Intervista a David Levinson

David Levinson
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Definito da Bret Easton Ellis "un autore fondamentale e senza tempo", David Levinson è un giovane scrittore newyorchese di racconti. Purtroppo, una tempesta di neve non gli permette di presediere alla presentazione romana del suo libro pubblicato dall'editore Gaffi, Camere di Combustione, un ritrattolucido e spietato ritratto su una quotidianità fatta di insoddisfazioni e quesiti irrisolti. Ma non sia mai detto che un inviato di Mangialibri si perda d'animo per quisquilie simili! Lo contatto il giorno seguente tramite e-mail.

Iniziamo con una domanda faceta. Sono alquanto curioso di sapere la tua opinione riguardo al titolo italiano del tuo Camere di combustione (titolo originale: Molti di noi sono qui contro la propria volontà, ndr)… Giulio Verne a parte, ritieni che si adatti bene ai tuoi racconti?

Penso che il titolo italiano sia perfetto. Come il mio editore italiano Alberto Gaffi e i miei traduttori hanno avuto modo di spiegarmi, il titolo originale non si avrebbe reso molto bene in italiano. "Camere di combustione" é in inglese anche una frase idiomatica, ma applicata al mio libro prende una sfumatura poetica. Mi piace davvero tanto.

 

Parli dei tuoi personaggi come se fossero i migliori amici del lettore. Voglio dire, non ce li presenti...quasi li spingi all'interno del libro. Mi ricorda molto Carver. Fa parte della tua naturale attitudine di scrittore?

Non sono del tutto sicuro che ogni scrittore presenti i suoi personaggi ai lettori, anche se potrei sbagliarmi. Generalmente, mi piace iniziare nel bel mezzo dell'azione (in media res), in modo tale da dare maggior spazio a quest'ultima più che al personaggio, che risulta così subordinato al significato primario della storia, allo svolgersi della trama. Amo ognuno dei miei personaggi e voglio soltanto che facciano quello che gli viene più naturale. Non ho intenzione di trattenerli dall'incasinarsi la propria vita. Per giunta, é molto più interessante per i lettori leggere di tragedie pronte a scoppiare piuttosto che vedere i personaggi seduti uno di fronte all'altro davanti ad una tazza di té a parlare del tempo o del colore più giusto per il soffitto. No?

 

Secondo me, non racconti le storie soltanto in media res ma anche as is, come dati di fatto, senza filtri. Alla maniera di Carver, per capirci. Con estrema fluidità...

Penso che Bret Easton Ellis abbia visto giusto definendomi "neo-tradizionalista". E' un termine adeguato, sebbene io non abbia mai pensato di ascriverlo al mio lavoro. Semplicemente, scrivo delle storie che hanno bisogno di essere scritte. Nel momento in cui la storia finisce e i personaggi iniziano a vivere le loro esistenze, davvero non ho la più pallida idea di quello che gli capiterà dopo. Ho l'impressione che nella mia stessa vita ci sia una paura latente, legata proprio al fatto di non avere la più pallida idea di quello che capiterà dopo, di quello che dovrei fare, con chi dovrei essere, dove dovrei vivere. E' come se tutto quello che ho scritto si potesse applicare alla mia stessa vita. Potrei tornare a New York, in Messico, sulla luna. Potrei innamorarmi oppure no. Continuare a scrivere oppure no.

 

Durante una presentazione del tuo libro in Italia, ho notato che le persone presenti hanno sottolineato il modo in cui tratti le relazioni omo- e eterosessuali. Come qualcosa di simile, estremamente naturale, senza cliché. Ti saresti mai aspettato questo tipo di interesse scrivendo il libro?

Questa domanda mi affascina molto. Non ho mai pensato di scrivere una raccolta che fosse in particolar modo omocentrica o eterocentrica, dato che credo che ormai tutti conoscano qualcuno che sia gay o che stia lottando con la sua identità gay. In realtà, questo libro é più incentrato sulla sessualità uomo/uomo, piuttosto che su quella etero o omosessuale. Contrariamente a quello che generalmente si crede, penso che la sessualità maschile sia molto più fluida, molto più simile alla sessualità femminile. Sebbene, per colpa di questo mondo del cavolo in cui viviamo, agli uomini viene costantemente detto di comportarsi da UOMINI. Non fraintendermi. Gli uomini che si comportano da donne o le donne che si comportano da uomini...beh, anche quello può essere interessante. Ma nel complesso, volevo che i racconti riflettessero la cultura americana e la cultura americana si rifiuta di accettare l'idea che gli uomini possono fare sesso con altri uomini senza essere gay. Fanculo le etichette. Ecco cosa voglio dire.

 

Le etichette spesso possono però essere consolatorie....é molto più semplice per gli individui comprendere l'altro, incasellandolo. Negli Stati Uniti, in Italia, ovunque, le persone sembrano avere la necessità di classificare, di inscatolare. Hai per caso un antidoto?

Non ho nessun antidoto o soluzione alle etichette, ma quello che possiedo é una voce e la capacità di scrivere, spero, per riuscire a dire quello in cui credo. E quello in cui credo é che le etichette uccidono. Sono come dei guanti che stringono il collo, comprimendo l'immaginazione e rendendo il mondo un posto più piatto e ottuso.

 

Nel racconto "Jaguar", c'é una frase di una canzone dei REM che riecheggia "é la fine del mondo per quello che ne sappiamo e io sto bene": potrebbe essere il miglior modo per riassumere il libro?

Sì, la frase dei REM potrebbe essere un perfetto sottotitolo per il libro...molto acuto da parte tua averlo pensato! 

 

I libri di David Levinson
 

 

 

 
 
 
 
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