Intervista a Diana Johnstone

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Diana Johnstone, statunitense trapiantata a Parigi, suscita ad ogni saggio pubblicato grandi polemiche per le sue prese di posizione contro la politica estera degli Stati Uniti, vista come inutilmente aggressiva e pericolosa per il corretto equilibrio mondiale. Con lei abbiamo parlato di equilibri geopolitici, del ruolo dell’Europa di fronte alla crisi dei migranti e delle primarie statunitensi, che non smettono mai di sorprendere e far discutere.




La corsa per la nomination presidenziale statunitense è prossima alla fine: Hillary Clinton vs Donald Trump. Pro e contro di ogni candidato e chi vincerà, secondo te? La profezia che hai fatto nel tuo libro Hillary Clinton – Regina del caos, con la candidata democratica senza un reale avversario, è divenuta realtà?
Non proprio. È vero che Donald Trump suscita enorme ostilità, ma suscita anche ridicolo. La sua candidatura è ampiamente vista come assolutamente scandalosa. A una prima occhiata uno potrebbe pensare che è stato scelto per assicurare la vittoria di Hillary Clinton come “male minore” alle elezioni di novembre. Tuttavia bisogna notare che egli non è stato scelto, ma si è scelto, in quella che nel linguaggio di affari può definirsi come una OPA ostile (“Hostile takeover”) per il Partito Repubblicano. Prima di confrontarsi con Trump “il cattivo”, Hillary dovrà affrontare “il buono” Bernie Sanders nelle primarie del Partito Democratico. L’entusiasmo per Bernie tra i giovani militanti ha portato all’attenzione di tutti molti aspetti scandalosi della carriera di Hillary che i media mainstream avevano ignorato: i suoi stretti legami con Wall Street, i suoi continui inganni, la sua bellicosità ecc. Se si dà un’occhiata su Internet si può notare come non si vorrebbe che ad affrontare Trump fosse Hillary. Questa potrebbe essere la prima elezione presidenziale nella storia fra le due persone più odiate del paese. I sondaggi ora mostrano come Bernie Sanders potrebbe battere Trump molto più facilmente rispetto alla Clinton. Per essere sicuri della vittoria, i leader del Partito Democratico teoricamente dovrebbero smettere di opporsi a Sanders e lasciare che sia lui a vincere la nomination. Ciò tuttavia pare altamente improbabile. Comunque le recenti primarie hanno mostrato una crescita del rifiuto popolare nei confronti della dittatura del bipartitismo (sì, è esattamente ciò che è diventato) che si spaccia per un modello di democrazia per tutto il mondo. Ciò comunque resta istituzionalmente sicuro.

Le recenti aperture all’Iran e Cuba del Presidente Obama riusciranno a riscattare la sua disastrosa politica estera degli ultimi anni (dal caos libico fino alla crisi ucraina, passando per la situazione siriana)?
Questa sembra essere l’intenzione di Obama, come se volesse riscattarsi di una politica estera che in larga misura gli è stata imposta. E se questa imposizione c’è stata, Hillary Clinton è tra coloro che hanno fatto pressioni a favore della distruzione della Libia, della linea dura con Cuba e con i governi di sinistra in America Latina (basti pensare al suo subdolo supporto al colpo di stato militare in Honduras nel 2009) e contro l’accordo con l’Iran. Anche ora l’amministrazione Obama risulta ambigua davanti a queste aperture. Ironicamente, il posto di Obama nella storia potrebbe essere rafforzato dall’elezione di Hillary Clinton, la quale a confronto promette di farlo sembrare al suo confronto un amante della pace. L’ostilità di Hillary nei confronti dell’Iran è senza sosta, proprio come la sua determinazione nell’ottenere un “regime change” in Siria e nel fare pressioni al fine di “isolare” la Russia.

Gli Stati Uniti stanno vivendo in un età post-imperiale dall’11 settembre 2001. Tuttavia continuano ad agire con arroganza e prepotenza. Quali potrebbero essere le implicazioni di questo comportamento nel medio e nel lungo periodo?
A Washington non credono di vivere in un età post-imperiale. Loro ancora pensano e agiscono come se si trovassero in una posizione di egemonia mondiale. E anche Hillary Clinton ci crede fermamente. Come ho più volte ripetuto nel mio libro, questa arroganza è estremamente pericolosa per tutto il mondo. I leader statunitensi continuano a dire che devono dare prova di fermezza e non tirarsi indietro di fronte a richieste impossibili. A sostegno delle loro infinite richieste sul resto del mondo, gli Stati Uniti hanno avviato un programma di tre trilioni (sic!) di dollari per “aggiornare” il loro arsenale nucleare. Il pericolo di questa megalomania dovrebbe essere ovvio ma l’Europa preferisce ignorarlo.

In Europa si sta assistendo a una crescita di quei partiti cosiddetti euroscettici, populisti e nazionalisti. Da americana che vive in Europa, qual è il tuo punto di vista riguardo questa crescita? Affronteremo un rapido declino dell’Unione Europea o l’Unione Europea necessita solamente di essere riformata?
Mi rincresce dire che i leader europei hanno la loro responsabilità per la megalomania di Washington. È l’obbedienza degli europei che fornisce credibilità all’illusione americana di una egemonia mondiale. Notare che il Presidente Chirac usò il buon senso tenendo la Francia fuori dall’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. Il risultato: i suoi successori, Sarkozy e Hollande, apparentemente spaventati da una poco amichevole reazione a Washington, si sono premurati di mostrare condiscendenza nei confronti degli Stati Uniti e della NATO. L’unica cosa che potrebbe far tornare in sé i leader americani sarebbe una rivolta dei loro satelliti europei. In questo contesto, non posso guardare negativamente a quei partiti etichettati come “euroscettici, populisti e nazionalisti”, aggettivi che possono indicare varie cose. Gli europei hanno bisogno di seppellire Hitler, che non sta tornando, e guardare al loro presente con un occhio al futuro. L’Unione Europea è diventata una colonia della finanza internazionale. E inoltre non ha una identità politica tale di evitarle di essere una colonia militare e strategica degli Stati Uniti. Soprattutto da quando si è espansa includendo stati i cui primi alleati sono gli Stati Uniti e non “l’Europa” (Polonia e paesi baltici), l’Unione Europea si è dimostrata incapace di seguire un percorso veramente indipendente. Solo gli stati membri sono politicamente capaci di questo. L’idea che l’Unione Europea sia necessaria per “prevenire i conflitti” si è mostrata falsa. Essa infatti non ha evitato che la NATO bombardasse e radesse al suolo la Jugoslavia. E’ diventata uno strumento per coinvolgere i suoi stati membri in guerre sotto il segno dell’egemonia americana. A questo punto, abbandonare il sogno di una americanizzazione globale a favore di un mondo multipolare sarebbe il percorso più pacifico. Quando sia Sanders sia Trump si schierano contro la politica di “regime change” di Hillary non è chiaro cosa intendano precisamente. Ma queste affermazioni sono il segno che molti cittadini comuni degli Stati Uniti gradirebbero un cambiamento nella politica.

Molti stati europei pensano che chiudere le frontiere sia la soluzione al problema dell’immigrazione. Qual è la tua posizione a proposito di queste strategie?
La crisi dei migranti è il prodotto di vari fattori che dovrebbero essere presi in considerazione nella formulazione di una politica appropriata. Il fattore più evidente e drammatico è la guerra: prima di tutto le guerre devastanti che gli Stati Uniti (e alcuni loro alleati) hanno inflitto al Libano, all’Afghanistan, all’Iraq, al Sudan, alla Libia, alla Siria, al Pakistan, allo Yemen… Quindi ogni politica riguardante l’immigrazione dovrebbe prima di tutto auspicare a far cessare questi conflitti: distaccandosi dalla politica di “regime change” degli USA; fermando le forniture di armi a queste regioni e specialmente a quei cronici attaccabrighe come l’Arabia Saudita, il Qatar e Israele, e cooperando con la Russia la cui politica in Siria è volta a restaurare qualche barlume di diritto internazionale, iniziando con la sovranità nazionale. L’altro fattore principale riguarda le difficoltà economiche in Africa, continente che richiede cambiamenti di politica molto più vasti. Senza tener conto soprattutto di questi fattori, non ci può essere soluzione al problema dell’ immigrazione, che oggi è una minaccia per le società europee in particolare perché esse sono già destabilizzate dalle loro politiche economiche neoliberiste. Ciò significa che se un gran numero di migranti viene accolto, allora le politiche socio-economiche devono essere drasticamente modificate per fornire lavoro e uno standard di vita accettabile all’intera popolazione che, a questo punto, risulta allargata. Se così non fosse, il risultato sarebbe spirito di rivalsa, risentimento ed eventuali scontri violenti tra coloro che sono già qui ma si sentono rifiutati e coloro che stanno arrivando, mentre i salari precipitano, le abitazioni scarseggiano e il capitale finanziario rafforza il suo controllo su delle popolazioni precarie e divise. In ogni caso, il buon senso fa pensare che gli immigrati dovrebbero essere filtrati, in accordo con le leggi esistenti, per favorire autentiche politiche di accoglienza ed escludere potenziali nemici.

Da qualche anno la Russia di Vladimir Putin è tornata prepotentemente sullo scacchiere internazionale. Quale sarà il ruolo di questa nazione nei prossimi anni? Ridurrà la propria influenza oppure, viste le difficoltà di USA e Unione Europea, questa influenza è destinata a crescere?
Vladimir Putin e il suo eccellente ministro degli esteri Sergey Lavrov perseguono costantemente da diversi anni i loro obiettivi politici: la difesa del diritto internazionale, la sovranità nazionale, un mondo multipolare. Le loro azioni sono state perfettamente in linea con questi proclami. L’attuale isteria nel mondo Occidentale che etichetta la Russia come un pericoloso aggressore e una minaccia per la vicina Europa altro non è che propaganda statunitense volta soprattutto a riaffermare il dominio USA-NATO sull’Europa e a trovare un pretesto per vendere sistemi di armamento statunitensi agli alleati europei. Il ritorno della Crimea alla Russia, come faccio presente nel mio libro, è stato difensivo, pacifico, democratico e inevitabile. La Russia doveva reagire alla incombente minaccia della NATO che affermava di sottrarre la base navale di Sebastopoli (la principale base navale russa), una volta che gli Stati Uniti avessero sostanzialmente preso il controllo del governo di Kiev. Da quando la gente della Crimea ha voluto tornare con la Russia, cioè da quando l’Ucraina è divenuta uno stato indipendente, ciò sarebbe accaduto – e così è stato – pacificamente, mediante un referendum. La Russia non ha fatto assolutamente niente per “minacciare” i vicini Stati europei che ora affermano di sentirsi “minacciati”. L’aiuto alla Siria è volto a difendere la sovranità nazionale di uno stato amico attaccato da diverse forze esterne. Finchè il team Putin-Lavrov resterà in carica, questa politica dovrebbe continuare. Se loro dovessero essere in qualche modo estromessi, le cose andrebbero sicuramente molto peggio. Sfortunatamente il comportamento estremamente aggressivo degli Stati Uniti e della NATO, aumentando gli armamenti e le esercitazioni militari al confine con la Russia, imponendo sanzioni, armando segretamente ribelli islamici in chiave anti-russa, e soprattutto guidando una propaganda in pieno stile pre-guerra contro Putin e la sua nazione può soltanto obbligare la Russia a riarmarsi in chiave difensiva. Sebbene giustificato, questo è in sé e per sé uno sviluppo spiacevole. Lo slogan “si vis pacem, para bellum” funziona come scusa, non come verità eterna. Avere troppe armi può concretamente guidare al conflitto, proprio come quando Madeleine Albright disse a un generale riluttante: “A cosa serve avere questi splendidi armamenti se non li utilizziamo?”.

Un altro attore chiave è la Cina, che preferisce utilizzare elementi di soft power per estendere la propria influenza oltre l’area asiatica. Quale sarà il ruolo della Cina nel futuro equilibrio di poteri?
Dovrei dire la stessa cosa a proposito della Cina. Gli Stati Uniti stanno spingendo la Cina verso una corsa agli armamenti, proprio come la Russia. Sia la Russia che la Cina hanno cose migliori da fare che potenziare le loro forze militari ma le mosse aggressive degli USA le stanno obbligando a prendere questa strada. In realtà anche gli Stati Uniti avrebbero cose migliori da fare: la loro concordia sociale e le loro infrastrutture stanno crollando. Tuttavia, una volta che hai un potente complesso militare-industriale, la tua influenza politica cresce. Questo potrebbe succedere anche alla Russia e alla Cina, e rappresenta una tendenza che può realmente minacciare la sopravvivenza del mondo così come lo conosciamo.


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