Intervista a David Peace

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In piedi, esile e di nero vestito, con grandi occhiali da vista con la montatura anch’essa nera che gli attraversano il volto pallido, David Peace legge una favola, una favola cupa e visionaria: c’è Buddha Gautama, c’è Gesù, c’è la piccola anima di uno scrittore giapponese morto suicida che cerca disperatamente di evadere dall’inferno. L’uditorio ascolta, in un silenzio rapito. Poi Peace smette di leggere. L’incantesimo si spezza, con una piccola esitazione la realtà riparte. Siamo in un grande bookstore del centro di Roma, lo scrittore britannico di nascita e giapponese d’adozione sta presentando il suo nuovo lavoro. Si susseguono le domande, ci sono anche le nostre: ecco cosa ci ha risposto Peace.




Fantasma si apre con Dopo il filo prima del filo, un frammento a metà tra prosa e poesia in cui la musicalità della lingua è un ingrediente decisivo. Non a caso hai deciso di aprire tutte le presentazioni italiane leggendolo tu stesso…
Questo racconto non è mai uscito in inglese, è stato scritto direttamente per questa raccolta italiana, quindi in realtà ancora ci sto lavorando: lo recito ad alta voce ancora e ancora, ci torno su, provo a migliorare il ritmo, a raffinarlo. Un continuo lavoro di riscrittura quindi, in cui anche il suono puro e semplice delle parole ha un ruolo essenziale. Lavoro qui e altrove nelle cose che faccio su tre piani in contemporanea: il significato letterale delle parole, il suono che veicolano e persino l’aspetto grafico, come si dispongono spazialmente le lettere sulla pagina.

Da cosa nasce il progetto sullo scrittore giapponese dei primi del ‘900 Rȳunosuke Akutagawa che porterà al tuo nuovo romanzo Paziente 23?
Quando scrivo di solito non è esattamente per raccontare qualcosa, per trovare delle risposte, ma bensì per porre delle domande. E perciò il procedimento tecnico che sto seguendo per questo lavoro su Akutagawa è particolarmente insolito per me: sto preparando una serie di storie brevi, il mio scopo è arrivare ad un certo punto arrivare ad avere una sequenza di storie, che in modo organico possano dare una risposta al mistero che per me rappresenta Rȳunosuke Akutagawa. Quando mi sono trasferito in Giappone nel 1994 è uno dei primi scrittori locali che ho iniziato a leggere, è rimasto con me 22 anni, una costante presenza che ha influito molto sulla mia scrittura. La sua tecnica, il suo modo di descrivere una storia da diversi punti di vista è stata l’ispirazione per il mio Tokyo città occupata. Il mio saggio Letteratura della sconfitta risale infatti a dieci anni fa, è un percorso che viene da lontano. Tutto qua. Non è un modo per eludere la domanda, giuro. È che quando ti innamori di qualcuno - non solo di uno scrittore o un artista ma proprio di una persona - se cerchi di spiegare perché ti sei innamorato rischi di uccidere questo sentimento.

A proposito di percorso che viene da lontano: se ti guardi indietro riconosci un filo rosso che lega tutte le cose che hai scritto oppure ogni cosa va vista come un progetto a sé?
Scrivere i romanzi del Red Riding Quartet è stato un tentativo di raccontare la storia del luogo in cui sono nato e dare un senso a quello che là succedeva. E la stessa cosa è successa con GB84, che racconta il grande sciopero dei minatori contro il governo di Margaret Thatcher, quello che per me è stato il più grande disastro della classe operaia britannica della storia. E lo stesso Il maledetto United è la risposta a un mistero: cosa è successo a Brian Clough, a questo allenatore, a questo socialista che solo per 44 giorni ha allenato il Leeds United? Quanto ai due volumi finora usciti della trilogia di Tokyo, Tokyo è il luogo in cui vivo e volevo raccontare ai miei figli la storia della loro città. Tutti questi otto libri sono molto critici verso un particolare periodo storico e legati profondamente a particolari luoghi, ma il nono libro è molto differente: con Red or dead non volevo fare una critica sociale ma celebrare William Shankly, un personaggio che per me è quasi un santo, è stato al massimo un antidoto contro la società di oggi. Scriverlo è stata un’esperienza piacevole, ho passato tre anni ad incontrare persone che avevano conosciuto Shankly, ad ascoltare aneddoti incredibili. A quel punto mi sembrava di aver chiuso il cerchio, di non avere altro da scrivere. Poi ho cominciato a lavorare su questi racconti su Akutagawa e lentamente, uno dopo l’altro, ho ritrovato la voglia di raccontare, mi è parso che tutto potesse ancora avere un senso. E rileggendoli ora tutti insieme pubblicati in un unico volume mi rendo conto che la chiave non è solo svelare il mistero di Akutagawa ma il mistero della letteratura in genere, svelarne il senso profondo.

Che ne pensi del calcio di oggi? Credi che la Premier League abbia in un certo senso perso la sua anima?
Dobbiamo essere molto cauti nel vedere in modo nostalgico e romantico il calcio degli anni ’70 e ‘80. C’era tantissima violenza, tantissimo razzismo e il legame stretto di alcune squadre con la classe operaia che ha reso bellissimo il calcio dei nostri nonni, quello fino agli anni ’50 e in parte ’60 già era in disfacimento, quel legame che oggi è non solo assente ma impensabile. Se si va agli stadi del Manchester City, del Liverpool, del Leeds, del Tottenham o dell’Arsenal e si guardano le case nei dintorni ci si rende conto che chi abita là non può più permettersi di andare a vedere la partita. Gli stadi sono diventati dei resort esclusivi, non sono più delle piazze. Ma una delle poche cose che mi dà speranza è che in questo nostro mondo di esistenze isolate e frammentate il calcio rappresenta ancora una dei pochi momenti di comunità, di socializzazione. Possiamo parlare di eccessiva commercializzazione, di stipendi mostruosi, di corruzione ma dobbiamo anche sperare che le cose vadano in modo diverso.

La prima parte della tua produzione è profondamente legata all’Inghilterra. Ora invece stai occupandoti del Giappone, la tua nuova casa. Quanto è entrata dentro di te la cultura orientale?
Sebbene abbia scritto i romanzi del Red Riding Quartet vivendo in Giappone, credo che la distanza geografica mi abbia paradossalmente aiutato, mi abbia permesso di avere una prospettiva migliore, probabilmente non sarei stato in grado di scriverli vivendo ancora in Gran Bretagna. Ho scritto sei libri sul nord dell’Inghilterra dal 1994 al 2006 sempre vivendo in Giappone, da questo deriva anche la mia scelta di iniziare a scrivere su Tokyo. Una sorta di senso di colpa se vuoi, la voglia di essere più “connesso” al Paese che mi ospita da tanti anni, dove ho creato la mia famiglia.

Credi nell’inferno? E qual è l’inferno di David Peace?
Può sembrare melodrammatico ma sì, credo eccome all’inferno. E potrà sembrare ancora più melodrammatico ma se Sartre ha detto che “l’inferno sono gli altri”, io credo invece che l’inferno sono io. In un certo senso scrivo per uscirne, tento di “scrivermi fuori” dall’inferno… Pensandoci bene ecco perché i miei figli sono contenti quando viaggio per lavoro: così non sto a casa a dire queste cose.

Molti tuoi libri sono stati portati sul grande o sul piccolo schermo. Cosa pensi del risultato?
Premettiamo una cosa. I film tratti dai libri sono diversi dai libri. Anzi, devono essere diversi. E per essere molto onesti, quando fanno un film dai tuoi libri ne trai un vantaggio economico: ogni scrittore ha la possibilità di scegliere se prendere quei soldi o no. Nessuno lo obbliga. Nel caso delle miniserie televisive tratte da tre libri del Red Riding Quartet quando ho letto la sceneggiatura e li ho visti ho pensato che fossero sì diversi dai miei libri, ma che fossero ottimi prodotti, Penso sinceramente che il film tratto da 1974 per esempio sia migliore del mio libro, dico davvero. Non è un libro che amo tantissimo, lo sceneggiatore ha saputo inserire un senso di compassione per le vittime che io non ho saputo creare e che ha migliorato molto la storia. Nel caso de Il maledetto United l’esperienza è stata invece molto meno felice. All’inizio l’idea era diversa, voleva essere un omaggio ai film sportivi inglesi degli anni ’50, doveva essere girato in bianco e nero ed essere molto più crudo. E soprattutto doveva essere diretto da Stephen Frears, che invece ad un certo punto ha abbandonato il progetto perché non gli piaceva la sceneggiatura. Quando succede così la situazione ti sfugge di mano e non la riesci più a controllare. Il film che è venuto fuori – diciamolo – non è proprio il mio genere di film. Ma c’è un ma. Ho incontrato soprattutto durante le presentazioni in Inghilterra tantissime persone che mi hanno detto di aver visto il film e quindi avere comprato il libro e dopo ancora di aver comprato altri miei libri, quindi non posso certo lamentarmi fino in fondo. E c’è un altro fatto. La cosa più terribile è che quello è il film preferito di uno dei miei figli.

C’è chi legge la tua opera come una consapevole “messa in crisi” della forma romanzo. Pensi sia necessario superarla? E cosa c’è dietro l’angolo?
Non è tanto la forma romanzo che io guardo con occhio critico. Guardo con occhio critico i miei, di romanzi. Per esempio sto lavorando al terzo capitolo della trilogia di Tokyo, ne ho scritte quattro versioni ma nessuna mi piace, sto ancora cercando la voce giusta per raccontare questa storia. Lo chiedo sempre ai miei studenti all’Università di Tokyo: cosa è le letteratura? Sono le storie che ci raccontiamo come comunità, le storie che condividiamo. Quali sono le storie del XXI secolo, qual è il libro più venduto del secolo? Già, 50 sfumature di grigio. È facile ridere o ignorarlo, ma ha venduto 135 milioni di copie nel mondo, quindi quella è la storia collettiva che gira nella nostra comunità, la storia che ci raccontiamo in questo secolo. Io l’ho letto e tecnicamente è un lavoro interessante, usa forme come le email, pagine di contratti inserite nella narrazione e quindi ammetto che è stilisticamente interessante. Ma. Intendiamoci, il problema per me non è certo il sesso estremo, la cosa che mi turba è la natura della relazione sadomasochistica della studentessa con l’imprenditore, una metafora della nostra maledetta infatuazione per lo stile di vita dell’1% della popolazione, del feticismo per i portatili Apple, una metafora del come veniamo comprati e incatenati dai benefit, dagli hotel di lusso, dai voli in business, da roba del genere. Se leggi 50 sfumature di grigio non ti puoi certo sorprendere del fatto che Donald Trump potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti. Qual è il punto? Il punto è quello che abbiamo perso. E quello che abbiamo perso secondo me è la forma originaria della narrazione orale, il racconto che veniva tramandato di generazione in generazione, che portava valori di esperienza, moralità e saggezza. La letteratura di oggi deve riconquistare la moralità.

I LIBRI DI DAVID PEACE


 

 
 
 
 
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