Intervista a Donatella Di Pietrantonio

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Considero le parole dei segni magici poiché consentono di raccontare, di percepire, di manifestare se stessi o se vogliamo, più in generale e in senso più lato, di comunicare. Forte di questa convinzione mi sono avvicinata ai segni tracciati dall’abruzzese Donatella Di Pietrantonio – odontoiatra amante della scrittura – e sono giunta alla conclusione che le sue parole hanno magia da vendere poiché comunicano a trecentosessanta gradi. Persuasa di ciò, l’ho intervistata per Mangialibri.






Hai iniziato a scrivere che avevi nove anni. Cosa accese quella passione ieri e cosa la alimenta oggi?
A nove anni vivevo in un piccolo borgo immerso nella natura e la natura mi parlava, io ascoltavo con grandi orecchie di bambina curiosa e trascrivevo. Ancora oggi trovo sempre qualcosa o qualcuno che mi parla, mi detta.

Tu però sei una dentista di professione. Come convivono il medico e la scrittrice?
Benissimo: odontoiatra di giorno e scrittrice di notte.

Mia madre è un fiume è il tuo primo romanzo. Quando e come è nato?
È nato due agosti fa da una domanda: come si può aiutare una persona che perde la memoria? La risposta è stata: raccontandole la sua vita. Poi, a lavoro in corso, si sono aggiunti altri temi: la relazione madre-figlia, la terra.

In esso racconti di una madre colpita da una malattia che “toglie la memoria”, di una figlia che sin da piccola ha inutilmente elemosinato le attenzioni di quella madre e di un rapporto d’amore, il loro, “andato storto da subito”. Questioni tutt’altro che facili...
La relazione madre-figlia è uno di quei temi universali da affrontare sapendo che tutto è stato detto e poco risolto. Quello che è possibile, per me, è raccontare una delle innumerevoli forme in cui questo rapporto si declina lasciando che il lettore ne tragga delle conseguenze o delle suggestioni.

Vorrei porre l’accento sul tema della malattia. Cosa ha ispirato la straordinaria delicatezza con cui ne parli?
Credo la frequentazione quotidiana con l'altro che chiede di essere curato, seppure per delle banali carie, e che ti porta il suo carico di paura, di ansia. E magari è un bambino. È lì che il medico aiuta la scrittrice.

Sei nata e vivi in Abruzzo, e il tuo romanzo è ambientato in piccoli e bellissimi borghi dell’entroterra teramano. Ti va di raccontarmi il rapporto con questa tua terra? Il giornalista Primo Levi definì l’Abruzzo: “forte e gentile”. Cosa ne pensi?
Forte e gentile, luminoso e aspro, così è l'Abruzzo, è il paesaggio della mia anima, il luogo in cui sono radicata e incardinata. Ne conosco anche la durezza, la fatica per sopravvivere, il pane strappato alla terra, il sacrificio di ogni giorno. Il Gigante che Dorme è lo sfondo naturale dei miei pensieri, orizzonte allo sguardo, limite del cielo. Mi dà la sensazione di essere contenuta nel mondo.

Nel romanzo descrivi luoghi e tradizioni abruzzesi con realistica precisione, ma hai dichiarato che “la storia raccontata” è “di fantasia”. Dunque mi domando e ti chiedo: dove finisce la realtà e dove inizia la fantasia?
La descrizione dell'Abruzzo dalla seconda guerra mondiale in poi credo sia piuttosto realistica o comunque aderente a quello che di questa terra io ho conosciuto, è nelle storie che lavora soprattutto la fantasia, inventando o rielaborando la realtà anche nel suo contrario, a sparigliare le carte. La realtà a volte è solo un gioco per la fantasia, è il gomitolo per il gatto.

In particolare, cosa vorresti trasmettesse Mia madre è un fiume? In generale, cosa ti auguri di comunicare con le tue parole?
Vorrei che passasse l'importanza di guardare dentro di noi gli aspetti oscuri, i lati in ombra, oltre la retorica dei buoni sentimenti che ci vuole tutti buoni figli e buone madri. Vorrei trasmettere la possibilità di riconoscere e integrare i sentimenti negativi all'interno della nostra umana complessità.


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