Intervista a David Grossman

David Grossman
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David Grossman è pieno a diritto uno scrittore cha abita l'Olimpo della narrativa. La sua attenzione per le parole, i temi di cui tratta, la sua attività di giornalista lo hanno reso un punto di riferimento per moltissimi lettori in tutto il mondo. Lo incontriamo durante una presentazione affollatissima dove le domande dal pubblico non mancano, e tantomeno le nostre curiosità. Parla lentamente. Ogni sua risposta vale per tre.

 

Cosa significa per te la lingua ebraica?

E’ una lingua antichissima, nata forse tremila anni fa, una lingua che ancora oggi reca in sé una potenza incredibile, se Abramo si sedesse a tavola con ognuno di noi sono certo che capirebbe almeno il cinquanta per cento delle parole, anche se il bacino di utenza è piccolo (sono poche le persone che leggono in ebraico) ma la vastità di questa lingua è sorprendente. Ha in se stessa una storia immensa, la storia della Bibbia, del Talmud, della poesia ebraica, fino allo slang di oggi.

 

E che rapporto ha David Grossman con una lingua che ha un peso così ingombrate?

Ogni scrittore prova una sorta di soffocamento quando rimane chiuso nelle espressioni usate dagli altri. Spesso vengono usate delle parole non in linea con il proprio modo di sentire. In molti paesi come Israele si assiste ad un rivoluzionamento politico e la gente prova a dar vita ad una lingua falsa, che non rispecchia la realtà o adotta una lingua “cuscinetto” tra sè e la situazione politica. Il cittadino legge la stampa, ascolta le autorità militari, ma anche la loro lingua non rispecchia la realtà, è una manipolazione del linguaggio creato apposta per indurre, con l’inganno, una visione fallace della realtà che ci circonda, creando una realtà di cui si finisce per rimanere vittime. Quando scrivo di ciò che ho attorno, attraverso le metafore che creo, mi sembra che gli stereotipi con i quali è stata avvolta la realtà vengano meno. Attraverso la scrittura è possibile destrutturarla, renderla meno monolitica, conoscerla.

 

Qual è la differenza nel raccontare fra lo scrittore e il giornalista?

Generalmente come giornalista sono molto attratto dalle situazioni estreme, da quelle più spinose, che cerco sempre di documentare. Conscio che quando racconto dei fatti molte persone mi leggono ed è mia intenzione modificare la loro opinione, offrire un lessico, cerco quindi di ridurre gli aspetti estremi e di attutire la durezza che spesso è invivibile. Mentre quando scrivo letteratura vorrei dimenticarmene, non tenerne conto, per scrivere un romanzo impiego quattro o cinque anni, l’unica cosa che conta per me è la costruzione interiore, il campo magnetico dei personaggi. Quando sto scrivendo, il libro diviene qualcosa di vivo, che cambia attraverso gli anni, come una coppia che sta insieme da molto tempo. Uno dei piaceri di scrivere è proprio la possibilità che ti da di capire un essere umano dall’interno. Noi pensiamo di conoscere le persone, ma in ciascuno di noi esiste un istinto che ci impedisce di esporsi troppo all’intimità dell’altro. Anche nelle coppie sposate da tempo, se si osserva bene, ci accorgeremo dalla tacita decisione di non andare oltre determinati aspetti, chiusi persino a chi ti è più vicino, lasciando così molte zone oscure. Le persone non vogliono vedere i loro angoli bui, nessuno vuol vedere nei propri figli quella parte. Anche quando facciamo l’amore con una donna non la conosciamo mai fino in fondo.

 

Un tuo libro inizia con una struggente lettera, perché questa scelta?

La lettera di per sé porta ad una dimensione di intimità, i protagonisti stanno costruendo una relazione dove passo a passo costruiscono un territorio di comunicazione che appartiene a solo a loro, una “bolla” d’intimità. Nel corso della loro relazione si confidano cose che non riescono a dire a nessun altro, ciascuno di se stesso racconta tutto senza riserve. Un linguaggio completamente privato tra due persone e il lettore prova quasi una sorta di imbarazzo, come se stesse osservando una situazione intima e privata.

 

 

 

 
 
 
 
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