avrebbero tagliato la gola: immaginate una bambina della mia età quale terrore poteva provare, mi ricordo che ogni sera con sollievo pensavo “Siamo ancora vivi”, pensate questa infanzia come ha influenzato la mia vita. Mio padre diceva sempre ai guardiani del campo: “Ma le bambine” – perché nel frattempo erano nate le mie due sorelle, io avevo sette anni, un’altra quattro e la più piccola due – “non sono prigioniere politiche, non potete trattarle così!”, però i giapponesi rispondevano che noi eravamo traditori e i traditori non hanno diritti. Allora mio padre, scavando nelle sue conoscenze antropologiche, ha tentato una mossa disperata: sapeva che esisteva una tradizione samurai definita “yubikiri” per cui se un uomo si taglia un dito e lo tira addosso al nemico gli crea un’obbligazione e gli impedisce di considerarlo un vile. Coraggiosamente mio padre Fosco ha preso un’accetta, si è tagliato un dito e lo ha gettato addosso alla guardia che ci sorvegliava. Lì per lì ha ottenuto solo calci, pugni, urla, però poi incredibilmente – l’Antropologia qualche volta serve, dunque! – i giapponesi hanno smesso di darci dei vigliacchi e insultarci e ci hanno regalato una piccola capra che faceva del latte: e quel latte ci ha salvato la vita. Dopo le bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima alla radio l’imperatore giapponese dichiarò la resa (e non era mai successo né che l’imperatore, considerato un essere divino, parlasse alla radio né che il Giappone si arrendesse) in contrasto con i suoi generali che volevano combattere fino alle estreme conseguenze, al sacrificio. Senonché parlava un giapponese antico, che nessuno capiva, e mio padre – che lo aveva studiato all’università – faceva da traduttore alle guardie dubbiose. Poi per fortuna siamo potuti rientrare in Italia, però non avevamo niente, dovevamo ricominciare tutto da capo: mio padre si mise a fare il fotografo. Rimase comunque legato al Giappone, ci andava spesso e anni dopo ha sposato in seconde nozze una giapponese. Il campo di concentramento ha ovviamente rappresentato per me un’esperienza terribile, che mi porto addosso come una ferita non ancora sanata. Infatti non sono mai riuscita a scrivere un libro sugli anni nel campo di concentramento: ne ho parlato qui e là, ma un libro intero non sono ancora riuscita a scriverlo, è un ricordo che smuove troppo dolore. Però ho promesso a me stessa che prima di morire lo scriverò, e lo farò.

Sei figlia di un grande viaggiatore, tu stessa una grande viaggiatrice. Non a caso il documentario sulla tua vita uscito nel 2013 si intitola Io sono nata viaggiando. Hai detto una volta che “viaggiare e scrivere sono facce della stessa medaglia”. Perché?
Certamente scrivere è un modo di viaggiare con la mente, con l’immaginazione. E l’immaginazione è il motore più potente che abbiamo, l’etica che cos’è se non immaginazione, la capacità di immaginare il dolore altrui, di immaginare il futuro, di pensare al mondo in termini complessi. Quindi sviluppare l’immaginazione vuol dire far crescere un buon cittadino, per questo è importante leggere. Ogni tanto qualche insegnante mi chiede: “Come faccio a convincere gli studenti che è importante leggere?”. Ammetto che non è facile. Il problema è che molti pensano che leggere sia immagazzinare informazioni e quindi preferisce modi e strumenti più veloci e comodi per raggiungere le informazioni, peraltro oggi siamo bombardati da informazioni e quindi molti pensano “Che leggo a fare?”. Ma la lettura non è informazione, è formazione: due cose completamente diverse. L’informazione ci può arrivare attraverso la tecnologia e va benissimo, non sono certo contraria, ma non bisogna trascurare la formazione, che è mediata da strumenti più complessi, come la lettura. Chi legge un libro lo deve riscrivere, cioè mette la sua immaginazione dentro il libro, viaggia appunto dentro il libro e ricostruisce attraverso le parole, i suggerimenti di un autore la storia che sta nel libro. Diceva José Ortega y Gasset, il grande studioso spagnolo: “Si entra in un libro come in un paesaggio e quando si è veramente dentro un libro si è impaesati e non si ha più voglia di spaesarsi” – che mi pare una bellissima immagine – “e si esce da un libro con le pupille dilatate”, quindi quasi come da un’esperienza di droga, molti sanno che quando un libro “ti prende” fai fatica a uscirne, ti avvolge, ti conquista. Un’altra ragione per leggere è che si viaggia nel tempo e nello spazio: io che vivo nel 2016 ho una visione molto ridotta, posso viaggiare nel 1200, 1300 o 1600 attraverso i libri e capire come vivevano gli uomini allora, cosa facevano: e questo dona un grande spazio alla mente, una grande esperienza. Lo sforzo che si fa per decifrare la scrittura è esattamente il contrario della conoscenza virtuale: oggi abbiamo sempre uno schermo davanti e non vediamo mai chi c’è dietro, non vediamo le persone. E poi c’è la questione del tempo. A me sembra che tutti i libri di narrativa siano in realtà interrogativi sul passaggio del tempo. Noi non sappiamo cos’è il tempo, è un qualcosa di misterioso. Lo vediamo sulla pelle il tempo che passa, ma non sappiamo cos’è. Forse il tempo non esiste, se paragoniamo il tempo umano al tempo dell’universo il nostro tempo diventa nulla, scompare: per farlo vivere abbiamo inventato quell’oggetto poetico e fragile che è l’orologio, ma è soltanto un nostro bisogno di esserci, di dilatare il nostro spazio. Sono stratagemmi per vincere il mistero del tempo: si può credere in un dio, ma il mistero rimane e non abbiamo ancora le risposte alle nostre domande. La narrazione quindi ha a che fare con questo mistero, è per questo che non può esistere un romanzo di tre pagine, malgrado non è che esista una legge che lo vieti: per indagare sul tempo il libro necessita di un tempo per essere scritto ed essere letto.

Tutti ti conoscono come grande autrice, ma pochi sanno che ti sei cimentata anche con la traduzione. Come è andata?
Ho tradotto dall’inglese un racconto di Joseph Conrad, scrittore che amo moltissimo, un testo bellissimo ma poco conosciuto che si intitola The secret sharer, e già dal titolo si è rivelato un lavoro non facile. La parola “sharer” infatti in italiano non esiste, non abbiamo un sostantivo che corrisponde al verbo “condividere”, non usiamo il termine “condivisore”, per cui si è scelto il titolo Il compagno segreto, malgrado io non fossi molto d’accordo. È un romanzo breve di una bellezza straordinaria e di una modernità assoluta, la storia del capitano di una nave che di notte, mentre fuma un sigaro sul ponte della nave nel silenzio al chiaro di luna e i suoi marinai stanno dormendo sente un rumore, crede che sia un pesce e invece scopre che è una persona che chiede di essere issata a bordo. Il capitano l’aiuta a salire e quando lo sconosciuto gli si siede di fronte scopre che è identico a lui, che è un suo doppio venuto dal mare – una trovata molto moderna, non trovi? Immediatamente il protagonista entra in una strana sintonia con questo doppio, sente l’istinto di proteggerlo anche se poi viene fuori che si tratta di un assassino. Lo vuole proteggere, lo nasconde nella sua cabina e fa di tutto per non fare scoprire la sua presenza al resto dell’equipaggio e a coloro che lo stanno braccando, su altre navi. E così i due passano le notti, faccia a faccia a parlarsi e raccontarsi la propria vita: l’assassino venuto dal mare e l’onesto capitano che però sente che l’altro è una parte di sé. Ho fatto una fatica immensa a tradurre questo romanzo breve: uno potrebbe pensare che Conrad sia uno scrittore semplice, lineare, invece no perché la sua struttura narrativa non è quella della tradizione anglosassone, ma resiste dentro di lui una struttura mentale polacca. Col tempo mi sono convinta che ogni scrittore ha una trama musicale tutta sua, che un lettore che non ha una grande conoscenza della sua opera magari non avverte ma c’è. La trama musicale di Conrad non è quella inglese a cui siamo abituati, scrive in una lingua per così dire un po’ distorta, che ha un’eleganza straordinaria ma anche un carattere estraneo. Conrad aveva un senso di colpa terribile, perché aveva il padre in prigione in quanto patriota polacco e la madre era morta giovane. In punto di morte il padre gli aveva fatto promettere che lui avrebbe continuato la lotta contro l’usurpatore ma Joseph non sopportava questa vita tra prigione e pericoli e così aveva deciso di emigrare in Inghilterra e imparare un’altra lingua e un’altra vita. Ma se andate a guardare in tutte le storie di Conrad c’è un traditore…

Si parla spesso di “scrittura al femminile”, intendendo tante cose diverse. A mio modo di vedere nella tua opera non c’è tanto uno stile femminile di scrittura, quanto un scrittura che dà voce alle donne…
Non credo che esista una letteratura al femminile, lo stile è personale e non ha nulla a che vedere col sesso di un autore: esiste però un punto di vista. E siccome il punto di vista è storico, esiste un punto di vista delle donne come esiste un punto di vista africano o un punto di vista occidentale. È una convenzione parlare di stile femminile in Letteratura, ti faccio un esempio per farti capire quello che penso: abbiamo due grandissime scrittrici italiane del Novecento, Elsa Morante e Lalla Romano, una romana di origini meridionali e una piemontese. La Romano ha uno stile estremamente contratto, uno stile molto semplice, limpido, pulito e senza metafore, con personaggi che non oltrepassano mai un confine di 100 metri attorno alla sua casa. La Morante invece ha uno stile febbrile, barocco, pieno di metafore e luoghi del pensiero e neologismi, con una mitopoietica che prende piccoli borghesi e li fa diventare re, regine, protagonisti di una trama fiabesca. Due scrittrici, due donne, due stili completamente diversi. La più grade poetessa americana di tutti i tempi, Emily Dickinson, è rimasta tutta la vita tappata in casa a scrivere tranne rarissime eccezioni, guardando il mondo dalla finestra: quando mandò le sue poesie ad un illustre critico letterario di Boston, lui le rispose che i suoi versi avevano una certa grazia ma che le mani di una donna erano più adatte al ricamo e alla cucina che alla poesia. Mortificata, la Dickinson non tentò mai più di farsi pubblicare le sue poesie. Quando morì, tutta la sua opera – centinaia di fogli custoditi in un cassettone – stava per finire nel caminetto: la salvò la cognata, che ha permesso che poesie tanto belle siano giunte fino a noi. Il punto di vista conta: l’uomo va a fare la guerra, la donna sta in casa e si occupa dei figli – almeno storicamente è così – ed è chiaro che il loro punto di vista sulle cose della vita sarà diverso. Ma non esiste una scrittura al femminile.

Nella incredibile, meravigliosa galleria di protagoniste dei tuoi romanzi ce n’è qualcuna a cui sei più legata? Qual è il tuo personaggio più amato?
Di solito l’ultimo. Convivo due o tre anni con le mie protagoniste e lungo il tempo della scrittura mi ci affeziono. Fatalità vuole però che il protagonista del mio romanzo più recente, La bambina e il sognatore, sia un uomo, per la prima volta la mia voce narrante è stata maschile. Perché? Perché mi invitano continuamente nelle scuole, più sovente nei licei ma qualche volta anche nelle scuole elementari, che in Italia sono in mano alle donne. Eppure negli ultimi tempi mi è capitato di visitare due o tre scuole elementari dove ho incontrato dei maestri. Per insegnare alle elementari bisogna avere una grande passione per i bambini: il lavoro è di grande difficoltà ed è pagato pochissimo, non ha alcun prestigio. Fino a un secolo fa anche nei più remoti paesini c’era il parroco, il farmacista (o medico) e la maestra: erano tre punti di riferimento molto importanti, la maestra era una delle pochissime professioni affidata alle donne ma era un ruolo molto di prestigio. Purtroppo con i decenni la maestra elementare è stata progressivamente svalutata, e se oggi un giovane uomo decide di svolgere quel mestiere compie un atto di coraggio. Vedere questi giovani maestri pieni di passione che con sacrificio vivevano a contatto con i bambini mi ha molto colpito e mi ha ispirato.

Il tema della XVI settimana della lingua italiana nel mondo – nell’ambito della quale si svolge questa nostra conversazione a Varsavia – è la moda, il costume, la creatività. Che rapporto ha Dacia Maraini con la moda e che rapporto hanno le donne dei suoi romanzi con la moda? Quando costruisci un personaggio pensi anche al lato estetico?
Devo confessare che non ho nessun interesse per la moda, penso che ormai sia diventato un teatro. Nessuno che conosco indosserebbe mai i vestiti che si vedono alle sfilate, sono cose incredibili e improbabili. Ma come rappresentazione teatrale è piacevole, colorata e gli italiani sono maestri nel fare teatro, da sempre. La pubblicità poi è addirittura offensiva nei riguardi del corpo femminile, per vendere un frigorifero si usa un corpo di donna seminudo e questo è un insulto: poiché viviamo in una società basata sul mercato in cui si tende a fare della persona un compratore prima che un cittadino – un’idea mostruosa che ci vuole tutti senza idee, senza pensieri, senza personalità ma solo disposti a farci influenzare per acquistare merce – accostare un donna a un elettrodomestico significa suggerirci che sono due mercanzie in vendita. Ma del resto Berlusconi ha comprato dei senatori, quindi figuriamoci! Il mercato supera qualsiasi sacralità del corpo umano e qualche volta la moda, invece di mantenere l’allegrezza e la leggerezza della sua teatralità, si allea con la pubblicità e mortifica il corpo, soprattutto femminile. Proporrei di fare più spettacolo e meno mercato.

Dacia Maraini è una grande creativa e ha conosciuto tanti creativi: artisti, poeti, scrittori, cineasti. Ecco, come funziona il processo creativo, qual è la scintilla? E i creativi sono persone speciali o si tratta di un’arte, di un artigianato che si acquisisce con il tempo e lo studio?
Penso che si nasca con un talento: si può avere una bella voce, essere intonati ma questo non basta per salire su un palcoscenico, chiunque capisce che per cantare è necessaria una tecnica, un allenamento, uno studio. Nella scrittura c’è l’equivoco “Io parlo, quindi scrivo, più o meno è lo stesso” e questo è un errore enorme. C’è una distanza abissale tra la parola parlata e la parola scritta, sono due cose profondamente diverse. Come per la musica, è necessaria la tecnica. Quanto alla scintilla creativa, a me succede che mi venga a trovare un personaggio, un po’ pirandellianamente se volete bussa alla mia porta, io lo faccio accomodare e lui o lei mi racconta una storia e poi se ne va. Quando un personaggio dopo aver raccontato la sua storia e aver bevuto un tè o un caffè assieme a me mi chiede di rimanere a cena e poi addirittura un letto per dormire e la colazione la mattina successiva, io capisco che questo personaggio si è accampato a casa mia e nella mia immaginazione. Ogni scrittore ha il suo metodo creativo e i suoi processi, a me succede così: parto dal personaggio che bussa alla mia porta e chiede di essere raccontato. Da dove vengano questi personaggi io non lo so, nel processo di gestazione di un’opera c’è sempre qualcosa di misterioso, ve lo dirà ogni artista. Qualche volta ho paragonato lo scrittore a un palombaro che scende nelle acque buie dell’inconscio collettivo, raccoglie degli oggetti e li porta alla luce. Quegli oggetti ci sono già, non li inventa lui ma li porta in superficie perché ha la capacità di comunicare con le parole, fa riconoscere alla gente quello che già c’era nell’inconscio collettivo ma non era ancora venuto del tutto alla luce.

Accanto alla creatività nel tuo percorso di scrittrice c’è sempre stato l’impegno civile. L’emarginazione, la periferia, le lotte femminili, la mafia, il razzismo. Lo scrittore è solo un testimone del suo tempo o anche un motore dei cambiamenti sociali?
L’impegno non è un obbligo in Letteratura, dipende dagli scrittori. Ce ne sono che non credono nell’impegno ma solo nella scrittura, si chiudono nella scrittura pura, magari facendo vere e proprie rivoluzioni dal punto di vista letterario o linguistico: James Joyce, per dirne uno. Gadda è un altro, lui era profondamente antifascista ma questo vien fuori solo dallo stridore di un linguaggio innovativo, lui non si è mai impegnato apertamente nel sociale. Altri scrittori invece sono schierati attivamente nel loro tempo, penso per esempio a Dante Alighieri – forse lo scrittore italiano più impegnato di tutti i tempi –, a Giacomo Leopardi, a tanti altri che hanno avuto un rapporto teso e critico con la loro realtà sociale. Poi ci sono gli scrittori che vanno oltre l’impegno, che scelgono la via della provocazione come Pier Paolo Pasolini che tutti leggendo le sue opere pensano fosse una specie di furia e invece nella vita di tutti i giorni era un uomo dolcissimo e mite, che non avrebbe mai detto una parola sgarbata o antipatica a nessuno.

Sei sempre in giro per il mondo: nelle università, nelle librerie, nelle scuole, tra la gente. Che immagine ha oggi l’Italia all’estero? Come ci vedono?
All’estero ci vedono e percepiscono molto meglio di come gli italiani vedono loro stessi. Noi non ci amiamo, critichiamo tutto in continuazione, viviamo all’insegna del più becero individualismo. Invece all’estero gli italiani sono molto amati. Recentemente sono stata nel bellissimo Vietnam in un’università e ho notato con stupore che c’è un affollatissimo corso di lingua e letteratura italiana. Ma come mai, ho domandato, qui non c’è una forte comunità italiana… Sapete cosa mi ha risposto una studentessa esile esile con le treccioline? “Perché voi siete la più grande potenza culturale del mondo”. E io ho risposto “Ah, davvero?”. In Corea del Sud invece l’ambasciatore italiano mi ha invitato ad assistere ad un’opera lirica italiana eseguita da cantanti e musicisti coreani e io ho pensato “Capirai, già in Italia ci vanno solo gli anziani, figuriamoci qui!”. Beh, era una sala da tremila posti completamente esaurita con un pubblico tutto di giovani che facevano il tifo come fosse un concerto di Madonna, sono rimasta esterrefatta. E così in tanti altri Paesi: l’Italia è amata, l’italiano è la quarta lingua studiata nel mondo. Ma noi invece non ci amiamo, ci sputiamo addosso da soli troppo facilmente con un furore un po’ masochista. Stanno chiudendo persino alcuni Istituti Italiani di Cultura in giro per il mondo e questo non deve succedere assolutamente, è essenziale che la nostra cultura sia presente nelle capitali del mondo.

I LIBRI DI DACIA MARAINI


 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER