Intervista a Deborah Willis

Deborah Willis
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Deborah Willis ha l'aspetto delicato della parola "svanire", titolo tra l'altro del suo esordio letterario, una raccolta di racconti scritti con lo stile maturo dell'autore consumato, un debutto che non ha niente di acerbo. Tranquilla e misurata, Deborah parla volentieri e senza alcuna superbia, nonostante il suo primo lavoro sia stato nominato uno dei migliori libri del 2009 nella classifica Globe and Mail's Best Books e abbia ricevuto la nommination per il BC Book Prize e per il Governor General's Award. Mentre ci perdiamo tra gli stand del Salone del Libro 2013, mi racconta che il suo primo mestiere è stai istruttrice di equitazione, il secondo quello di giornalista. Poi è passata a fare la libraia e, infine, ha capito di essere una scrittrice. Alla mia domanda su cosa pensa di fare "da grande" risponde con una risata che è segno dei tempi: il domani non si sa, per ora continua a scrivere e, vista la qualità delle sue cose credo che sia proprio questa la sua strada.




Tutti i racconti della tua raccolta Svanire ruotano intorno al tema della scomparsa e illustrano quel particolare processo che porta  col tempo allo svanire del senso di perdita stesso. Come è nata l'idea di dedicarti a questo argomento?
Sinceramente non ho mai avuto questa idea. Ogni racconto è stato scritto per se stesso e solo a metà dell'opera mi è stato fatto notare dall'editore l'omogeneità tematica di quello che stavo raccontando. Ne consegue che il libro si compone di due anime: la parte in cui non ero consapevole e quella in cui sapevo cosa stavo facendo.


Cosa ami di più della scrittura?
La costruzione dei racconti è il mio piacere maggiore quando mi siedo davanti alla tastiera. Visualizzo l'immagine di una casa in cui passo da una stanza all'altra verso quella centrale, chiusa, segreta. Scrivere mi porta ad entrare in quella stanza.


Quale fase del lavoro trovi invece più difficile?
Il tempo che passo a scrivere corrisponde a quello che impiego a tagliare e modificare e non è facile staccarsi da quanto si è scritto e capire quando un paragrafo deve essere eliminato, anzi a volte è doloroso.


Un obiettivo che ti poni mentre lavori sul testo?
Credo che se lo scrittore arriva a stupirsi di quello che pensa e che scopre solo scrivendo il processo di scoperta sarà altrettanto bello per chi legge. Spero sempre di arrivare a questo, a sorprendere il lettore, ma senza costruzioni artificiose.


Cosa fai nella vita, oltre a scrivere?
Per anni ho lavorato in una libreria: oggi, invece, ho la fortuna di scrivere a tempo pieno. Sto infatti partecipando a un programma come "writer in residence" presso l'Università di Calgary. Un'opportunità preziosa per dedicarsi alla scrittura e frequentare persone e corsi di alto livello, ma anche per condividere quanto si è imparato.


Hai mai vissuto all'estero?
Sì, ho fatto un'esperienza di studio in Francia a 22 anni, un periodo fondamentale per la mia crescita e, probabilmente, anche per la costruzione dell'immaginario cui attingo scrivendo.


Sei venuta in Italia per presentare il tuo libro, da poco tradotto in italiano. Hai avuto modo di visitare il Paese? Cosa pensi invece del Salone del Libro di Torino?
L'Italia è ricca di territori splendidi e ho avuto la possibilità di vedere, seppur solo brevemente, alcuni dei più belli, tra cui la città di Siena che ha colpito in modo particolare. Al Salone del Libro mi sono sorpresa dall'interesse dimostrato per il mio libro, da quante persone hanno voluto parlare con me, che tra l'altro non conosco la lingua, oltre che dalle dimensioni di questa fiera, davvero impressionante. Mi piace l'Italia, soprattutto il cibo e l'umore allegro delle persone che vi abitano.


Hai degli hobby?

Mi piace arrampicare, andare in bicicletta e ballare la salsa. Per il resto leggo e passo molto tempo con i miei amici e in famiglia.


Quali scrittori ritieni più influenti sullo sviluppo del tuo stile personale?
Senz'altro Alice Munro nella cui libreria ho lavorato per sette anni, Flannery O'Connor,  Mavis Gallant e Richard Ford.


E i tuoi libri preferiti in assoluto?
Direi Il grande Gatsby di Fitzgerarld e Lives of Girls and Women di Alice Munro.


Svanire è il tuo primo libro. Quanto tempo è servito per scriverlo?
Molto. Sette anni. In pratica questo libro ha vissuto con me la mia crescita.


Avevi mai scritto altre opere compiute prima, a parte i (riuscitissimi) racconti che hai pubblicato su varie riviste, anche online?
Quando avevo 18 anni ho provato a scrivere un romanzo, ma non sono riuscita a finirlo.


Pensi di continuare con i racconti o vorresti passare ai romanzi?
Preferisco la forma breve, la sento più mia.


Che rapporto hai con la tua terra, il Canada, e come lo inserisci nelle tue storie?
Amo il mio Paese, mi piace viverci. Penso che sia parte naturale di quello che scrivo e mi sforzo di rendere sulla carta quelle atmosfere così tipiche dei luoghi in cui sono cresciuta, quell'umanità così particolare con cui mi confronto.


Spesso quello che esce può anche rientrare nella nostra vita. Una riflessione  che non posso far a meno di fare pensando ad alcuni dei racconti di Svanire. Pensi che un ritorno possa essere difficile da accogliere per chi è rimasto o è solo un momento di gioia?
Un ritorno scombussola del tutto l'equilibrio che è stato con fatica ricostruito, è un'emozione altrettanto spiazzante della scomparsa, anche se ovviamente può produrre molta felicità.

I libri di Deborah Willis

 

 

 

 
 
 
 
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