Intervista a Donatella Di Cesare

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Donatella Di Cesare è professoressa ordinaria di Filosofia teoretica presso “Sapienza” - Università di Roma. Ha compiuto i suoi studi tra Roma e la Germania, dove ha conseguito il Dottorato con Eugenio Coseriu presso l’ateneo di Tübingen e dove è stata l’ultima allieva di Gadamer presso quello di Heidelberg. È stata poi docente ospite a Colonia e Friburgo, Distinguished Visiting Professor of Arts and Humanities alla Pennsylvania State University negli Stati Uniti e vicepresidente della «Martin Heidegger-Gesellschaft. Nel suo curriculum sono presenti conferenze in alcune tra le principali città europee e americane e una copiosa pubblicazione di libri. Si è occupata di ermeneutica filosofica, su posizioni visione alla decostruzione di Jacques DerridaHa, di filosofia contemporanea, filosofia del linguaggio, filosofia ebraica, fenomenologia, etica, e filosofia greca. Collabora con alcune prestigiose riviste di settore e giornali italiani tra cui “Il manifesto” e “L’Espresso”. Pur assorbita da innumerevoli impegni ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande all’uscita del suo ultimo libro.




La cultura del terrore in ogni epoca ha sempre avuto molti padri, quasi tutti pronti a disconoscerla come creatura propria. Hai scritto che non è opportuno rileggere l’attuale periodo con gli occhi del passato. In questo caso che cosa vi sarebbe di diverso?
Il terrore oggi è diventato un’atmosfera. Non occorre un avvertimento diretto, perché i rischi sembrano provenire dall’esterno. Nella sua apparente assenza il potere minaccia e rassicura, promette tutela – una promessa che non può mantenere. Perché la democrazia post-totalitaria richiede la paura e sulla paura si fonda. Ecco allora il circolo perverso di questa fobocrazia.

Nel tuo Virus sovrano? sostieni che la diffusione della pandemia di fatto rivela quanto siano velleitarie le politiche di difesa di ordine patriottico messe in campo dai sovranisti. Ma non potrebbe succedere, invece, che il timore dei virus possa alimentare una sempre più crescente avversione nei confronti della globalizzazione e di fatto favorirli?
La globalizzazione è un processo storico che avviene già da decenni. Perciò non si può essere favorevoli o contrari. Piuttosto ci si può chiedere come guardare a un’esistenza e a una coabitazione politica nel contesto del mondo globalizzato. Certo la pandemia può essere usata come pretesto per politiche autoritarie. Ma questo vale per ogni evento. Ad esempio, lo sappiamo, per la migrazione.

In futuro dovremo avere più timore di virus e batteri o dell’erosione delle istituzioni democratiche?
La pandemia, come dicevo, può essere pretesto per politiche autoritarie. Però può essere anche un’occasione per capire che è tempo di dare la precedenza ad altri valori.

L’indebolimento del quadro economico che seguirà nei prossimi mesi potrebbe portare all’insorgere di rivolte civili anche nei Paesi dell’Unione Europea?
Certamente la mancanza di lavoro, l’impoverimento dei più e le ingiustizie sfrontate provocheranno nuove rivolte. Non si può dimenticare che solo ancora fino a qualche mese fa in quasi ogni parte del mondo, dal Cile a Hong Kong, erano scoppiate rivolte, seppur diverse. Il problema è che la pandemia ci ha sottratto lo spazio pubblico, quello della polis, e perciò sarà indispensabile immaginare nuove forme di rivolte che non siano necessariamente più in piazza, ma che, ad esempio, si svolgano, come in passato nel posto di lavoro, oppure nella rete.

Chi come me legge i tuoi libri e segue i tuoi articoli, prima sul “Corriere della Sera” ora su “Il manifesto” e “L’Espresso”, non può non notare come riesci a coniugare mirabilmente l’attività di filosofa teoretica con quella di intellettuale impegnata a leggere e a commentare la vicenda sociale e politica. Da che cosa nasce questa pregevole caratteristica?
Per me è molto importante farmi capire. Non amo i paroloni e le circonlocuzioni inutili. Ho vissuto quasi quindici anni all’estero, soprattutto in Germania, e ho una formazione tedesca. Purtroppo in Italia si pensa che la filosofia coincida con la storia della filosofia e che sia qualcosa di astruso e fumoso. È un peccato – per la filosofia e per il dibattito pubblico.

Di quali pensatori filosofici possiamo consigliare la lettura?
Mah, non saprei. Penso che soprattutto in questo periodo si esageri un po’ con i consigli di letture. Io credo che la lettura sia un raccoglimento e costituisca una parte imprescindibile dell’esistenza di ciascuno. Chi non legge è più povero. In questo percorso ciascuno deve poter scegliere i propri autori. Chi ama la filosofia difficilmente potrà fare a meno di Platone, Spinoza, Nietzsche, Heidegger.

Letture preferite?
Non posso dire di avere letture preferite. Leggo tutto il giorno – di media uno o due libri. In lingue diverse. Non è un passatempo. È la mia vita. Non è neppure il mio lavoro; perché potrei limitarmi a quello accademico. Mi concentro su un tema, su una questione, e mi affido al dislogo con gli autori che su quel tema hanno scritto – filosofi, scrittori, poeti.

I LIBRI DI DONATELLA DI CESARE



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