Intervista a Danila Comastri Montanari

Danila Comastri Montanari
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Stavo parlando di editoria in un piccolo convegno organizzato nell’ambito della manifestazione Serravalle Noir quando una simpatica signora seduta tra il pubblico ha iniziato a pormi delle domande su temi che avevo già trattato in precedenza: il tempo a disposizione era poco, e la cosa mi infastidiva ma lei nonostante fosse arrivata in ritardo per carattere voleva partecipare attivamente. E’ così che ho conosciuto Danila, che poi si è rivelata una persona che avrei voluto conoscere da sempre. Mi ha concesso questa intervista davanti ad un aperitivo - che ha voluto per forza offrirmi, tra l'altro - parlando con quel suo caratteristico accento bolognese che ti mette di buon umore.

Cominciamo dall’inizio… dove nasce la parabola di Danila Comastri Montanari come scrittrice?
Ho sempre inventato storie. Attenzione: inventato, non scritto, perché a scrivere ho iniziato a 40 anni, cioè quando mia figlia era più grandicella e la potevo controllare dalla finestra mentre giocava in cortile. Però ho sempre creato storie, nella mia testa cambiavo il finale dei libri che leggevo - per esempio a I ragazzi della via Pal anche se parteggiavo per il cattivo avevo addolcito il finale. Io scrivo per il pubblico, mai per me stessa; mi piace che un libro sia letto altrimenti mi accontenterei di immaginare.
 

E’ stato difficile arrivare al pubblico?
E’ andata bene da subito, e appena firmato il secondo contratto mi sono chiesta se fosse possibile fare la romanziera seriale di professione. E ci sono riuscita senza alcuno sforzo.
 

Quindi quando scrivi pensi esclusivamente ai lettori?
Certo! Io non trovo riprovevole la  “letteratura di massa”, chi l’ha detto che per essere bravi scrittori o lettori intelligenti bisogna solo scrivere o leggere cose noiose? Credo che tra Joyce e le soap opera ci possa essere una via di mezzo fatta di autori che scrivono per intrattenere il lettore, una letteratura scritta  decentemente, documentata, con buone trame che creino nel lettore il desiderio di arrivare alla fine. I libri devono parlare alle emozioni,  io vorrei vedere chi arriva in fondo a tutti quei libri noiosi che ci sono in giro tanto esaltati e ben recensiti!
 

Dei critici letterari cosa pensi?
Mah! Non c’è da pensare…per esempio ora stanno attaccando Giorgio Faletti perché nella sua scrittura ci sono modi di dire non italiani. Ma cosa ne sanno? Lui vende? Al pubblico piace? Deve bastare questo.

Perché in Italia si legge poco?

Ma perché non si insegna a leggere! Io sono stata per tanto tempo un’insegnante e le posso assicurare che il modo migliore per distogliere i ragazzi dalla lettura è lo studio sulle antologie. Ma chi può capire qualcosa di un autore o di un'opera leggendo un pezzo qua e uno là farciti di commenti incomprensibili? La voglia di leggere - se ce l'hai - ti va via subito!
 

Perché ambienti i tuoi romanzi nell’antica Roma?
Perché è il periodo storico che conosco meglio, ed è anche una società che si avvicina molto a quella odierna: c’erano i politici, i poveri, gli intrighi di letto, i commercianti, i soldati…

 

 

 

 
 
 
 
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