Intervista a David Szalay

Il quotidiano britannico “Daily Telegraph” lo ha inserito tra i venti migliori scrittori under 40. È stato finalista al Man Booker Prize, il più importante premio letterario anglosassone, nel 2016 e finalista anche alla dodicesima edizione del Premio Von Rezzori, città di Firenze. Proprio nel capoluogo toscano, nella sala Ferri del Gabinetto Vieusseux, circondati da un’antica libreria intarsiata e ricca di cimeli letterari, incontro David Szalay, abbigliamento casual e sguardo azzurro molto formale, ma durante la nostra chiacchierata si lascia andare anche a qualche risata di franca allegria.




Tutto quello che è un uomo è il tuo quarto libro, ma in Italia è il primo a essere tradotto. Il lavoro di Anna Rusconi, così ben fatto da non sembrare neppure una traduzione, rappresenta direi un ottimo inizio. Che tipo di collaborazione hai avuto con lei?
È passato più di un anno e avendo la memoria un po’ offuscata non mi ricordo se mi ha contattato per farmi delle domande, probabilmente lo ha anche fatto, in ogni caso, la cosa principale è che lei è di per sé una traduttrice eccellente! Altro cosa fondamentale è che Adelphi ha lasciato a Anna un anno e mezzo per portare a termine il lavoro, tantissimo tempo, tutto quello che lei aveva chiesto, normalmente vengono dati pochi mesi al traduttore, quindi Anna si è potuta davvero concentrare sul libro e credo che questo sia stato molto importante.

Alcuni trovano in Tutto quello che è un uomo suggestioni ottocentesche, altri la potenza della letteratura classica e c’è chi ancora lo definisce un capolavoro post-moderno. Ma per te cos’è questo libro? Quale significato hanno le storie che hai raccontato?
Veramente ho cercato di comunicare cose molto semplici, forse quelle che sono definite tematiche universali, ecco: non argomenti esclusivamente contemporanei, ma li volevo inserire in un contesto che fosse contemporaneo, in una forma contemporanea. Infatti il libro parla del tempo, della mascolinità, che non sono argomenti nuovi o che hanno una particolare rilevanza oggi, sono universali, hanno da sempre interessato la letteratura, ne è stato scritto tanto, ciò che mi interessava era semplicemente riuscire a comunicali in maniera viscerale, niente di estremamente complicato, trattarli in modo tale che il lettore avesse un impatto reale molto forte, non sono voli pindarici intellettuali. Forse l’aspetto più contemporaneo è il contesto europeo, il libro vuole essere un quadro dell’Europa in questo momento storico, questo sì.

In effetti l’Europa è una protagonista del libro, in ogni storia i personaggi si spostano: in automobile, in areo, attraversano il mare, passano da un Paese all’ altro. Perché è così importante il viaggio?
Le storie del libro sono piene di viaggi, volevo dipingere un quadro della realtà europea, spiegare come le persone si muovono all’interno dell’Europa, chiaramente visto da una prospettiva più alta. Il viaggio all’interno del libro acquisisce poi un’accezione metaforica, ovviamente anche il viaggio come simbolo della vita è un’immagine classica, che, sebbene non sia esplicitato nel libro è un messaggio ricorrente.

Cosa pensi delle enormi migrazioni di massa extraeuropee a cui l’Europa si sta chiudendo?
Penso che la migrazione all’interno dell’Europa sia molto diversa dalla migrazione extra-europea, ci sono differenti aspetti politici, sociali e anche significati morali diversi, non possono essere affrontati come se fossero un unico fenomeno. Il libro non affronta i flussi migratori dal Medio Oriente verso l’Europa, perché è stato scritto prima del 2015, quando non era ancora un fenomeno alla ribalta.

Secondo te hanno ancora senso i confini tra le nazioni?
Forse l’unico confine che esiste in Europa e ha ancora senso è quello linguistico. Tutto il resto no, l’unica cosa che impedisce all’Europa di diventare una realtà unica sono le diverse lingue. Le barriere linguistiche sono quelle che limitano le relazioni tra i popoli.

Le lingue diverse sono comunque una ricchezza, è un limite che può essere anche una risorsa…
Certo, assolutamente! Non sto suggerendo che vengano eliminate le diverse lingue. Intendo dire che l’unico confine che oggi abbia un qualche significato per l’identità di un popolo è quello linguistico.

Il cinema e la serie televisive: le immagini sono le forme narrative privilegiate del nostro tempo, qual è il futuro della parola scritta?
Hai assolutamente ragione, concordo con te, i film e la televisione sono la forma narrativa dominante, ma non sono pessimista, questo no, perché penso che le persone hanno sempre scritto e usato il linguaggio in maniera scritta e sono convinto che continueranno sempre a farlo, è vero lo spazio culturale occupato dalla parola scritta si è ristretto rispetto al XVIII e XIX secolo, sicuramente è così, ma questo non significa che la parola scritta sia diventata irrilevante, semplicemente ha un posto diverso all’interno dell’universo culturale. Attualmente, se si vuole raccontare una storia, in primo luogo bisogna pensare a una metodologia diversa da quella usata in un film. Ci sono cose che la scrittura può raccontare e che le immagini non possono restituire. Quando scrivo voglio scrivere cose che sarebbe difficile trasformare in un film. Perché scrivere pensando di fare anche una trasposizione del libro? Tanto vale scrivere la sceneggiatura di un film fin dall’inizio! La sfida è proprio trovare delle cose che si prestino alla scrittura e che diano il meglio di sé nella scrittura, piuttosto che in una forma filmica.

Ritornando al tuo ultimo libro, leggendo si scopre che è formato da nove storie, che si possono raccogliere in tre gruppi, ogni parte formata da tre storie che raccontano ciascuna una delle fasi principali della vita: gioventù, maturità, vecchiaia. Ancora tre. Nella suddivisione narrativa il numero tre e i suoi multipli è casuale o c’è un significato preciso?
Sì, nella mia mente c’era un significato preciso, anche se poi non l’ho accentuato tantissimo nel libro, cera la volontà di un richiamo molto sottile ai Tarocchi. La ripartizione del libro prende proprio spunto dal fatto che il tre rappresenta il numero della nascita e della realizzazione: tre parti, una per ogni fase della vita, con tre storie, è il ciclo della vita.

Questo libro non è un romanzo, perché ogni narrazione ha protagonisti diversi, ma non si può neppure definire semplicemente un insieme di racconti, perché c’è una sorta di staffetta tra i personaggi di una storia e l’altra. Storie che hanno una fine, ma non una conclusione, con protagonisti che man mano che si va avanti nella lettura sono più vecchi rispetto ai precedenti. Al di là delle definizioni, la scelta di questa forma narrativa da cosa è dettata?
Beh, ovviamente volevo dare il senso di una progressione temporale, ma volevo che fosse molto sottile, che comunque ci fossero differenze tra i vari personaggi, ma in ogni caso non fossero differenze esasperate melodrammatiche. Non volevo ci fossero dei salti tra un personaggio e l’altro, ma un passaggio molto morbido tra una storia e quella successiva. Contemporaneamente desideravo che si percepisse il trascorrere del tempo. Il passare del tempo è una sensazione che non abbiamo mai quando viviamo il presente, la percepiamo solo quando diamo uno sguardo indietro, al nostro passato.

Ho trovato che le descrizioni dei luoghi, accurate, circostanziate, siano anche un’eco e un rinforzo alla vita interiore dei personaggi. Una parte del libro si svolge a Ravenna, dove si percepisce il fascino dei mosaici di Sant’Apollinare in classe. Perché hai scelto Ravenna per il racconto che affronta la vecchiaia?
Un mesetto fa sono stato a Ravenna e anche loro mi hanno chiesto il perché della mia scelta… conosco piuttosto bene questa parte dell’Italia, ci sono stato molte volte e l’atmosfera di Ravenna è semplicemente perfetta per quella storia. Ci sono i bellissimi monumenti del passato, e una sorta di malinconia, non solo nella città, ma anche in tutto il paesaggio circostante, molto piatto, si vede in lontananza la linea dell’orizzonte completamente libera, le strade principali dritte. Inoltre c’è il delta del Po, il delta di un fiume viene spesso utilizzato come metafora della fine della vita.

Tu parli di “senso di spreco”, spreco di occasioni, della fragilità del maschio, senso di vuoto, tristezza nell’anima… Tratteggiare un quadro così disincantato dell’uomo contemporaneo serve a esorcizzare la paura del tempo che passa, la paura della morte? È per questo fai dire a Tony “È così che finiamo tutti: dissolvendoci”?
Se mi aiuta personalmente a esorcizzare la paura? Ah ah, forse sì. No, non era mia intenzione di parlare della morte in senso stretto. Certamente il libro prova a essere una risposta alla paura di invecchiare e di morire, e anche una sorta di triste riflessione sul tempo che passa. Il principale protagonista è per me il tempo.

Lo stile con cui scrivi è molto asciutto, racconti senza giudicare la sofferenza dei personaggi…
Sì, volevo raccontare i personaggi in modo meno sentimentalmente possibile, senza giudicarli, in un certo modo l’idea potrebbe essere quella di una sorta di onestà intellettuale, di comunicare in modo diretto.

Trilussa, poeta italiano che scriveva in dialetto romanesco, ha scritto “Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa”. Nella tua narrazione che si svolge minuto per minuto, si entra nella mente del maschio, per seguirlo nei funambolici percorsi delle connessioni e dei pensieri, in questo modo si scopre che ogni personaggio, anche quello di successo vorrebbe essere qualcosa di più o qualcosa di diverso. Vale anche per te?
Beh, probabilmente sì! Spesso il senso delle cose lo scopriamo dopo che sono successe, guardando indietro nel tempo, ci accorgiamo dello spreco di occasioni, ci accorgiamo che ormai è troppo tardi per cambiare le cose più grandi, il tempo passa senza che ne abbiamo piena coscienza.

Prima di salutarci, quale libro consigli ai lettori di Mangialibri?
Consiglio di leggere Outline di Rachel Cusk, una scrittrice britannica che apprezzo moltissimo.

E tu cosa stai leggendo in questi giorni?
Sto leggendo un libro sulla memoria e sulla trasformazione: Le braci, di Sándor Márai, forse uno dei libri più famosi della letteratura ungherese nel mondo.

I LIBRI DI DAVID SZALAY



 

 

 

 
 
 
 
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