Intervista a Dario Levantino

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Classe 1986, nato e cresciuto a Palermo, Dario Levantino è una delle voci più interessanti del panorama letterario italiano contemporaneo. Oggi lavora come insegnante, nel 2018 ha esordito per Fazi e ora è al suo secondo romanzo. Lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo fatto qualche domanda, sulla sua idea di letteratura e sui suoi libri.




La periferia è uno dei luoghi più trattati da gran parte della letteratura. Perché hai deciso di ambientarci il tuo Cuorebomba? Pensi che la periferia, in qualche modo, rappresenti o contenga un determinato tipo umano che valga la pena di essere narrato?
Non prendiamoci in giro, lo sfondo di una periferia in un romanzo o in un film è un elemento irresistibile per lo scrittore o per lo sceneggiatore. Violenza, degrado, criminalità, droga, prostituzione: sono tutti elementi che dal punto di vista narrativo offrono spunti interessantissimi. Un esempio, anzi quattro: Acciaio, Ragazzi di vita, Joker, Dogman. Scegliere come sfondo la periferia è grave? È un peccato? Per me, se lo si fa con l’unico scopo di ammiccare al lettore e intrattenerlo col malessere dei sobborghi, è un’operazione scorretta, un’esibizione falsa, una pantomima, insomma; se invece lo scopo è quello di denunciare la condizione di povertà e di incuria, l’operazione – certo, deve essere ben calibrata – è onesta. Io ho cercato di inserirmi nel solco di quest’ultima tradizione: raccontare la periferia per denunciarne lo stato. Sono nato e cresciuto a Palermo, a ridosso di Brancaccio, dove giocavo da piccolo a calcio. Quel quartiere lo conosco bene; a distanza di anni non è cambiato, è solo peggiorato, gli ultimi due decenni hanno aumentato la forbice sociale tra chi sta bene e chi è meno fortunato. Mi piacerebbe che il dibattito sulle periferie, sul sottoproletariato e sull’edilizia popolare tornasse al centro del dibattito pubblico.

Le avventure di Rosario, il tuo giovane protagonista, per certi versi, ricordano quelle di Oliver Twist. Cosa condividono il tuo personaggio e quello di Dickens?
Rosario in Cuorebomba è un quasi-orfano. Il padre è in carcere perché coinvolto nella morte di un atleta a cui forniva doping, la madre, ammalatasi di anoressia per il dolore, viene ricoverata in una clinica per disturbi alimentari: Rosario finisce in una casa-famiglia. Lì legge Oliver Twist, nel cui protagonista si rivede. Cosa condivide con Oliver? La solitudine, la condizione di orfanilità e un’esistenza di emarginazione e abbandono. È per questo che i classici non muoiono mai.

Nel romanzo fai distinzione tra “cuorisecchi” e “cuoribomba”. Di che si tratta?
Il titolo di questo romanzo è tratto da un tema che Rosario scrive a fine anno e che gli costerà la bocciatura. La traccia del tema gli chiedeva di parlare della critica letteraria, ma lui va fuori tema e si lancia in una dissertazione sull’essere umano. Esso – l’essere umano – può avere o un cuoresecco o un cuorebomba. Un cuoresecco è uno che ha letteralmente un cuore arido, che non sa sentire né la gioia né il dolore. È il cuore dei cinici, degli indifferenti, di coloro che pensano che il senso della vita sia quello dei piaceri esasperati (il sesso, la droga, il denaro). I cuorisecchi non conoscono mai veramente la felicità, ma allo stesso modo nemmeno il dolore, perché non sono sensitivi. Un cuorebomba invece è uno che al posto del cuore c’ha una bomba. È il cuore dei sensibili, dei deboli gentili, dei fragili forti; il cuore di quelli che sentono tutto in maniera amplificata perché in possesso di un cuore sensitivo. I cuorebomba sanno conoscere la felicità ma sanno anche farsi abbattere dallo sconforto e dalla depressione, perché troppo sensibili. Il padre del protagonista è un cuoresecco, la madre un cuorebomba. Alla fine del romanzo anche Rosario capisce di essere un cuorebomba.

La vita, il destino, di Rosario sarà sempre segnata dal luogo in cui è nato, da quel quartiere in cui ha vissuto anni importantissimi, quelli dell’infanzia e della giovinezza. Quanto pensi che influiscano fattori come questo, fattori che da noi esulano e con cui dobbiamo fare i conti pure nostro malgrado, nella vita di ognuno?
Hippolite Taine, nel secondo Ottocento, osservava che il nostro carattere è segnato da fattori ereditari, dal periodo storico in cui viviamo, e infine dal milieu, cioè dell’ambiente sociale da cui proveniamo. Sembra banale, ma non lo è. Noi siamo il quartiere che abbiamo abitato, nel bene e nel male. La lezione di Taine l’ho tenuta ben a mente durante la stesura di Cuorebomba, e la tengo ben a mente anche per la mia di vita. Fossi cresciuto in un altro borgo, sarei una persona diversa. Per questo motivo ringrazio il destino di non avermi fatto crescere nella bambagia ma in una periferia non semplicissima, perché ho capito tante cose sulla società che mille manuali di sociologia non sarebbero stati in grado di spiegarmi.

Sei un insegnante, la tua professione ha in qualche modo influito sulla tua narrativa?
Gli esseri umani sono lo spettacolo più bello del mondo, e non si paga nemmeno il biglietto! Lo diceva Bukowski, uno scrittore a me carissimo. Niente di più vero: scendi di casa, osservi, e lì c’è tutto. Questo vale al cubo a scuola, perché gli adolescenti posseggono in nuce resti di infanzia e tracce di adultità. Sono per questo la più compiuta sintesi dell’essere umano. Poterli spiare dalla cattedra è, per la mia scrittura, un grande privilegio.

E ora stai scrivendo? Hai qualcosa in cantiere?
Sì, sto scrivendo, ma non aggiungo altro perché non so nemmeno se porterò a compimento il manoscritto a cui sto lavorando. Troppe variabili: l’ispirazione, la prosa che mi dovrà convincere, il personaggio che deve risultare credibile. Chissà se mai riuscirò a mettere punto! Vuoi salire da me a vedere la mia collezione di romanzi cominciati e mai finiti?

I LIBRI DI DARIO LEVANTINO



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