Intervista a Don Winslow

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La letteratura di genere, di qualsiasi genere, è spesso considerata come una letteratura di serie B. A volte a ragione, data la mole di libri che si scrivono e spesso senza troppa attenzione si pubblicano, altre volte decisamente a torto, considerando che ha prodotto scritture e opere geniali come quelle di Philip K. Dick, Stephen King, per non parlare di Edgar Allan Poe o Mary Shelley, tutti scrittori di “genere”. Scrittori di genere sì, ma scrittori che dal genere sono riusciti a ricavare la loro personale cifra stilistica, che nel genere hanno imposto la propria voce e che, grazie al genere, hanno prodotto opere letterarie uniche. Tra questi scrittori che deviano, aggirano o addirittura scardinano le regole del genere stesso, pur rifacendosi ad esse, possiamo senza dubbio annoverare Don Winslow, famosissimo autore di letteratura poliziesca o meglio “criminale” (un termine più ampio che forse traduce meglio la formula inglese “crime fiction”). I suoi libri possono spaventare per la mole di pagine e per la complicazione degli intrecci ma, anche per un non appassionato, entrare dentro uno di loro significa affrontare un viaggio che non si vorrà facilmente terminare. Non solo per le trame avvincenti ma anche per le caratterizzazioni psicologiche, gli affreschi storico-sociali riprodotti con serietà di ricerca, e la profonda compassione e umanità con cui sono tracciate le vicende dei personaggi. Nonostante i mille impegni – ormai Winslow è non solo un acclamato scrittore ma anche uno sceneggiatore hollywoodiano che ha collaborato con Oliver Stone – Winslow ha deciso di conversare con noi e di rispondere a delle domande proprio sul rapporto tra letteratura e “genere”, ma anche sulla sua storia personale e professionale di scrittore. E ci ha rivelato una profonda umanità e una seria competenza letteraria.




In una recente intervista hai dichiarato che hai sempre desiderato diventare uno scrittore e che quando eri bambino leggevi molto. Ricordi il primo libro che ti ha davvero colpito e che in qualche modo ti ha introdotto all’amore per la letteratura?
Da bambino non leggevo racconti di invenzione ma solo testi di storia e biografie. Ricordo che il primo romanzo che esercitò un forte impatto su di me fu Something of Value di Robert  Ruark, ambientato in Kenya. E parlando di impatto... proprio allora decisi che avrei trascorso parte della mia vita in Africa, accompagnando la gente a fare fotografie nei safari. Come poi ho fatto davvero. Ricorderò sempre la prima volta che visitai i veri luoghi dove è ambientato il libro – lo Stanley Hotel a Nairobi, le cascate Thompson, la riserva naturale di Masai Mara – davvero un sogno che si era fatto realtà.

Ricordi i tuoi primi tentativi di scrittura? Ci racconti soprattutto i tuoi sentimenti e ciò che hai provato in quei momenti?
Ho iniziato a scrivere per il teatro, e scrivevo – neanche a dirlo – dell’Africa. All’università ero il classico immaturo che pensava di aver capito tutto, e i miei primi tentativi riflettevano proprio questo.  Scrissi il mio primo “romanzo” all’età di diciannove anni. Ricordo perfettamente quel senso di appagamento per il risultato raggiunto – “Wow! Hai appena scritto il tuo primo romanzo!”. Poi lo lessi, e lo gettai immediatamente nell’immondizia. Era terribile. Ero da solo in una stanza e provai un senso di umiliazione. Credo ci vollero almeno dieci anni prima che riuscissi a trovare il coraggio di scrivere di nuovo narrativa. Sapevo bene che era proprio quello che volevo fare – questo è il punto – ma non avevo ancora imparato a gestire la cosa. Avevo paura di ricominciare perché un altro fallimento sarebbe stato troppo doloroso. Credo che sia proprio questo che impedisce a molti giovani scrittori di scrivere.

Tra i tuoi libri preferiti hai citato, tra gli altri, Anna Karenina e Middlemarch. Cosa apprezzi in essi e  quanto, e come, hanno influenzato la tua personalità di scrittore?
Beh, c’è davvero moltissimo da apprezzare in questi romanzi, ma credo di aver estrapolato due elementi in particolare. In primo luogo, presentano un eccellente scavo psicologico dei personaggi e, simultaneamente, un elevato grado di partecipazione emotiva. I personaggi sono descritti con estremo acume e, allo stesso tempo, con molto calore umano. In secondo luogo, apprezzo l’ambizione. Entrambi gli autori ci comunicano che essere ambiziosi – per quanto riguarda la portata del testo, i  pensieri, la configurazione temporale e il numero effettivo di personaggi – non è un male. È vero, io sono uno scrittore di genere e non voglio assolutamente paragonarmi a loro, in nessun modo. Ma sono stati loro a darmi il coraggio di essere ambizioso (so che i miei editori rabbrividiscono quando mi sentono dire queste cose…e pensano “Ahi, ahi, ahi...ecco che sta per arrivare un altro mostruoso manoscritto di Winslow”… e non sbagliano: in effetti ce ne sono un paio in arrivo).

Cosa vuoi “davvero”, cosa cerchi davvero quando apri un nuovo libro?
Emozioni. Qualcosa di fresco, qualcosa di nuovo. E un modo diverso di guardare il mondo, uno stile nuovo per scrivere di esso. Energia, coraggio, sicurezza. Qualcosa che mi afferri per il bavero della camicia e che non mi lasci andare.

Hai scritto moltissimo. Qual è il tuo vero rapporto con la scrittura? È cambiato nel corso degli anni, magari è diventato più facile e spontaneo, o prevede ancora una certa dose di sofferenza come dichiarano molti scrittori?
Non so se “sofferenza” sia la parola giusta, perché mi piace fare il mio lavoro. Non so se hai anche anche tu questa sensazione, ma io sono un po’ stanco di sentire scrittori – o artisti – che dicono di “soffrire”. Tutti soffriamo (un principio fondamentale del buddismo), il lavoro di noi tutti è, in qualche modo, difficile. Forse “lottare” è una parola più indicata (anche se condivisibile da tutti, anche questa). Io lotto ancora con la famigerata pagina bianca (o “schermo” bianco, ormai). Certi aspetti della scrittura sono più semplici – non fatico molto per la struttura dell’opera (qualcuno direbbe che non me ne curo affatto) e non vado in panico se mi capita di avere un paio di giornate no. Ormai ho accumulato sufficiente esperienza e so di dover scrivere quattro o cinque versioni che non funzionano per arrivare poi a quella davvero giusta. E certo quei giorni sono duri ma di solito penso voglia dire che sono arrivato, che il secchio ha raschiato il fondo di un pozzo vuoto. Ora ho un altro tipo di consapevolezza, anche se so che a breve potrei accorgermi che sto sbagliando di nuovo. E a quel punto soffrirò. 

Nel saggio La vita e il romanziere, Virginia Woolf afferma che il romanziere, a differenza di altri artisti (musicisti o pittori), è sempre assorbito se non sopraffatto dalla sua attività: “Il romanziere non dimentica mai e raramente viene distratto. Egli si riempie un bicchiere, accende una sigaretta, si gode in teoria tutti i piaceri della tavola e della conversazione, ma sempre con la sensazione che la sua arte sia lì a stimolarlo e a insinuarsi in lui senza che lui se ne renda conto”. Cosa provi rispetto a questo insinuarsi della letteratura?
C’è una espressione nel mondo del surf che dice “A volte sei tu a cavalcare l’onda, a volta è l’onda a cavalcare te” (e la seconda opzione è normalmente qualcosa di molto doloroso). Provo le stesse cose rispetto alla scrittura: “A volte sei tu a raccontare una storia, a volte è la storia che racconta te”. E dunque se la vita intende influenzarmi senza che io me ne renda conto, non posso che ringraziarla. Noi scrittori vediamo delle cose, sentiamo stralci di conversazione e pensiamo di doverle inserire in una storia. E poi le mettiamo da parte. Penso che questo renda un po’ difficile la vita delle persone che ci stanno accanto. Queste si ritrovano infatti a chiedersi se ciò che dicono o ciò che fanno finirà in un libro. E vorrei evitare tutto ciò, lo vorrei più di quanto lo faccia veramente. So infatti che non vorrei uscire a cena con uno come me. A dire il vero, cercherei di evitarlo il più possibile.

Prima di diventare uno scrittore professionista hai lavorato in diversi contesti e hai accettato vari incarichi, incluso  quello di guida per i safari. Mi chiedo se un’esperienza lavorativa così diversificata abbia influenzato o ispirato la tua scrittura o se la percepivi solo come un ostacolo da superare per diventare uno scrittore “full-time”?
Tutte e due le cose. Certamente siamo la somma delle nostre esperienze, e le esperienze di lavoro di cui mi parli sono state miniere ricchissime di materiale, anche se – ora che ci penso – non ho mai scritto una parola circa il mio periodo nei safari, soprattutto perché sembrava non interessare a nessuno. Allo stesso tempo, quei lavori rappresentavano un ostacolo perché erano davvero lavori a tempo pieno e richiedevano un sacco di energia e di concentrazione che avrei potuto riversare nella scrittura. Un altro problema era che amavo davvero quei lavori, erano interessanti, emozionanti e mi facevano sentire appagato, esattamente come dovrebbe essere per la scrittura. A volte mi chiedo con una certa ansia se il mio lavoro di scrittore abbia lo stesso valore di quello di chi mostra un leopardo alla gente, di chi aiuta un innocente a evitare la prigione, di chi si adopera per farci finire un colpevole, o di chi insegna Shakespeare ai ragazzi. So però con certezza che niente potrebbe rendermi più felice di essere uno scrittore.

La crime fiction (come tutta la letteratura di genere) è spesso tenuta in bassa considerazione dai critici letterari e accademici (forse più in Europa che negli Stati Uniti). Quanta attenzione presti allo stile con cui scrivi i tuoi romanzi e qual è l’equilibrio che cerchi (se lo cerchi) tra il tema trattato e lo stile con cui il tema è trattato?
Mi piace il quartiere della letteratura in cui abito. Forse non è il più carino della città, o quello con i ristoranti e i negozi più trendy, o quello in cui vive la bella gente, ma amo i miei vicini. Del mio quartiere amo lo squallore, la tristezza, la desolazione. Forse sembrerà che stia tirando acqua al mio mulino, ma credo davvero che molta della buona letteratura che si scrive oggi sia proprio quella di genere poliziesco. Certo, non siamo invitati ai party più esclusivi, ma va bene lo stesso – e comunque quei party mi annoiano da matti. Per quanto riguarda stile e contenuto, per me sono inseparabili. Il contenuto detta il suo stile. Deve avere l’aspetto e il suono di ciò che è. Deve possedere un senso di realtà rispetto ai luoghi e alle persone che abitano in quei luoghi – non solo per quanto riguarda i dialoghi ma anche nella struttura narrativa.

In un'intervista hai dichiarato che con Le belve hai voluto “scardinare del tutto il genere della letteratura criminale”, un'affermazione che suggerisce un certo livello di sperimentazione. Potresti ampliare questo concetto e dirci se riguarda anche altre tue opere?
Nel 1996, stavo scrivendo un libro chiamato The Death and Life of Bobby Z e improvvisamente ho provato un senso di noia verso me stesso. Scrivevo con la voce narrante tradizionale, onnisciente, in terza persona e al passato. E mi è sembrata proprio sorpassata. Ho iniziato così a scrivere al presente. Un soffio di aria nuova: improvvisamente sembrava che gli eventi mi si rivelassero da soli, in tempo reale. Per la maggior parte del resto, ho continuato con quella voce. Quando scrivevo Le belve ho voluto colpire quegli elementi che sembravano limitare il genere.  È pretenzioso forse, ma ho voluto fare con la letteratura criminale quello che fecero con il loro mezzo i registi della New Wave degli anni sessanta: ribellarsi alle regole arbitrarie. Volevo anche uno stile che riflettesse la frammentarietà con cui riceviamo oggi le informazioni – non solo nei libri, ma in internet, skype, negli sms, nei film e nella televisione. Le informazioni arrivano da così tante direzioni, e così rapidamente, in una modalità che credo vada a incidere sulla nostra identità. E dunque sì, è stato davvero un esperimento.

C'è un romanzo, tra quelli che hai scritto, che preferisci o a cui ti senti più legato? Anche solo per ragioni personali o sentimentali che non hanno nulla a che vedere con il romanzo stesso...
Naturalmente amo tutti i miei figli (diciamo così...), ma  in fondo sì, mi sento particolarmente legato a tre di loro. Le belve, perché è stato un grande rischio; A cool Breeze on the Underground, perché non avevo idea di cosa stessi facendo e perché ci misi tre anni a scriverlo – lavorando nei safari e facendo altre cose – e infine un libro chiamato  Il potere del cane perché è stato molto faticoso – una storia con cinque personaggi principali in un arco di tempo di trentacinque anni, e in vari continenti – e mi richiese quasi sei anni di ricerca, di stesure, e di ristesure.

I LIBRI DI DON WINSLOW


 

 

 
 
 
 
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