Intervista a Domenico Quirico

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Nessuno meglio di Domenico Quirico può parlarci dell’ISIS, la milizia del terrore che sta minacciando il mondo con le sue spietate azioni e la sua capillare diffusione. Inviato in tantissimi punti caldi del globo, con lui abbiamo provato a tirare le fila di questa situazione esplosiva che dall’area irachena e siriana ha iniziato a diffondersi a macchia d’olio, sino a raggiungere la Libia.




Il tuo saggio Il grande califfato racconta la nascita e la diffusione di questa “Internazionale del terrore”. Puoi dirci brevemente cosa intendi dire con questa originale definizione?
È un modello al quale si sono ispirati per costruire il califfato e ci sono dei documenti che lo provano. Il modello è quello dell’Internazionale staliniana. C’era un centro della rivoluzione mondiale e poi c’erano  vari paesi dell’Europa e del Terzo Mondo, altri punti rivoluzionari coordinati dal centro. È la stessa cosa che sta succedendo con l’ISIS, che si prefigge l’obiettivo di costruire un grande stato totalitario islamico che dovrebbe dispiegarsi nei confini dell’antico califfato del VI secolo. Ci sono una serie di movimenti insurrezionali e ribelli in varie parti del vasto pianeta musulmano, dalla Nigeria all’Asia Centrale, dal vicino oriente al cuore dell’Africa che sono in una qualche misura parte di un progetto complessivo. Questa è l’intuizione pericolosa che ha reso l’ISIS una formazione islamista completamente diversa rispetto alle altre.


Hai vissuto mesi di angoscia nelle mani dei terroristi e nessuno meglio di te può raccontare cosa significhi un’esperienza traumatica come questa. Qual è il tuo punto di vista a proposito della vicenda di Vanessa e Greta?
È lo stesso punto di vista che ho scritto nell’unico pezzo che ho fatto su questa vicenda. L’unica ragione, non la prevalente, ma l’unica ragione che deve muovere l’attività dello stato in vicende come questa è cercare di fare il possibile e l’impossibile per riportare a casa. Io non accetto la logica di chi dice che si spenda troppo per salvare una vita umana. Secondo me non si può mettere sullo stesso piano il problema del denaro con la salvezza di una vita umana. Io dico che sia uno dei grandi meriti dello stato italiano, indipendentemente dal colore politico, quello di aver fatto sempre il possibile e talvolta anche l’impossibile per riportare a casa i nostri concittadini. Quello delle due ragazze lombarde è l’ultimo caso ma ci sono anche altri italiani prigionieri nel mondo, come ad esempio Padre Dall’Oglio.


L’ISIS è ormai arrivato in Libia e sono in molti a desiderare un intervento militare. Secondo te è la strada giusta?
È difficile dirlo. La situazione della Libia può essere condensata in una parola sola: caos. Il caos non è stato creato dall’ISIS ma determinato dal modo in cui si è conclusa la vicenda del regime di Gheddafi e come è stata gestita la situazione successivamente. L’ISIS si serve del caos per imporre il proprio ordine, un ordine brutale ma sempre un ordine. Bisogna stare molto  attenti a quali sono gli alleati sul terreno perché le forze sono tantissime, eterogenee e di difficile identificazione e non si può pensare a un intervento militare senza tener conto di queste forze. Il rischio di ripercorrere la tragedia della Somalia è alto. Mi viene in mente la questione della Somalia perché si trattò di un’operazione militare con scopi tutto sommato accettabili e nobili che si concluse in un incremento della sofferenza umana e  in una moltiplicazione del disordine che continua ancora e che ha aperto la strada anche agli islamisti. Il mio mestiere è raccontare ciò che succede, i giornali sono pieni di gente che si crede Mosè e asserisce di poter attraversare il Mar Rosso senza bagnarsi. Chi pensa di insegnare a Obama cosa debba fare in sessanta righe mi sembra abbastanza ridicolo. Io mi limito a cercare di raccontare le cose nel modo più corretto e concreto possibile ed è questo il contributo che può dare il giornalista al tentativo umano di risolvere problemi complessi. Prendere decisioni sulla base di una specie di improvviso fanatismo del “bisogna far qualcosa” è sbagliato; forse bisognava pensarci un po’ prima dato che la situazione in Libia è già arcinota. È il momento di riflettere prima di imboccare strade molto pericolose.


La situazione governativa frammentaria della Libia, oggi divisa tra tante tribù e governi più o meno legittimi, fa senz’altro riflettere sul sostegno dato da Europa e Stati Uniti ai movimenti della cosiddetta Primavera Araba, circa quattro anni fa. Si stava meglio quando si stava peggio?
Questa è una logica che non accetto. Il mondo senza Gheddafi, Saddam Hussein e Bashar Al Assad - anche se quest’ultimo non è ancora caduto -  è senz’altro qualcosa di meglio. Non c’è niente che potrà farmi dimenticare cosa siano stati questi regimi. Coloro che dicono che questi popoli possano essere governati solamente da despoti hanno un punto di vista razzistico e la mia storia personale, che mi ha visto attraversare questi paesi, non può assolutamente condividere questo punto di vista. Non è un destino cromosomico ma è la storia che li ha costretti a vivere in queste condizioni. Abbattere questi regimi è qualcosa che rende potenzialmente il mondo migliore. Saddam Hussein è uno che ha gassato i propri concittadini uccidendoli con le bombe e con il gas, cerchiamo di non dimenticarlo. È uno che alimentato il terrorismo internazionale per decenni, un clown sanguinario e non soltanto un clown. Il problema si è verificato dopo, avendo considerato automatico il passaggio a qualcosa di meglio. La vera colpa è stata aver lasciato questi paesi soli nel momento del disordine, sia in Libia che in Iraq. Il “disordine controllato” dell’epoca di Bush non è stata noncuranza, ma una precisa scelta, quella di far controllare questo disordine da altri.


Alcuni sostengono che il ritiro delle truppe dalla trappola irachena (cavallo di battaglia di Obama nella sua prima campagna elettorale) sia stato prematuro e abbia accresciuto l’instabilità di un’area già di per sé esplosiva e bisognosa di un processo di democratizzazione. Sei d’accordo?
Il problema di Obama è quello di essere stato eletto sulla base di un rifiuto, cioè sulla base di una promessa che diceva il contrario dei suoi predecessori. Questo l’ha messo in una condizione di obbligo di continuare su questa linea anche quando ciò è controproducente. Non si può partire con il principio di non fare determinate cose perché offri agli altri una serie enorme di possibilità. La politica estera di Obama nei confronti del mondo islamico è un’autentica eresia politica. Faccio un esempio: il discorso che fece Obama in Egitto all’inizio del suo mandato venne salutato come un passaggio epocale dopo il medioevo “bushiano”, parlando di scoperta reciproca e possibilità di convivenza. La domanda che le pongo è: cosa è rimasto di quel discorso? Qualcuno se lo ricorda ancora?  Zero. Ed è esattamente il riflesso della politica estera di Obama. È rimasto lo zero assoluto, solo parole.


Si parla molto della zona mediorientale e nordafricana ma spesso si dimentica la fascia di pericolosissima instabilità che va dal Niger alla Somalia, vastissima area incontrollata dove il terrorismo cresce, prospera e fa affari. Come mai nessuno prende in considerazione l’idea di colpire i terroristi anche lì, militarmente e attraverso azioni di intelligence?
Siamo abituati a considerare i problemi isolandoli l’uno dall’altro. Oggi ci occupiamo di Libia; tra una settimana accadrà un mostruoso attentato nel Sinai e ci occuperemo del Sinai; la Somalia ce la siamo dimenticata e  la ricordiamo solo quando arrivano dei somali sui barconi; la Repubblica Centrafricana credo che molti politici abbiamo problemi anche a trovarla sull’atlante geografico. Sono la globalità e l’interconnessione che costituiscono la novità e la pericolosità di questo fenomeno. E non si tratta di un problema solamente italiano. Inoltre c’è anche un problema di distanza geografica che ci porta a non considerare ciò che avviene oltre una determinata distanza mentre i fanatismi crescono e si espandono in modo esponenziale e in pochissimo tempo.


Un aggettivo per: Bashar Al Assad, Barack Obama, Saddam Hussein, George W. Bush.
Assad:  furbo. Ha compiuto una grande operazione di mimetismo. È riuscito a passare nel giro di pochi mesi dal rischio di essere bombardato ad aver bisogno anche di una sua reazione contro il terrorismo. Dal suo punto di vista ha creato un capolavoro.
Obama: malaccorto.
Saddam Hussein. È morto, mi sembra un po’ impietoso. Comunque è stato un assassino, un personaggio mefitico e micidiale.
George W. Bush: fino al momento dell’attentato alle Due torri fu un personaggio senza infamia e senza lode, non aveva particolari teorie. È uno dei molti personaggi storici che si sono trovati ad affrontare qualcosa di molto più grande di lui.

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