Intervista a Diego De Silva

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David Frati dice che a Monteverde c’è sempre il sole. Mi viene in mente appena esco dalla stazione Trastevere mentre mi infilo gli occhiali da sole. Sono in anticipo di mezz’ora all’appuntamento con Diego De Silva. È allora che decido di entrare alla Upim di Ponte bianco per provarmi un po’ di fard e un rossetto. Non saprò mai (perché non mi sono specchiata) se all’incontro con uno dei miei scrittori preferiti ci sono andata con la faccia di un clown.




Quando e come è avvenuto il passaggio dai primi romanzi (Certi bambini, Voglio guardare, ecc.) alla nascita della “voce” di Vincenzo Malinconico?
Fino a Da un’altra carne, che è il mio ultimo libro prima di passare a Malinconico, avevo utilizzato sempre una narrazione in terza persona. Ed è una mia precisa convinzione che narrare in terza persona ti obbliga a tenere una misura e una distanza quasi chirurgica dai personaggi e dalla loro vita. Non mi piacciono gli scrittori pettegoli, che dicono e descrivono troppo, abbondando di didascalie interiori e micromovimenti emotivi, secondo me in terza persona ti devi limitare a dire l’essenziale. Questi primi romanzi li ho scritti utilizzando quindi uno stile asciutto, strumentalizzando la lingua al tipo di storia, perché quando metti delle parole in bocca a un personaggio piuttosto che a un altro devi capire che ha una lingua sua, diversa dagli altri, e assecondarla. Quando sono passato a utilizzare la prima persona, mi si sono aperte una serie di possibilità e libertà che prima non immaginavo. Innanzitutto la libertà di digressione. Quella di Malinconico è come se fosse una mappa assolutamente imprendibile, che non porta da nessuna parte, con queste ramificazioni continue del pensiero... In questo è molto simile a me, che difficilmente riesco ad arrivare alla fine di un pensiero. Quindi ho lasciato che Malinconico diventasse proprio questo: un modo per giocare con l’io e per prendermi tantissime libertà che prima non avevo, assecondando anche un lato del mio carattere che pure avevo tenuto un po’ sedato fino a quel momento.

Quando ti sei reso conto che Non avevo capito niente aveva avuto così tanto successo? Te l’aspettavi?
No, assolutamente. Il salto dal punto di vista del pubblico è una cosa che non puoi prevedere e che non riesci a cogliere. Tu puoi solo cercare di scrivere un buon libro. L’esito è stato imprevisto: nell’arco di due settimane mi sono ritrovato in classifica e ci sono rimasto per quasi due anni. Forse questo personaggio è riuscito a intercettare quel lato più fragile e contraddittorio che penso appartenga a qualsiasi persona minimamente calata nella realtà. L’insuccesso di Malinconico nel privato, nei rapporti con gli altri, con se stesso, quest’occhio del ridicolo continuamente acceso sul mondo, molto forte, che però fa sempre partire da se stesso. A me piace molto ridere, però partendo dal presupposto che il primo di cui ridere sono io.

In Sono contrario alle emozioni, il tuo ultimo romanzo, c’è un ripiegamento interiore del protagonista. Gli eventi sono spariti e sono rimaste solo le “parentesi”, cioè le infinite digressioni di Malinconico...
Sì, quello che volevo scrivere era proprio un libro costruito per frammenti e per schegge, che non avesse una temporalità di eventi e un senso unico, un libro che potesse essere letto anche dalla fine, volendo. Mi piace che la scrittura corrisponda allo stato d’animo di chi scrive e dato che in quel periodo mi sentivo particolarmente “spezzato”, volevo scrivere un libro spezzato. È come se Malinconico in questo libro parlasse dei fatti suoi ma in codice.

Hai lanciato una sfida importante ai tuoi lettori...
Sì, non è un libro facile. Ad esempio, questa cosa delle “canzonette” (Malinconico compie vere e proprie analisi testuali delle canzoni di Raffaella Carrà, ndr). Al di là del fatto che a mio parere la canzone nazional-popolare contiene la sinossi di un tempo tipicamente italiano molto meglio di quanto non riesca a fare la canzone d’autore, in questo libro Malinconico ricorre a questo espediente delle canzonette per scappare dal dolore, quasi fisicamente, per impedire che la mente batta continuamente sull’ossessione di questo amore finito che non gli dà pace, ed è come se alla fine di ogni capitolo si rivolgesse in codice al lettore dicendogli “ma tu davvero pensi che di quello di cui sto parlando me ne possa fregare qualcosa?”. Non è un libro semplice, perché contiene molto dolore, appunto, ma in codice.

La serialità di un personaggio ti permette di affrontare tutta una serie di temi, ma può anche succedere che diventi una “gabbia”, cioè che tutta la realtà venga piegata per essere plausibile dal punto di vista del personaggio?
È così. È così che succede quando rimetti in campo un personaggio. Hai tutta una serie di elementi che il pubblico si aspetta di ritrovare. Io di questa cosa me ne sono francamente fregato. Non mi sono proprio posto il problema di dove fossero Nives, Alagia, Alfredo, la suocera, Espedito. Nessuno. È un libro in cui volevo raccontare un momento di solitudine di Malinconico, sempre mantenendo il doppio registro, del serio e del comico. Mi piace che i libri di Malinconico siano libri buffi. Quando la faccenda si sta facendo troppo seria, quasi tragica, lui è capace di rovesciare il meccanismo e farti ridere. Questo non vuol dire che il problema sia risolto. Rimane quell’amarezza di fondo, come in ogni vera forma di comicità: se non ci fosse un substrato di dolore difficilmente riusciresti a ridere. Ridere è un atto intellettuale. È la deflagrazione della scoperta dell’adesione alla prospettiva di un altro nel momento in cui arriva, è un atto liberatorio, di comprensione, lo rompi con una risata e così lo suggelli.

Hai una disciplina particolare per la scrittura?
No, per la verità no. Sono abbastanza disordinato, non sono uno di quelli del metodo moraviano, tutti i giorni, tot ore. Scrivo quando ne ho bisogno e dovunque mi capiti. Dopodiché quando il libro comincia ad assumere una forma e vado in stesura seria allora ho bisogno del mio studio, della mia biblioteca, della mia maniacale disposizione dell’ordine intorno a me e lì sono capace di scrivere anche 10-12 ore al giorno. Questa fase però presuppone un grosso accumulo precedente.

Quindi la tua scrittura è perenne nella tua testa?
Sì, la scrittura è una forma ossessiva, psicotica, di un rapporto molto conflittuale con la parola, che è l’unico strumento che hai per interagire con la realtà. Ma è uno strumento posticcio. In realtà è illusoria, la parola non ti aiuta a risolvere il problema, ti fa capire le cose, ma dopo.

Tu sei avvocato?
Ex.

Questa tua non fiducia nella parola c’entra qualcosa?
È differente. L’avvocato ha un rapporto di mistificazione con la parola, cioè usa la lingua con uno scopo preciso che è sostanzialmente fare le difese e gli interessi di un altro, quindi da questo punto di vista ha un rapporto necessariamente menzognero con le parole. Io, volendo fare lo scrittore, mi ponevo un problema di sincerità. Se scrivi per cercare di raccontare a te stesso la verità, la tua reale idea di come stiano le cose, ti rendi conto che non puoi farlo se fai quel mestiere, perché  ti abitua necessariamente ad un rapporto con la parola di tipo servile. Invece con la scrittura tu metti in gioco delle parti di te, che poi è quello che ciascun lettore si aspetta di trovare. Lo scrittore ci deve mettere un po’ la faccia se vuole che un lettore lo stimi e lo apprezzi.

In varie interviste ti ho sentito dire che l’unica qualità che un romanzo deve avere per te è la bellezza... Vogliamo cercare di definirla allora?
Il concetto di bellezza è indefinibile, è qualcosa che di volta in volta “è”. Il bello è proprio quello.  La bellezza di un libro, intanto, è qualcosa che “diventa” in una comunità di riferimento che è quella di chi legge. Sono i lettori che determinano un libro e lo fanno esistere. Il mio concetto di bellezza, parliamo di letteratura, di arte,  ha sempre un po’ a che vedere col trauma. Una cosa per essere bella deve farti un po’ male, ti deve instillare un dubbio, togliere una certezza, o te la deve incrinare. Iconograficamente, un bravo regista è quello che ti sconvolge l’immaginario, quello che ti pone la realtà in una forma che non avevi previsto e che però arrivi a condividere. La bellezza ha qualcosa di rivoluzionario, di eversivo. Pensa alla bellezza in amore, in un rapporto sentimentale. Quando scopri la bellezza in una persona, quella è una esperienza traumatica, certo  “bello”, ma andiamo a decodificare quel “bello”: vuol dire che tu non sei più la stessa persona e quel tipo di bellezza ti introduce in un mondo differente che spesso spaventa anche. “Oddio, mi piace, e mo’? Che si fa?”. Quando ti poni questa domanda la tua vita sta già cambiando binario, è diventata un’altra cosa.

Sei bulimico nell’approccio alla lettura?
No, per la verità no, mi piace molto leggere ovviamente - ma succede una cosa strana per chi come me è addetto ai lavori: smetti di essere un lettore estetico e leggi pensando continuamente come il libro è stato scritto, cosa c’è sotto, cosa c’è dentro. È senz’altro una lettura più faticosa.

E scusa, così non perdi il piacere?
No, è un altro tipo di piacere, è come quando impari a suonare uno strumento: se tu non suoni la musica la percepisci come un ammasso di suoni indistinti e quindi la percepisci in maniera estetica, se invece distingui gli strumenti capisci di più, ma perdi di immediatezza.

Ma c’è qualcosa che ancora ti stupisce?
Sono continuamente stupito dalla qualità dello scrivere, devo dire che è un po’ di tempo che non mi interessano molto le storie, mi interessa quello che succede durante la scrittura: il bello dello scrivere è che non sai bene cosa accade mentre lo fai, lo scopri in modo psicologico tant’è che molto spesso ci rimani spiazzato: curioso che io abbia tirato fuori questa storia, curioso che abbia tirato fuori una frase magari non efficace ma che non sapevo di avere nella mia testa. È come avere un paio di occhiali particolari che ti permettono di vedere delle cose tue che non sapevi di avere.

C’è un libro che ti dispiace di non essere riuscito a finire?
Mi è capitato con un autore, Jay McInerney, di cui avevo amato tantissimo un libro, Professione modella, poi mi sono lanciato in maniera vorace sugli altri suoi libri ma proprio non c’entravo. A volte secondo me siamo anche noi che non piaciamo ai libri.

Ultimamente sono molti gli scrittori, da Franzen a Serra, che hanno criticato i social network. Tu? Li usi?
Non li uso. Ma non per snobismo. Proprio non ci riesco. Non mi trovo sui tempi, sulle restrizioni linguistiche, e soprattutto sulla restrizione dei tempi di comprensione. Mi turba un po’ l’idea che tu non solo debba fare presto a scrivere, ma anche a capire e a rispondere. Questa mancanza di un minimo di dilatazione del tempo che caratterizza anche una normale conversazione mi mette l’ansia. Anche perché quello che scrivi nello stesso tempo lascia un segno. So che Bret Easton Ellis, che è uno dei miei scrittori preferiti, lo fa. A me fu proposto tempo fa, quando uscì  Mia suocera beve, di fare una sorta di promozione del romanzo sul canale di Twitter  della casa editrice. E ci ho anche provato: avevo pensato di scrivere in forma Twitter un litigio. Ho cominciato, ma poi mi sono fermato. 

La trasposizione televisiva di Malinconico è una prospettiva che ti interessa?
C’è un progetto per una miniserie. E ti dirò che in questo momento preferisco questa proposta televisiva a una cinematografica. Io adoro le serie americane, che oggi hanno superato ampiamente il cinema, non a caso Le correzioni di Franzen diventeranno una serie, perché garantiscono la possibilità di un’estensione narrativa che il cinema non riesce a sostenere. Poi per come sta il cinema italiano, ti dirò, meglio una produzione televisiva fatta bene.

Ultima domanda. Ci riesci a spiegare questa esplosione di scrittori napoletani degli ultimi anni?
Napoli intercetta le modificazioni sociali prima delle altre, viene attraversata da cambiamenti antropologici con precedenza sulle altre città. Non è affatto strano quindi che produca letteratura. E poi abbiamo dalla nostra il vantaggio di una lingua fortemente corporea, il lettore quasi non se ne accorge, ma essendo una città molto erotica, la scrittura acquista quel tipo di timbro. Pensa alla narrazione di Saviano, è fortemente sensuale: anche nella morbosità dei meccanismi criminologici che racconta. E direi che effettivamente non è più un fenomeno, è una tendenza ormai stabile e non mi sembra che ci sia stato ancora uno spostamento geografico, nessuna altra città italiana ha espresso un così alto numero di scrittori significativi sulla scena letteraria come è successo a Napoli.

I LIBRI DI DIEGO DE SILVA



 

 

 
 
 
 
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