Intervista a Deborah Brizzi

Articolo di: 

È entrata in Polizia nel 1999 e per molti anni ha fatto servizio operativo alla squadra volanti della Questura di Milano: oggi lavora all’ufficio anti stalking. In occasione dell’uscita del suo secondo romanzo, una riflessione sulla vendetta e sulla violenza alle donne, le abbiamo rivolto alcune domande. E Deborah Brizzi ci ha risposto con la massima disponibilità e una grande gentilezza.




Da poliziotta sulle volanti di Milano a scrittrice di successo. Come mai hai sentito l’esigenza di raccontare la tua esperienza lavorativa?
Grazie per la “scrittrice di successo”, ma sono ancora una sbirra con il passatempo della scrittura. Ecco sì, è stata proprio un’esigenza quella di parlare di un essere umano che indossa una divisa, un’esigenza nata per accorciare le distanze che quella divisa spesso crea con chi la indossa, con le distanze spesso interposte da chi non l’indossa perché schiavo di uno stereotipo. Volevo dire che anche noi siamo una minoranza, talvolta colpita da pregiudizi. E io di minoranze me ne intendo…

Ne La stanza chiusa la protagonista non è solamente Norma Gigli, ma un intero condominio di donne che decidono a modo loro di farsi giustizia da sole. I temi affrontati sono tanti: la violenza di genere, la vendetta, la solidarietà tra donne... Come sei riuscita a districarti e ad affrontare argomenti così “sensibili”?
Passione. Gli esseri umani sono la mia passione, uomini e donne. Penso che con un pochino più di impegno le cose si possano cambiare, a partire dal proprio orticello, orticello dopo orticello, si cambia il mondo. Questo è parte del mio contributo. I temi che tratto sono quelli che più sento vicini, quelli sui quali mi sono più impegnata, quelli che studio e sui quali rifletto.

Quanto ti assomiglia Norma Gigli?
Giro la risposta e ti dirò in cosa non mi assomiglia: non crede nella psicologia, io sì. È strafottente, io lo sono molto meno, credo. Per il resto siamo abbastanza simili, per questo ci osserviamo da debita distanza.

Ne La stanza chiusa la figura femminile nel noir viene definitivamente sdoganata a protagonista della propria vita, delle proprie scelte, dei propri errori, dei propri gesti, della propria vendetta. Qual è stata la tua urgenza nel raccontare una storia di dolore femminile contro le discriminazioni e le violenze subite?
Trattare le donne da soggetti agenti è il primo passo per renderle tali, io lo sono e conosco molte donne sempre più consapevoli di cosa significhi esserlo. Raccontare queste femminilità significa anche controvertere lo stereotipo che ci vuole le prime nemiche di noi stesse, incapaci di creare alleanze. Io non credo sia così, e più una donna raggiunge consapevolezza della discriminazione che ha subito, più agirà solidarietà nei confronti delle altre donne.

Credi che nella vita reale, le donne stiano riuscendo a non subire più la violenza chiudendosi nel silenzio? Penso allo scandalo americano, al #metoo…
Secondo la teoria dell’equilibrio patriarcale di Judith Bennet, una storica, i miglioramenti sociali per le donne sono stati controbilanciati da passi indietro, io la condivido, ma penso che i passi in avanti non siano pari a quelli indietro, penso che a fronte di due passi in avanti se ne faccia uno indietro. Quindi avanziamo lentamente, dobbiamo solo vigilare che la proporzione non si inverta…

Hai già una nuova idea per un romanzo? Norma Gigli sarà sempre la protagonista?
Ho iniziato a scrivere il terzo romanzo e si intitolerà Sangue di Giuda: ci sarà Norma, due insoliti compagni di indagine ed un intrigo nato coi movimenti ereticali… ma non so se Norma arriverà viva alla fine…

I LIBRI DI DEBORAH BRIZZI



 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER