Intervista a Diana Lama

Dopo aver vinto il Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori nel 1995 (insieme a Vincenzo De Falco), con Rossi come lei, è oggi Presidente di NapoliNoir, associazione di scrittori che ha contribuito a fondare insieme a Luciana Scepi, che si occupa di contribuire alla diffusione del giallo e del noir a Napoli, anche tra i più giovani (tramite il Premio letterario annuale “Parole in giallo”, rivolto agli studenti di ogni ordine e grado). La foto è di Maria Teresa Gargiulo.




Nel tuo libro Solo tra ragazze sono molto dettagliate le descrizioni psicologiche delle protagoniste: ti sei ispirata a dei tipi di donna particolari?
Le mie ragazze sono un puzzle di tante donne conosciute in varie epoche della mia vita, in più c’è sempre nascosto anche qualcosa di me. Spero che chi legge il libro ci ritrovi qualcosa di donne conosciute, amate o odiate.

Quali sono i tuoi autori noir preferiti? Leggendo il tuo romanzo si intuisce una passionaccia per Agatha Christie...
Agatha Christie sicuramente, ma anche P.D. James, Elisabeth George, Ruth Rendell, Mo Hayder, e come maschi Ed Mc Bain, Thomas Harris, Jeffery Deaver e tanti altri, sono un lettore onnivoro e bulimico, nonché una grande collezionista...

NapoliNoir è un punto di aggregazione per appassionati ed autori del genere: perché è nata, e quali sono le vostre iniziative più recenti?
NapoliNoir è nata per creare a Napoli un punto di aggregazione virtuale e non, per conoscerci tra scrittori e appassionati del genere, e ci stiamo riuscendo, è una realtà ormai conosciuta anche in Italia, abbiamo varie iniziative in corso, tra le quali un premio per editi e una scuola di scrittura, ma soprattutto ci teniamo in contatto anche in maniera conviviale e coordiniamo le nostre iniziative individuali.

Che cosa ti fa veramente paura?
Sono una paurosa, non amo stare da sola in casa di notte, soprattutto se sto leggendo o scrivendo qualcosa del genere che amo. Mi piace la paura, soprattutto quella generata dall’aspettativa di qualcosa di tremendo che si immagina stia per succedere, ma non si sa come o quando, e proprio perché mi piace in libri e film la mia immaginazione sulle cose reali galoppa avanti e mi porta in luoghi oscuri.

Hai partecipato ad un programma TV su RaiTre, “Seconda Chance”, che rivisita fatti di cronaca nera: nelle sue storie ti capita di ispirarti a fatti di sangue realmente accaduti?
Non amo ispirarmi a fatti di cronaca reali, anche se mi documento molto e li seguo, ma la lettura per me è intrattenimento, e anche la scrittura, piacere, divertimento, evasione, e non mi va di scrivere di gente che ha sofferto ed è morta realmente. Vanno bene sangue, dolore, morte terrore e angoscia, ma solo sulla carta, credo abbia un effetto catartico per il lettore, ma non quando sai che quello che leggi o scrivi è successo davvero a qualcuno. Preferisco che la fantasia superi la realtà anche se ormai è sempre più difficile. Però “Seconda Chance” è stata molto avvincente, e mi sono davvero appasionata al caso dei due ragazzi di Policoro. Spero per loro che si arrivi prima o poi a scoprire la verità.

Con La sirena sotto le alghe ancora una volta ti sei cimentata in un thriller al femminile dove la psicologia delle donne è al centro della vicenda…
Trovo le donne generalmente più capaci di sottile cattiveria e crudeltà rispetto agli uomini, quindi più interessanti, ma ne La sirena sotto le alghe ci sono anche dei “maschietti cattivelli”.

A chi ti sei ispirata per la figura del pacato e simpatico maresciallo Santomauro? Sembra un incrocio tra il commissario Santamaria de La donna della domenica e lo strafamoso Montalbano...
Visivamente me lo sono immaginato come Luca Zingaretti, che non somiglia fisicamente al Montalbano di Andrea Camilleri. Di carattere è strafottente e un po’ sfigato, quindi sì, avrebbe a che fare con il mitico Santamaria di Fruttero&Lucentini, che ho amato moltissimo.

In che cosa il “giallo napoletano” può essere considerato diverso dal “giallo” tout court?
Napoli è una città unica nel bene e nel male, e quindi molti dei romanzi ambientati qui possono rifletterne la particolarità. Ma questo vale per tutte le storie ambientate in città che hanno un’anima forte. Personalmente mi piace scoprire un luogo attraverso i libri che vi sono ambientati, e apprezzo i gialli nostrani da cui traspare qualcosa della napoletanità, del gusto per l’irrisione e la tolleranza che ci è proprio, e soprattutto dei tesori architettonici e paesaggistici spesso misconosciuti e maltrattati di questo posto unico al mondo.

Come sei passata dal giallo al thriller?
Direi che mi sono sempre un po’ mossa tra i due sottogeneri, riflettendo anche i miei gusti in fatto di lettura. Solo tra ragazze era un suspense a tutti gli effetti. La sirena sotto le alghe, Il circo delle meraviglie e Rossi come lei si possono considerare più dei gialli. L’anatomista e 27 ossa sono decisamente dei thriller. Diciamo che sono le mie due anime. Quella curiosa, attenta ai dettagli e anche un po’ pignola, e l’altra, che si diverte a giocare con emozioni e passioni, e soprattutto con la paura.

Ti piacerebbe vedere trasposti i tuoi thriller sullo schermo?
Magari! Per ovvi motivi e anche perché penso che siano molto “visivi”.

Com’è a tuo avviso lo stato di salute del giallo italiano, sempre alle prese con la spallata americana e con l’invasione scandinava?
Mi dispiace se questa risposta mi farà considerare poco attenta alle italiche glorie, ma come lettore preferisco il giallo (thriller, suspense etc. in tutti i sottogeneri) di natura anglosassone, da un lato e dall’altro dell’oceano. Detto questo, in Italia abbiamo avuto grandi autori, penso a Scerbanenco, Fruttero&Lucentini e Giorgio Faletti, e ne abbiamo tanti altri molto in gamba, ma purtroppo anche una moltiplicazione di libri che con questo genere hanno poco a che fare. Purtroppo qui c’è ancora molto evidente una divisione tra letteratura con la L maiuscola e quella che facciamo noi, genere svilito e abusato anche da chi non ne capisce niente, motivo per cui è facile che veniamo colonizzati da fenomeni stranieri che semmai non sono un granché. In particolare l’ondata scandinava, che non trovo all’altezza della sua fama. Spesso sono libri pesanti e poco interessanti. E invece sono quasi ignorati i romanzi di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, bellissimi e pubblicati da noi prima di questa moda che passerà come passano tutte le mode.

Quale consiglio daresti a un giovane scrittore che voglia cimentarsi con questo genere?
Due consigli: leggere, prima di tutto. Come in ogni campo, bisogna conoscere ciò di cui si vuole parlare, compresi i meccanismi insiti in questo tipo di scrittura, e i grandi scrittori che ci hanno dato libri bellissimi. Poi, niente editoria a pagamento, di qualunque genere, e semmai nemmeno auto pubblicazione. Il mercato è inondato di roba che si stampa e che nessuno legge. Tra queste ci sarà anche la perla rara, ma diciamo che in genere se un editore non ti pubblica ci sarà un perché, quindi molta lettura e molta autocritica. La cosa più difficile è sapere dove tagliare e dove fermarsi.


I LIBRI DI DIANA LAMA


 

 

 

 
 
 
 
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