Intervista a David James Poissant

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Autore di uno dei libri più originali ed emozionanti usciti negli ultimi mesi, il giovane scrittore di Orlando è immediatamente assurto al ruolo di “new sensation” della narrativa statunitense. Lo abbiamo incontrato in occasione della tappa milanese del suo tour italiano. Jeans, camicia a quadretti, occhiali da vista, approccio gentile fino a sfiorare la timidezza: ecco a voi David James Poissant.




Ci risulta che il titolo del tuo Il paradiso degli animali derivi da una poesia, è così? E qual è il senso di questo titolo così particolare?
Sì, il titolo del mio libro prende spunto dall’omonima poesia di James L. Dickey, peraltro riportata in calce all’edizione italiana del libro, ma è solo il punto di partenza per affrontare altri temi. C’è il rapporto tra uomini e donne, ma ci sono anche i temi fondamentali della vita e della morte. Ed è questo il metodo con cui ho cominciato a costruire le storie del libro, cioè parlando di relazioni. La raccolta all’inizio era fatta di circa quaranta racconti, poi l’editor con cui ho lavorato e il mio agente mi hanno aiutato a enucleare quindici racconti. Il filo conduttore è il viaggio e nella forma in cui i racconti si parlano tra loro. Il primo comincia con l’alba e la fine è il tramonto. Il viaggio attraverso i vari Paesi. La storia di un padre che interagisce con un figlio. Tutto in quest’ottica di collegamento.

Tu indaghi senza mai risultare stucchevole i sentimenti e le relazioni umane. Cosa ti affascina di più nei rapporti, nelle persone? Perché senti il bisogno di raccontare tutto questo?
In effetti tranne che per gli eremiti le relazioni sono ovunque, non solo tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e gli animali, ma anche tra gli animali stessi. Ci sono due lati della medaglia, da una parte l’amore verso qualcuno, da una parte le aspettative che però possono essere molto frustranti. Per esempio, nella prima storia del mio libro ci sono due figure, un padre e un figlio, in conflitto. Il padre è ossessionato dal tema della sessualità, il figlio è gay, e ho cominciato a scriverlo dal punto di vista del figlio. Poi ho pensato a cosa sarebbe successo usando il punto di vista del padre, meno facile, con cui non si entra in empatia. Lui crede veramente di esser lì per fargli del bene. Noi non possiamo capirlo a livello di sentimento ma è un aspetto delle relazioni che non si può cancellare.

La vita è complessa, le famiglie sono complesse. Spesso è più facile rimanere sui propri errori che chiedere scusa. Cosa fa più paura nei momenti decisivi, così centrali nel tuo libro?
Effettivamente le relazioni hanno una qualità che è simbolica nei racconti. In uno dei racconti due ragazzi cercano di salvare un alligatore, in verità si tratta di una storia in cui un padre cerca di recuperare il rapporto con suo figlio. Oppure una storia in cui un personaggio ripensa al proprio passato . Il conflitto è su come la storia della sua vita cambierà in futuro. Un'altra ad esempio è la storia di un uomo che conosce una ragazza senza un braccio, ma il cuore della storia è la rovina del suo matrimonio. L’obiettivo dei punti di svolta è quello di poter fare dopo quello che non è stato fatto prima. Una sorta di redenzione per un’opportunità non sfruttata. L’incontro con la ragazza senza un braccio è la scoperta di ciò che quest’uomo può fare per lei e non ha fatto per sua moglie.

Alcune storie sono raccontate in prima persona altre in terza persona, da cosa dipende la scelta?
La scelta è legata al fatto di poter essere legato o slegato a un tipo di linguaggio. Se faccio parlare in prima persona, in qualche modo vedo le cose attraverso i suoi occhi e sono intrappolato nella sua testa. Allora, quando voglio uscire, il mio sguardo diventa più ampio e descrive ciò che lui non può descrivere. Altre persone, altri posti, altri viaggi.

Quando hai scoperto che la scrittura sarebbe diventata la tua strada e quando hai scelto il racconto come forma di narrazione?
In realtà sono arrivato piuttosto tardi alla narrazione. Non ero un gran lettore, da piccolo. Preferivo guardare, disegnare, leggevo molti fumetti e pensavo di diventare un illustratore. Poi una volta al college mi sono accorto che forse non era la strada che volevo percorrere. Ho scelto il giornalismo ma nel momento in cui ho cominciato l’informazione era tutta su Monica Lewinsky e credo che quella sia stata la fine del giornalismo negli Stati Uniti. Nel resto del mondo succedeva di tutto e noi parlavamo solo di quello. Quindi ho deciso di darmi alla narrativa ma prima dovevo diventare un lettore forte. Mi è piaciuto molto Il grande Gatsby e poi ho letto tantissimo, Hemingway, Faulkner; da lì ho fatto mia una massima di Saul Bellow: “Tutti gli scrittori sono lettori che hanno fatto un passo in avanti verso l’imitazione”. E così ho cominciato a scrivere e la cosa interessante è che ho iniziato un romanzo davvero bruttissimo ed è per questo che sono passato ai racconti. Perché se devi scrivere qualcosa di brutto meglio finirlo in una settimana che in quattro mesi. Ho appreso poi una disciplina, la necessità di stare seduti per mettersi a scrivere. E ho capito quanto sia importante la lettura. Non si diventa scrittori senza leggere e leggere tantissimo.


I LIBRI DI DAVID JAMES POISSANT

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