Intervista a Daniele Nadir

Daniele Nadir
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Succederà pure raramente ma succede, cazzo. Che quasi per caso apri un libro e rimani folgorato - piacevolmente folgorato. Che un giovane scrittore che nessuno aveva notato fino a quel momento lo noti tu per primo e lo fai conoscere al pubblico. Che quel nome stampato su una copertina un bel giorno diventa una persona in carne e ossa, un sorriso, un amico. Che lo osservi crescere da lontano con piacere e una fierezza quasi da padre - anche se siete praticamente coetanei. Che leggetevi 'sta intervista e soprattutto i libri di Daniele, date retta a me. Senza tante storie, strane e non. 

Qual è stato il percorso culturale, artistico, di vita che ti ha portato a Lo Stagno di Fuoco?

Lo Stagno di Fuoco è nato da Strane storie, una rivista di narrativa macabra e fantastica che sino al 2002 ha pubblicato racconti inediti illustrati. Questo progetto ha creato un’atmosfera intensa fatta di curiosità, entusiasmo e dedizione. Le origini dello Stagno di Fuoco vanno ricercate nell’attività che ha animato la rivista e in un pomeriggio di molti anni fa, quando la trama del romanzo è stata raccontata alla redazione. Dopo ore di sproloqui, la proposta di farne un allegato in quattro parti è stata giustamente bocciata, ma ormai era tardi. Lo Stagno di fuoco è in primo luogo un storia d’amore e di rabbia, ma è anche una storia piena di storie, un romanzo sul raccontare e deve molto a molti racconti. Sei quel che mangi, si dice, e il mio debito principale è verso i libri che ho divorato e i loro autori, da Bradbury, King e Vonnegut, a Neil Gaiman, Matt Ruff o Patricia Antony, fra tanti, passando da piatti geniali e leggeri come La commedia degli orrori di Christopher Moore (Sonzogno) a quel colosso che è insieme pranzo, cena e spuntino di mezzanotte: Underworld, di DeLillo (Einaudi).

 

Perché la scelta di esordire con un romanzo tanto lontano dalla narrativa giovanilistica che va tanto di moda e che sembra per uno scrittore di 30 anni l'unica scelta possibile nel panorama editoriale italiano?

Francamente non ho alcun interesse nel raccontare quanto si sia costipati emotivamente e come dei trentenni in crisi possano tornare a sentirsi vivi (o qualsiasi variante sul tema), anche se non ho niente contro un libro onesto, a riguardo. Quello che io cerco e voglio in una storia è la possibilità di provare dei sentimenti essenziali, veri, ma anche quella di meravigliare e meravigliarsi. L’antefatto del mio romanzo è il Giorno del Giudizio, che avviene oggi. I morti risorgono, i Puri ascendono e gli Impuri (quasi tutti, in verità) vengono sprofondati nello Stagno di Fuoco (come dice Giovanni, nell’Apocalisse) il vecchio Inferno. Poi Dio, che splende in cielo come un piccolo sole, ascende. Se ne và. Non ha altro da fare, qui. Il libro inizia con Sara, una trentenne, che dopo il Giudizio si trova da sola in un mondo vuoto. A seguire la storia di chi è rimasto, di chi Dio ha abbandonato. Gran parte del romanzo è ambientato all’Inferno, un luogo che mi ha offerto un’ambientazione con potenzialità immense. Avendo a disposizione (quasi) tutta l’umanità ho potuto giocare con gli immaginari legati all’aldilà di tradizioni molto diverse e al tempo stesso ho potuto ripercorrere eventi storici di ogni epoca, grandiosi o misconosciuti che fossero. Dalla Crociata dei Bambini alle truffe dell’Età dell’Oro americana, dagli odradek birmani ai sotterranei del Vaticano, dalle stragi di Lahore alla vera storia dei moschettieri di Luigi XIII: la Storia viene rivissuta attraverso i racconti e le vite di persone piccole che rendono reale e immediato un contesto di per sé fantastico. Alternando fiaba, storia e realtà, l’Inferno è un contesto che rende sempre più intense passioni e paure profonde. Amore e rabbia. Sono i numeri primi di molte storie e ci si può arrivare da ogni parte, anche parlando dei giovani, della depressione o di una prematura crisi di mezza età. Così, però, è più divertente.

 

La tua geografia dell'Inferno è una delle più affascinanti in circolazione: a cosa ti sei ispirato per immaginarla e cosa è l'Inferno per te?

Per immaginare lo Stagno ho avuto come estremi da una parte la narrativa moderna e dall’altra un patrimonio di immagini e storie vividissime, presenti nelle tradizioni religiose più disparate. Nello Stagno simboli e suggestioni vengono fusi e rielaborati per creare gli estremi di una struttura fluida. Il mio Inferno muta, riflette e fonde continuamente storie diverse e fantasie ancestrali, ma più che essere un teatro per schiere di divinità minori, è un luogo legato a ognuno di noi, ai nostri desideri, a ciò che temiamo. È, in fondo, un luogo intimo.

 

Uno dei flussi narrativi del tuo complesso romanzo è costituito dalla Storia infernale di Joe Gould. Cosa ti ha affascinato di questo bizzarro personaggio, tanto da farne uno dei protagonisti del tuo libro?

Joe Gould fu un senzatetto che visse a New York nella prima metà del secolo scorso. Joe annotava pettegolezzi e conversazioni, barzellette sporche e lamentele: passava le sue notti ad aggiornare un libro in continua evoluzione: la Storia orale. Il romanzo, diceva, più lungo del mondo. La sua storia - raccontata ne Il segreto di Joe Gould di Joseph Mitchell (Adelphi) - mi ha folgorato e Joe è diventato uno dei protagonisti e delle voci narranti dello Stagno. Per due motivi. Per la sua personalità (che è potente e triste insieme, per le sue mattane e le sue atroci contraddizioni), e per la sua personale idea di Storia. Joe non dava alcun valore a guerre e condottieri. La Storia vera, sosteneva, stava nella vita della gente di strada, nelle loro parole e nei loro problemi. Nella Storia infernale, come nella Storia orale, grandi eventi vengono mediati da persone normali e la Religione, come la Storia, viene presa per i piedi e tirata giù dal suo piedistallo per essere vissuta al pari di chiacchiere, liti, fandonie, corteggiamenti più o meno ispirati o impellenti esigenze corporee.

 

Hai avuto la tentazione di trasformare il tuo romanzo nel primo capitolo di una saga fantasy vera e propria?

No, per carità.

 

Perché proprio Muhammad Alì? ("Alì boma ye, Alì boma ye!" in sottofondo)

Credo ci siano episodi storici così essenziali e potenti da trascendere la loro epoca. Una volta che sono stati raccontati non appartengono più a un dove e a un quando precisi. La grandezza tragica della crociata che nella Francia del 1212 coinvolse decine di migliaia di bambini, ha dato peso e senso alla rivolta infernale. Allo stesso modo la figura di Muhammad Alì viene citata per ciò ha rappresentato e ciò che evoca: un idealismo forte, netto, anche ingenuo. Nel romanzo non viene citato l’uomo quanto l’idea, il mito che lo circondò.

 

Quali gusti ha il Daniele Nadir lettore? Quali bei libri hai letto ultimamente?

Come lettore vago fra generi molto diversi. Di recente ho letto (e consiglio) Prima della notte di Ken Bruen (Frassinelli), Chiudimi le labbra di Giovanni Arduino (Fazi, Lain) e Il grande male (un fumetto) di David B (Coconino).

 

A cosa stai lavorando in questo momento? Il tuo prossimo libro sarà simile a Lo stagno di fuoco o avrà un sapore del tutto diverso?

Il prossimo romanzo sarà, in effetti, completamente diverso. Si intitolerà Benandanti, sarà breve, sulle 200 pagine, e sarà molto più cattivo nei temi e più asciutto nello stile rispetto allo Stagno. Non ci sarà un solo fiato d’altri mondi.

 

I libri di Daniele Nadir
 

 

 

 
 
 
 
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