Intervista a Danijel Žeželj

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Eclettico, originale e profondo, Danijel Žeželj è un artista che si muove fra fumetto e illustrazione in maniera personale. Dal 1986, i suoi fumetti sono apparsi in varie riviste e antologie nella ex Jugoslavia, Croazia, Inghilterra, Svizzera, Francia, Italia e Stati Uniti. Ha vissuto qualche anno in Italia, e nel 2007 Grifo Editore ha pubblicato un suo romanzo grafico con un'introduzione di Federico Fellini. Attualmente vive negli Stati Uniti, dove le sue illustrazioni e i suoi fumetti sono stati pubblicati da DC Comics, Marvel, “New York Times”, “Harper’s Magazine”, ecc. Nel 2010 è stato nominato miglior artista al prestigioso premio Eisner Award. Il suo stile predilige il bianco e nero, le linee rette, i tratti decisi e al tempo stesso irruenti, ma non come il futurismo in senso stretto perché in lui post-industriale e natura convivono in un rapporto di odio e amore. L’arte di Zezelj è al tempo stesso impeto e cura, proprio per questo motivo le sue tavole colpiscono l’occhio di chi le guarda. Personalmente, lo trovo uno dei migliori disegnatori in circolazione per questo motivo sono abbastanza emozionata quando lo conosco allo stand di Eris Edizioni durante il Lucca Comics & Games 2019, e posso approfittarne per fargli qualche domanda sul suo ultimo lavoro pubblicato in Italia, da lui disegnato e sceneggiato da Ales Kot. La foto è di Emiliano Billai.




Partiamo dalle premesse di Days of Hate. Un futuro molto prossimo in cui l’America è divisa fra rivoluzionari di sinistra e suprematisti bianchi neonazisti. La storia è ciclica? Oppure è l’uomo che non cambia mai?
Forse è difficile imparare dagli errori del passato perché il passato a un certo punto diventa davvero astratto nelle nostre menti. Sì, stiamo ripetendo gli stessi errori, e nel presente sembrano risuonare ancora di più perché aleggia l’impressione che nel nostro tempo, qualsiasi cosa faremo, succederanno cose cattive: l’illusione oggi ha un grande potere e preferiamo credere ciò in cui vogliamo credere, piuttosto che nei fatti.

Ciò che mi ha colpito di più nelle tavole è il silenzio che sembra coprire ogni ambientazione, le città e le lande. Sembra più presente l’eco dei notiziari di tutto il resto. Days of Hate è anche un fumetto sulla sempre più evidente assenza di comunicazione fra gli uomini?
Sì, decisamente. Viviamo in tempi voodoo e inusuali, tutto ciò che è scientifico e legato ai fatti diventa irrilevante e meno importante delle opinioni. In questo senso, la mancanza di comunicazione è in realtà la comunicazione stessa che diventa troppo superficiale. La cosa che succede al momento con i social media è che la gente dimentica i fatti e cede alla violenza, soprattutto del linguaggio, come se mettesse una maschera in faccia e con tale maschera fosse in diritto di fare e di dire qualsiasi cosa. Questa maschera porta fuori la parte più oscura di ciascuno. E oggi sembra che la possibilità di portare fuori questo lato oscuro sia alla portata di tutti, facilmente. Questo silenzio di cui parli, penso sia molto ben scritto nella trama del fumetto, in cui nei dialoghi si esprimono con il silenzio diversi altri dialoghi sotto intesi, che non c’è bisogno di esplicare con le parole.

Trovo che le tue tavole in bianco e nero siano perfette a livello di impatto comunicativo (ho davvero apprezzato Cappuccetto Rosso Redux). Perché per questo fumetto avete optato per delle tavole a colori? Sei soddisfatto della resa sulle tue tavole?
Fondamentalmente io disegno sempre in bianco e nero, con alcune sfumature di colore. Per me il colore è un elemento accessorio, come applicare il make up sul viso. Per il mercato americano però non è possibile utilizzare il bianco e nero, è praticamente obbligatorio pubblicare a colori. Penso che Jordie (Bellaire) abbia fatto un ottimo lavoro, anche se inizialmente ero un po’ perplesso e insicuro sul risultato, non avendo mai lavorato con lei non avevo idea di come sarebbe stato il risultato finale sulle mie tavole. Non sapevo proprio cosa aspettarmi, ma alla fine non sono intervenuto per nulla sul suo lavoro, ha inserito con il colore tutta la sua creatività. Le ho lasciato carta bianca e a me sembra sia venuto fuori un buon risultato.

Sia tu che Ales Kot siete nati nell’Europa dell’est e vi siete trasferiti per lavoro negli States. Qual è la prima impressione di chi emigra in quello che viene definito il Paese delle opportunità? C’è tanta differenza con la struttura sociale europea, anche a livello di interazioni fra le persone?
Io vengo dalla Croazia mentre Ales dalla Repubblica Ceca. Durante gli anni della mia adolescenza era molto viva l’idea dell’America come la terra della Libertà e della Democrazia, un luogo in cui poter realizzare tutti i tuoi sogni e diventare ciò che vorresti, e dovresti, diventare. Sono arrivato in America che avevo quasi trent’anni, perciò abbastanza tardi rispetto a ciò che mi ero prefissato. Per me è stato un grande shock dal punto di vista culturale perché le mie aspettative erano molto differenti da ciò che in realtà è stato. Per anni ho avuto difficoltà a trovare un lavoro nel mio campo, i miei disegni erano percepiti come troppo europei per il mercato americano e non avevano un impatto commerciale di facile consumo. Quando qualcosa non è facilmente consumabile per il mercato americano, là lo definiscono “europeo” o tutt’al più “non americano”. Stare in America è stata per me un’esperienza di crescita e un lavoro che ho fatto su me stesso perché ho dovuto lavorare con diversi media e diverse etichette editoriali. Il mercato dei comics americani è davvero molto differente da tutte quelle che erano state le mie esperienze precedenti. Per me è stata e continua comunque ad essere una esperienza positiva perché nonostante le difficoltà, continuare a lavorare e dunque comprendere più a fondo il processo produttivo mi ha consentito di imparare molte cose che prima ignoravo e che non avrei potuto imparare. Ci sono tuttavia delle differenze sostanziali fra chi è nato e cresciuto in America e chi invece è nato e cresciuto in Europa, e in ciò mi sono spesso sentito frustrato perché spesso mi sono ripetuto e ho pensato che non sarei mai stato in grado di connettermi con le persone, non avevo la chiave per farlo. Allo stesso tempo, sentivo che i miei amici americani trovavano difficoltà a connettersi con me nel modo in cui avrebbero voluto perché era evidente che scala di valori e idee alla base del mondo erano comunque parecchio differenti. Di questo non sono mai riuscito a farmi una ragione, né a modificarlo del tutto, forse proprio perché sono arrivato là che già ero avanti negli anni, dunque già plasmato come persona da molti punti di vista. Se fossi arrivato in America quando ero un quindicenne forse sarebbe andata diversamente, e sarebbe stata un’esperienza totalmente diversa. La verità è che sono andato là con troppi bagagli, metaforicamente parlando, con troppe cose sulle mie spalle per potermene disfare facilmente. Insomma, è stato parecchio difficile e spesso mi sono sentito come se non facessi parte di quel mondo, un perfetto sconosciuto.

Nonostante le due protagoniste di Days of Hate abbiano una relazione, fra le pagine è onnipresente un senso di solitudine diffusa. Stiamo davvero andando verso un punto di non ritorno in cui ognuno è solo davanti alla miseria e alle ingiustizie del mondo?
Days of Hate è indubbiamente una storia politica, ma allo stesso tempo è una storia d’amore e la relazione fra le due protagoniste è il punto principale della storia. Entrambe sono pronte a fare tanti sacrifici per salvare la loro idea del mondo, ma anche ciò che c’è tra di loro. Il sentimento di solitudine è onnipresente perché Days of Hate non è una storia felice, e le persone non vivono in una società felice. Scusa se te lo anticipo, ma la fine della storia non ti renderà certo felice anche se forse può dare la speranza che ci sia un modo per provare a cambiare le cose. In realtà, non credo che l’happy ending sia necessario per avere una sensazione positiva, in questo caso, va bene così: l’importante è quanto tu possa sentirti ispirato positivamente da quello che hai letto o visto, quanto ti abbia toccato la storia raccontata fra le pagine.

Non è terribile che le storie che prima venivano chiamate distopiche stiano diventando sempre più verosimili?
Hai ragione, l’effetto distopico che diventa realtà sta diventando sempre più frequente. Basta solo pensare, per esempio, ai cambiamenti climatici. Le cose che prima vedevamo astratte e lontane, gli “accadrà fra cento anni”, stanno diventando sempre più vicini e tangibili. Sono già qui. Sta cominciando ora e di anno in anno sarà sempre peggio. I nostri modelli di produzione diventano sempre meno sostenibili, non si può pensare di poter continuare così e che le cose si aggiustino da sole per il meglio. Tutte le nostre azioni, a livello globale, hanno delle conseguenze. Ales stesso ha fatto una ottima osservazione sul capitalismo: “It’s the engine of death”, è il motore della morte.

Non esistono storie con la morale, ma solo storie più o meno cariche di senso. Tu e Ales quale chiave di lettura proponete al lettore?
La chiave di lettura è principalmente nei personaggi principali della storia. Forse perché si prendono in considerazione dei personaggi che non sono degli eroi o dei vincitori, ma in realtà sono degli sconfitti e nonostante ciò penso che Days of Hate sia una storia di speranza per il lettore, nella misura in cui è una spinta per provare a cambiare le cose.

Domanda più che classica, ma sempre interessante: Perché un lettore dovrebbe leggere Days of Hate?
Credo che chiunque prenda in mano il fumetto debba trovare dentro di sé il motivo che lo ha spinto a farlo. Così come quando stai guardando un film spesso capisci nei primi cinque minuti se è qualcosa che possa interessarti o meno, starà al lettore decidere dopo aver cominciato la lettura se proseguire fino alla fine oppure chiuderlo. Non ci dovrebbero essere in lettura delle raccomandazioni per i lettori, che devono sempre esser liberi di scegliere.

I FUMETTI DI DANIJEL ŽEŽELJ



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