Intervista a Daniel Pennac

Daniel Pennacchioni in arte Pennac, professore di liceo in pensione, già autore di libri per bambini e poi scrittore di successo mondiale, è una persona mite, gentile e disponibile. Sa ascoltare, non è pieno di sè e ha sempre un sorriso gentile per tutti. Già solo per questo ci sta più che simpatico. Se aggiungiamo che si è sottoposto al nostro fuoco di fila di domande - forse persino indiscrete, a tratti - senza battere ciglio, allora possiamo solo ringraziarlo.




Perché scrivere un Diario di scuola proprio ora alla veneranda età di...?
Sono vent'anni almeno che dico a me stesso: dai Daniel, devi scriverlo, devi scrivere qualcosa sul dolore, sulla sofferenza di non capire. Ma nella vita non sappiamo mai quando i nostri progetti maturano, questo per una serie di ragioni non tutte a me chiare lo ha fatto quattro anni fa. E' ovviamente un libro largamente autobiografico. Ero un pessimo alunno: capivo talmente poco in tutte le materie che mi chiedevo perplesso cosa la scuola si aspettasse da me. C'è una leggenda familiare secondo la quale io ho impiegato un anno intero per imparare la lettera A, e mio padre diceva: Non è un problema, tranquillo: di questo passo tra solo 26 anni saprai tutto l'alfabeto! Tutto sommato è andata meglio, sono arrivato a 'soli' vent'anni alla maturità...

A un certo punto tutto è cambiato, però...
Tutti i miei fallimenti, una volta diventato professore, li ho trasformati in sapere. E questo processo, dal punto di vista intellettuale, è stato veramente esaltante.

Come nasce un alunno disastroso?
Gli alunni sono la 'ragione sociale' dei bambini: perché alcuni trovano tanta difficoltà, tanta sofferenza e dolore per maturare questo ruolo sociale di alunni? La risposta è: la paura. La paura delle domande che possono esser loro rivolte. In un certo senso possiamo dire che tutti noi abbiamo legittimamente paura quando veniamo interpellati, quel piccolo secondo che ci mettiamo in media a rispondere è abitato da quella strana paura. Perché in fondo sentiamo che tutta la nostra identità è ogni volta giocata nella risposta che dobbiamo dare, anche se la domanda è: dov'è la toilette? Ecco, per un bambino tutte le risposte sono fondamentali, nessuna banale. Perché da quelle risposte dipende l'opinione che questo mondo semi-divino di giganti avrà di lui. Ecco perché bisogna aiutare i ragazzi a guarire da questa paura innata, per insegnare loro qualcosa.

E la scuola ci riesce davvero, a insegnare? Quali ti sembrano i problemi più urgenti del sistema scolastico?
Non conosco abbastanza bene la scuola italiana per esprimere un giudizio preciso, ma non penso che i problemi fondamentali siano poi così diversi da quelli che abbiamo in Francia. Il primo problema dei professori non è tanto la formazione, quanto la concorrenza quotidiana della società consumistica e mercantile. I ragazzi - da quando nascono fino alla fine degli studi (se li finiscono) - sono clienti prima ancora che bambini. Dal primo barlume di conoscenza la società fa passare in loro l'idea che il bisogno consumistico sia un bisogno fondamentale. Si tratta di un sentimento talmente pervasivo e generalizzato che persino tutta la storia del sentimento familiare andrebbe riscritta: l'amore dei genitori significa offerta di beni. I bambini questo amore lo misurano, per colpa della pubblicità, col metro del regalo ricevuto. In questo universo di desiderio permanente i professori si rivolgono ai veri bisogni fondamentali (leggere, scrivere, fare di conto, ragionare) e quindi di fatto insegnano loro (o tentano di farlo) a resistere. Qual è in fondo il mestiere del professore? Donare ai bambini il desiderio di imparare passando attraverso i muri eretti dalla società, risvegliare nel bambino il bisogno di aprire la mente. E non andare di scaricabarile in scaricabarile: quante volte abbiamo sentito la frase "Gli mancano le basi"? All'Università si incolpano i colleghi professori delle superiori, alle superiori quelli delle medie, alle medie quelli delle elementari e così via. Traduzione: "Non ci va di faticare a fare il nostro lavoro".

Il desiderio di imparare però nell'alunno Pennac non voleva saperne di svegliarsi: perché?
Nel mio caso personale mi trovavo in uno stato tale che non mi ponevo domande. Avevo insegnanti gentili che mi facevano discorsi incoraggianti ma generici, che mi facevano bene per cinque minuti ma poi dovevo fare i compiti di Matematica e quei discorsi gentili improvvisamente non servivano più. Non pensavo di essere un cattivo studente, attenzione: pensavo di essere un coglione.

E' vero come dicono molti che il fenomeno del bullismo scolastico sarebbe un’eredità del permissivismo del ’68?
Anche in Francia si è aperto un dibattito sul fatto che ci sia o meno un rapporto diretto con gli avvenimenti del maggio del 1968, ma credo che si tratti più di una bagarre politica comica e grottesca che di una discussione seria, perché il ’68 francese è stato un movimento spontaneo contro il consumismo eccessivo e volto al riavvicinamento delle persone tra loro. Ripeto: un movimento spontaneo contro l’eccesso dei consumi. Da allora sono passati 40 anni e oggi il principale nemico è l’inaudita livellizzazione degli allievi da parte della società mercantile e direzionata dalle pubblicità di apparecchi elettronici. Oggi tutto viene strumentalizzato dall’economia e dai consumi e questo non mi pare proprio frutto del ’68.

Cosa pensi del ripristino del voto in condotta, del ritorno dei grembiuli, tutte questioni recentemente molto dibattute in Italia?
Credo che nella scuola debba esserci sempre un gioco di reciprocità, e che i professori debbano trasmettere la propria autorevolezza intellettuale. Un'autorevolezza che si impone solo se la si ha veramente. Anche nelle scuole africane, indiane, cubane si usano i grembiuli come una forma di autorità, come un castigo perché sono gli abiti dell’autorità a scuola, ma la vera autorità non è questa. Un insegnante che è un assenteista tradisce la propria autorità intellettuale, e lo fa anche se non restituisce i compiti in tempo. Se per primi gli insegnati non rispettano gli impegni che il loro ruolo gli assegna non si possono pretendere risultati.

Il tuo celeberrimo Ciclo di Malaussène è ambientato nel quartiere di Belleville, periferia di Parigi. Perché proprio questa scelta?
Perché è l'unico quartiere veramente multiculturale, una specie di pianeta a sé stante pieno di immigrati provenienti dagli angoli più sperduti del pianeta. Conosco le polemiche legate al tema dell'immigrazione che scuotono l'opinione pubblica italiana: in Francia la cultura dell'immigrazione è diversa perché eravamo una potenza coloniale, e quindi - che so - abbiamo magrebini che hanno fatto il 15/18, senegalesi che hanno combattuto a Montecassino, tutti in quanto francesi. Non sono immigrati questi, sono parenti. E' mio padre. I ragazzi delle banlieu sono i nostri figli, non alieni venuti da Marte. Anche se, devo ammetterlo, la situazione sta un po' cambiando anche da noi, perché oggi c'è un'immigrazione diversa, figlia di nuove povertà 'globalizzate' e contraccolpo dei conflitti mediorientali, e il problema della disoccupazione rende tutto più feroce.

Ci sarà un nuovo capitolo della saga di Malaussène?
Proprio ieri sera ho incontrato delle persone che mi hanno fatto la stessa domanda e quando ho detto che erano tutti morti è scoppiato un caso: in realtà ho fatto un sogno proprio qualche tempo fa in cui ero spettatore di una loro storia nuova. Nel sogno tra lettore e scrittore il confine è così labile… Al risveglio ho preso qualche appunto così da fissare quelle immagini che erano nascoste in qualche parte del mio cervello e sì, potrebbe essere l’inizio di una nuova storia.

Cosa ti ha indotto a diventare scrittore?
Sono approdato alla letteratura attraverso la lettura. Forse una forma di rivincita per il senso di disfatta che avevo provato in età scolastica o forse per scrivere esclusivamente i libri che vorrei leggere: come ho già detto il romanziere e il lettore sono separati da un velo leggerissimo. Penso che noi scrittori abbiamo la velleità di rimettere un ordine nella realtà, se guardiamo il mondo vediamo come sia incontrollabile, contraddittorio: raccontarlo forse è un modo per vederlo più ordinato. Io per esempio ho una propensione marcata a trasformare i miei amici in personaggi o appuntarmi i dialoghi colti per caso in autobus, cerco uno stile nelle persone che incontro per strada e lo riproduco.

Cosa pensi del fatto che i tuoi personaggi sono ormai assimilati a persone reali?
In realtà non arrivo a realizzare completamente questo concetto, perché più ci penso più mi trasformo in un lettore. Mi sento piuttosto come un intermediario, ma non so cosa pensare dell’eco che il successo letterario ha avuto dentro di me. Quando a Parigi hanno cominciato a salire gli affitti mia moglie mi ha incolpato! Quando la saga ha cominciato a vendere tanto e siamo arrivati a 100.000 copie per me è stato come doppiare capo Horn. 100.000 copie vendute vogliono dice circa 400.000 lettori e quanto a mia moglie ho chiesto se era capace di immaginare uno stadio che contenesse così tante persone mi ha risposto “Certo, lo stadio anale". Bisogna ridere su queste cose, non prendersi troppo sul serio non a caso ne La Prosivendola ho inserito un personaggio che diventa famoso che rappresenta la presa in giro esatta di quello che ho vissuto io.


I LIBRI DI DANIEL PENNAC


 

 

 

 
 
 
 
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