Intervista a David Ballaminut e Ivan Zampar

David Ballaminut e Ivan Zampar
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Metti due amici che iniziano a pensare a una storia, una storia di fallimenti, di vite misere, di uomini e donne dai pensieri cupi, a volte perversi, sempre disincantati. Metti che la storia venga scritta, proposta a una casa editrice e pubblicata. Metti che capiti di leggerla questa storia e di appassionarsi. Naturale volerne sapere di più di questi due amici, David Ballaminut e Ivan Zampar, esordienti per la casa editrice ravennate Voras, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Quando leggo un libro scritto a quattro mani, inevitabilmente mi chiedo come gli autori si siano spartiti i compiti. Voi come avete lavorato alla stesura del romanzo? E, prima ancora, com’è che due amici decidono un giorno di scrivere un libro insieme?
D. & I. Può sembrare molto letterario, ma è stata la nostra amicizia ad essere nata sotto il segno dello scrivere. Ci siamo conosciuti in un seggio elettorale che confinava con una biblioteca e i libri sono stati il nostro primo argomento di conversazione. Dai libri letti a quelli da scrivere il passo è stato breve e così, dopo esserci reciprocamente scambiati i nostri racconti, è stato quasi naturale che, ad un certo punto, uscisse l’idea di buttare giù qualcosa insieme. Circa il metodo, ci siamo confrontati sulla base di un’idea comune, distribuendoci le parti da scrivere che venivano poi modificate e/o integrate insieme, in modo da uniformare gli stili. Alla base di tutto, recepire e sempre considerare la proposta dell’altro quale fonte di arricchimento.

 

Secondo voi che cosa fa di un romanzo un (buon) noir? Per il dizionario Sabatini Coletti noir è una storia “paurosa, raccapricciante, violenta, ambientata in atmosfera tenebrosa”…
D. Non lo so. Non ho mai pensato che stavamo scrivendo un noir…
I.: Vero. Alcuni elementi, che sono tipici di un certo genere, sono stati inseriti per dare più ritmo alla storia, ma l’idea di base è sempre stata quella di parlare di vite fallite, di scelte non fatte, di tentativi di cambiare. Forse, con simili premesse, è naturale che la storia abbia assunto sfumature non proprio solari.


Come è nato l’incontro con la casa editrice Voras? Avete qualche aneddoto da raccontarci sul vostro esordio? Credo si potrebbe scrivere un libro sulle “gioie e dolori” del presentare la propria opera in pubblico e chissà forse già esiste…
D. & I. Siamo partiti dall’idea che, male che andasse, ci dicevano di no. E così abbiamo fatto quello che, crediamo, facciano tutti: spedire il manoscritto a varie case editrici (certo, selezionandole prima) e aspettare. Voras è stata la prima a cogliere gli elementi di interesse della nostra storia, dandoci al contempo grande libertà sul testo e non imponendoci mai niente. E facendoci sorridere nel momento in cui ci ha chiesto (non sappiamo per quale motivo) se i nostri nomi fossero reali o se si trattasse di pseudonimi…


Infine, non ho ancora conosciuto uno scrittore che non abbia degli autori feticcio. Voi chi ammirate? Chi sono gli scrittori che amate e che magari ci suggerite di scoprire/riscoprire?
D. Non ho autori feticcio, semmai dei libri che lo sono. Narciso e Boccadoro di Hesse, L’immortalità di Kundera, la raccolta delle opere di Rimbaud, Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago, Isole della Grecia edizioni Lonely Planet, Il Deserto dei Tartari di Buzzati. Ce ne sarebbero ancora un paio, ma l’elenco è di per sé sempre noioso. 
I.: Se ho iniziato (e tuttora continuo) a scrivere è perché un giorno, quando avevo più o meno 15 anni, ho avuto fra le mani Ligheia di E. A. Poe. E il primo amore, come si sa, non si scorda mai. Nel tempo (post adolescenziale, soprattutto) ho amato le tormentate amicizie di Hesse, mentre andando avanti con gli anni ho avuto modo di ammirare l’eleganza di Kundera, il talento mostruoso di Fante, la genialità della Dickinson…

 

 

 
 
 
 
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