Intervista a David Nicholls

David Nicholls
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L’Hotel Manin è un luogo storico di Milano, esiste da più di un secolo e ne ha viste tante, chissà se lo ha scelto David Nicholls o il suo editore italiano Neri Pozza? In ritardo di oltre dieci minuti sull’orario concordato per l’intervista, parcheggio disgraziatamente il motorello davanti ai Giardini Pubblici e mi precipito nel giardino interno dell’albergo, che tante ne ha sentite oltre al cinguettìo degli uccellini. Non ho finito di leggere il suo romanzo ma per adesso mi è piaciuto moltissimo: glielo dico? Glielo dico. 
Sto leggendo il tuo romanzo Un giorno e mi piace perché attraverso micro storie quotidiane di formazione esistenziale ne costruisce una più grande, che non è solo e semplicemente la storia d’amore tra Emma e Dexter. Forse la loro storia d’amore è uno spunto per raccontare i cambiamenti nei rapporti tra maschio e femmina degli ultimi trent’anni?
Sì, direi che è proprio così. Il libro racconta una storia d’amore e di amicizia ma anche una storia che si svolge in un luogo e in un tempo specifico della società britannica, di cambiamenti che essa ha attraversato nel campo della politica delle classi, e anche della politica sessuale. Forse gli anni Novanta possono essere considerati troppo vicini a noi per essere definiti ma è evidente l’enorme differenza rispetto all’aggressività, al grigiore degli anni Ottanta. Volevo mostrare come anche i caratteri delle persone possono essere plasmati dall’età in cui esse si trovano a vivere, ma questo background fa soltanto da sfondo. Così come non ho voluto concentrarmi sui momenti epocali della vita delle persone come nascite, matrimoni, il primo bacio e così via, allo stesso modo non ho raccontato i fatti più salienti tipo la morte di Lady Diana, oppure la salita al potere di Tony Blair. Perché questo era il contesto. E spero di essere stato specifico in questo, senza essere troppo pesante.


Non trovi che la tecnologia abbia cambiato anche i rapporti amorosi? Penso alla prima lettera che Dexter scrive a Emma senza però spedirla, e penso anche al primo telefono cellulare di Emma.
Non ci avevo mai pensato però adesso che mi ci fai pensare è vero: se Dexter invece di quella lettera cartacea avesse mandato un’email, sicuramente le loro vite sarebbero andate in maniera diversa perché Emma l’avrebbe ricevuta. Ci sono molti messaggi in segreteria telefonica nel libro, una cosa che sembra antiquata anche se sono passati solo quindici anni. Io avevo un dispositivo, una tastierina su cui digitavo un codice e potevo sentire i messaggi nella segreteria telefonica stando fuori, mi sembrava davvero fantascienza, allora. Adesso i rapporti sono diventati più immediati, i messaggi si mandano senza pensarci su troppo, anche fare una compilation musicale è molto più facile, e probabilmente ha meno senso, meno significato. Quando Emma fa una cassetta per Dexter è davvero un atto d’amore perché ci ha messo tutto il giorno. Le lettere di carta di sicuro mostravano più emozione e più passione e hai colpito nel segno: la loro storia sarebbe stata diversa. Forse c’è anche un po’ di nostalgia in tutto questo. Quanta eccitazione, quanta esaltazione provavo quando ricevevo una lettera nella cassetta della posta! Molta di più rispetto alla più personale delle email.


Pensi che l’immediatezza dei messaggi li renda meno sinceri, meno onesti?
Forse i messaggi al giorno d’oggi sono molto più simili alle conversazioni, più spontanei. Hanno meno peso però anche. Mi ricordo quando scrivevo, e riscrivevo in continuazione le lettere quando invece un’email sarebbe stata molto immediata. Sicuramente c’è molto romanticismo nel ripensare a quelle lettere, più sincerità.


Stai scrivendo la sceneggiatura di "One Day". Quanto peso ha avuto nella scrittura del tuo romanzo il lavoro di sceneggiatore? Ci sono delle ambientazioni e delle scene che sembra di vedere rappresentate, come in un film...
Ho sempre avuto due grandi passioni da bambino, e cioè i libri e i film ma per quanto ci provi in realtà alla fine ho visto molti più film che non letto libri. Da bambino ho guardato molta televisione quindi ho assorbito il linguaggio dei film e della televisione. Mi rendo conto che il modo in cui scrivo le scene, come iniziano e come finiscono, è molto cinematografico. (Sono anche capace di scrivere un dialogo dalle qualità cinematografiche ma quando scrivo un libro scrivo prosa, mi concentro, non penso al fatto che potrebbe diventare un film. Soprattutto con questo libro ci ho provato con tutte le mie forze. Il fatto che sia stato, che stia diventando un film, è sorprendente per me perché il libro non è stato concepito nella sua struttura e nella sua scala per diventare un film. Eppure sta succedendo ma è una sorpresa e certo, mi fa molto piacere.


Non so se è una domanda “lecita” ma puoi dirmi se nel film ci sarà quella scena molto comica in cui Emma, disperata, torna verso casa mogia dallo spaccio carica di bottiglie tintinnanti mentre fuma, e incontra la sua allieva prediletta, l’ispiratrice del personaggio protagonista principale del suo successo editoriale? C’è un po’ di Bridget Jones in Emma? O secondo te c’è un po’ di Bridget Jones in tutte le ragazze occidentali?
Purtroppo quella scena è stata tagliata, perché concentrare vent’anni in centoventi minuti significa avere sei minuti a disposizione per ogni anno quindi alcuni anni vanno ridotti, altri vanno ampliati. Anche a me piaceva molto quella scena. Purtroppo mi sa che mi tocca dire che questa è una malattia prettamente britannica, perché noi britannici abbiamo sempre la sensazione che l’Europa, il resto dell’Europa, abbia un atteggiamento più ragionevole nei confronti dell’alcol, invece gli uomini e le donne del mio Paese hanno un rapporto diverso con il bere, con l’alcol. Forse questo è dovuto al fatto che nei film, soprattutto inglesi, le sigarette e l’alcol sono un sintomo di disperazione e di vite che scappano, che sfuggono al controllo. Sicuramente le mie amiche donne inglesi possono testimoniarlo, sono passate in questa fase ma secondo me è un tratto caratteriale.


Emma vuole fare la scrittrice e fa una vita dura. Sul tuo sito ho letto che anche tu hai cominciato a scrivere mentre facevi 1000 altri lavori. Pensavi che saresti arrivato al successo, o scrivevi per te stesso?
È vero, così com’è successo a Emma anch’io ho svolto dei lavori terribili intorno ai vent’anni... Ma a differenza di lei non ho avuto nemmeno il coraggio di insegnare perché Emma è dotata di un senso di responsabilità sociale molto più forte del mio. Io, molto egoisticamente, cercavo in tutti i modi di recitare anche se avevo davvero poco successo, con scarsissimi risultati ma i nostri vent’anni, i miei e di Emma, sono stati molto simili. Per quel che riguarda la scrittura, be’ mi ha colto di sorpresa, non pensavo sarebbe andata così. Fino a verso i miei trent’anni non avevo mai scritto nulla, ho cominciato quando un amico mi ha chiesto di aiutarlo con una sceneggiatura. Non avevo mai scritto nulla per me quindi a differenza di altri scrittori non ho, magari, cassetti pieni di bozze e idee per romanzi. Man mano che mi sono dedicato a questa attività ho imparato molto anche se ho scoperto la mia vocazione appunto verso i trent’anni. Sono stato così fortunato da ricevere aiuto e supporto da molti amici.


Se ti chiedessero di partecipare a un reality show tipo “l’Isola dei Famosi” su un’isola deserta con dei famosi personaggi della tv, accetteresti? Tieni presente che in Italia questi programmi sono molto criticati, perché molto seguiti.
No, anche perché rimarrei io stesso pietrificato vedendo come cambierebbe il mio comportamento in una situazione del genere.  Ma penso anche che non me lo chiederebbero mai, perché gli scrittori in Gran Bretagna hanno un profilo pubblico piuttosto basso e poi sicuramente, io non posso ritenermi famoso. Senza voler suonare come troppo tradizionalista e convenzionale vorrei dire che nutro un profondo orrore per quel tipo di televisione. La televisione britannica aveva una fortissima tradizione di racconti di storie drammatiche molto belle, molto impegnative. Un giorno qualcuno ha pensato che fosse molto meno costoso prendere un gruppo di celebrità, metterle in una stanza e vedere come si comportavano. Riterrei che sarebbe ipocrita da parte mia andare a fare un reality perché non condivido quest’idea. Non voglio esprimere giudizi con questo, ognuno può guardare quello che vuole ma è veramente un peccato che la gente non si senta più coinvolta dalla capacità di narrare, da certe storie così belle, mentre invece si senta coinvolta da questa o quella celebrità. E poi sarei anche troppo silenzioso come personaggio, starei in un angolo a leggere e questo non fa audience.


Cosa ti piace del cinema italiano? Tra i tuoi film preferiti ci sono "8 e ½" di Federico Fellini e "Suspiria" di Dario Argento, vero?
Non ne so molto ma guardo molti film europei. Mi è piaciuto di recente un film italiano fantastico, Pranzo di Ferragosto, e mi è piaciuto anche Gomorra. Mi piace Fellini, mi piace Nanni Moretti. Ho visto Suspiria quando avevo quindici anni, la cosa più terrificante che abbia mai visto in vita mia: strano, onirico, bizzarro, spaventosissimo. Nutro quest’amore colpevole per il genere horror, il giallo. Mi piace il cinema britannico ma stilisticamente penso sia troppo realistico, grigio e limitante in un certo senso, troppo preso dalle problematiche sociali e non abbia invece quello stile, quella bravura, quel gusto del cinema italiano.

I libri di David Nicholls

 

 

 

 
 
 
 
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