Intervista a Daniele Serra

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Lo ammetto: sono una fan del genere horror e weird. Il GioComix di Cagliari è per me l’occasione perfetta per incontrare un illustratore dalle atmosfere dark e al tempo stesso sognanti. Daniele Serra, classe ’77 e taglio punk che all’anno di nascita si addice alla perfezione, collabora con varie case editrici nazionali e internazionali fra le quali DC Comics, Image Comics, PS Publishing, Weird Tales Magazine, Cemetery Dance. I suoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia, Stati Uniti e Giappone. Nel 2012 ha vinto il British Fantasy Award.




Leggere un romanzo illustrato è un’esperienza diversa dalla lettura “pura”. È quasi come sognare ciò che leggi. Tu come ti prepari a illustrare una storia?
Dipende dalla tipologia di lavoro. Ci sono due possibilità, la prima è quella di lavorare con sceneggiatori, in quel caso ho già tutte le direttive sull’inquadratura, su come rendere un’immagine. Sono meno addentro allo storytelling, alla resa finale. La seconda possibilità è illustrare a partire dal testo scritto, come nel racconto lungo di Joe R. Lansdale Fidati, è amore. In questo caso ho più possibilità di esprimere con le immagini “ciò che vedo”. L’approccio è più emozionale, perché cerco di rendere con le immagini ciò che ho provato in lettura, di cercare uno stile che riesca a colorare quelle parole della giusta sfumatura. È un lavoro più lungo, per un libro di circa ottanta pagine servono circa sette, otto mesi di lavoro, ma è quello che preferisco perché mi consente di immergermi meglio nella storia da illustrare.

Fidati, è amore è un racconto oscuro, angosciante, letale. Hai avuto qualche dubbio nell’illustrarlo, in questi tempi di politicamente corretto e buoni sentimenti?
Da un lato sì. Rifletto sempre molto su quello che è giusto fare, sulle tematiche di un libro, sul suo significato. Ho illustrato anche storie per bambini, e la prima volta che ho letto questo racconto di Lansdale ho riflettuto su come avrei potuto rendere la violenza e l'angoscia insite nella storia. Però in realtà a questo fatto ci penso all’inizio, prima di mettermi al lavoro, poi una volta che comincio a scrivere, a fare le matite per lo storyboard, lascio dietro me tutte queste autocensure. Dal punto di vista grafico, ho cercato di non illustrare la violenza in tutta la sua bestialità. Ho lasciato al lettore la possibilità di leggerla dietro i dettagli. Accennata ma non per questo rimossa. Una volta un mio amico sceneggiatore mi ha detto che chi fa il nostro mestiere deve in un certo senso scioccare il lettore, provocare in lui dei sentimenti, sia positivi che negativi. Così disgusto e l’orrore, nelle storie, hanno la stessa dignità degli altri sentimenti, hanno la capacità di non lasciare indifferenti.

Più che un fumetto, questo libro dà l’idea di vere e proprie illustrazioni, in cui ognuna ha senso di per sé, senza i limiti delle vignette. Su che formati hai lavorato?
Ho lavorato su cartoncini per acquerello 45x35. Questo mi ha dato anche qualche problema con la scannerizzazione delle tavole, infatti ho dovuto fotografarle in un formato ad alta risoluzione per poi riportarle alle dimensioni che avevo già scelto per strutturare le pagine e creare il dinamismo narrativo. Mi fa piacere che si noti in lettura, perché l’idea (mia e dell'editore) è stata proprio quella di unire fumetto e illustrazione, trovare una linea di confine fra questi due mondi. Mi sento molto più illustratore che fumettista. Negli scorci delle città, per esempio, le tavole sono più grandi, particolareggiate e acquarellate in modo da rendere la solitudine, l’abbandono e gli odori di una periferia portuale.

Lavori con un sottofondo musicale o nel silenzio?
In silenzio mai. Spesso ascolto musica e altrettanto spesso guardo documentari, o serial tv. Mentre illustravo questo libro ho visto tutta la quinta stagione de Il trono di spade. Il mio è un lavoro spesso straniante e avere delle voci in sottofondo forse mi aiuta a sentirmi meno solo.

Il giorno o la notte?
In linea di massima lavoro di più e meglio la notte. Ci sono alcune cose che però riesco a fare solo la mattina, come impostare le matite e lo storyboard della storia. Per la colorazione preferisco le atmosfere notturne, nella notte c'è un’atmosfera particolare, diversa.

Ti soddisfa di più illustrare a mano o con tecniche digitali?
Prima di iniziare a lavorare come illustratore sono stato per tanti anni un graphic designer. Dopo essermi licenziato ho inizato ad avvicinarmi al mondo dell’illustrazione e inizialmente lavoravo tantissimo in digitale con la tavoletta grafica, utilizzavo texture o colorazioni che fotografavo e riportavo in Photoshop, soprattutto per fare gli sfondi. Poco a poco, dal digitale sono passato all’illustrazione a mano, che non ho più abbandonato. Non ho certo nulla contro il digitale e chi lo usa, ma preferisco il calore dei colori veri e le tecniche di colorazione manuali. Poi ciò che conta davvero è dare un’emozione, qualunque tecnica si utilizzi.

Qual è il commento ricorrente dei tuoi lettori, o più in generale di chi guarda una tua illustrazione?
Ci sono due tipologie di lettori, due commenti ricorrenti. Una delle impressioni prevalenti è quella di trovare le mie illustrazioni molto cupe, horror, inquietanti. Poi ci sono altri lettori, spesso anche insospettabili, che invece vedono nei soggetti che scelgo e nella maniera di illustrarli una componente romantica, melanconica e quasi dolce, anche se le atmosfere rimangono comunque quelle gotiche e con prevalenza di colori scuri.


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