Intervista a Donato Carrisi

Articolo di: 

Donato Carrisi, classe 1973. Laureato in Giurisprudenza con una tesi - neanche a dirlo - su Luigi Chiatti, il mostro di Foligno, segue poi corsi di specializzazione in criminologia e scienza del comportamento. Nel 1999 inizia l’attività di sceneggiatore per cinema e televisione. Fra le altre, ha scritto la sceneggiatura di Nassiriya – Prima della fine per Canale 5 ed è autore di soggetto e sceneggiatura della miniserie thriller Era mio fratello per RaiUno. La foto è di Christelle Guillaumot.




Dopo esserti occupato di cinema e televisione scrivendo numerose sceneggiature, come è nata l’esigenza di passare alla forma-romanzo?
La scelta della forma è dipesa dall’effetto finale che volevo ottenere. La tecnica che ho infuso nelle pagine de Il suggeritore è molto cinematografica. Infatti, a detta di molti, sembra di “leggere un film”. Io scrivo per immagini, cerco di portare il lettore direttamente nei luoghi dell’azione, accanto ai protagonisti. Deve sentire i rumori – gli scricchiolii sinistri, il suono degli spifferi. Ma anche gli odori – quelli impercettibili di una stanza chiusa o anche quelli pungenti di una scena del crimine. Il lettore deve sporcarsi le mani con la storia.

La scelta dell’ambientazione in un non luogo e dei nomi dei protagonisti tutti non italiani risponde alla volontà di affrancarsi da un certo provincialismo letterario che alcuni critici ci imputano?
Non ho fatto questa considerazione. Ho semplicemente creato uno “scenario”. Il libro parla del male che sa assumere la forma più semplice delle cose. Il “non luogo” è una sorta di terra di nessuno, un territorio di confine dove il male è libero di agire e che può essere ovunque. Lontano o incredibilmente vicino a noi. I nomi dei protagonisti rappresentano quell’idea di società multirazziale e pluriculturale che auspico si realizzi presto anche in Italia.

Nel romanzo sembri utilizzare i cliché classici della produzione thriller e noir, solo per il gusto poi di stravolgerli: è così?
È vero. Ma non con un intento dissacratorio. Mi sono divertito a scomporre i clichè perché mi serviva a rendere più efficaci i colpi di scena. In questo libro non ci sono “innocenti”, tutti nascondono un segreto. Tutti. I personaggi si scambiano i ruoli, e poi niente è come sembra… Il lettore è abituato a seguire un meccanismo narrativo che conosce, perché l’ha trovato nelle letture precedenti. Perciò, quando se lo vede stravolgere, l’effetto per lui sarà spiazzante!

Quali sono i tre punti fondamentali che non devono mai mancare in un thriller psicologico mozzafiato?
La sfida col lettore è fondamentale. Nel mio caso, la cosa strana è che nessuno riesce a immaginare il finale del romanzo, eppure le risposte sono lì, davanti agli occhi di tutti. Perché è fondamentale non barare mai con il lettore. Bisogna fornirgli tutti gli elementi per giungere a una soluzione anche in anticipo. Il gioco sta nel saper celare l’evidenza… Il secondo ingrediente è il ritmo dell’azione. È una cosa che ho imparato dai grandi maestri del genere. Dan Brown e Jeffery Deaver sono incredibili in questo! Il thriller è una partitura. È come se all’inizio di ogni capitolo ci fosse una chiave di violino. Tutto deve avere una cadenza, una musicalità. Il lettore non deve staccarsi dalla pagina. Il terzo ingrediente è il finale. Un thriller è un viaggio misterioso che, però, reca la promessa di una meta. Se si viene meno a questo impegno, allora si tradisce il lettore.

Cos’è che ti affascina di più del male? Perché secondo te c’è questa fascinazione collettiva, anche mediatica, dell’orrore altrui?
Siamo soggetti alla seduzione del male perché tutti, chi più chi meno, ne possediamo una parte. C’è questo legame ancestrale fra la nostra natura e il male assoluto. È un’ombra pulsante, che non resiste al richiamo del suo genitore. Ecco perché, a volte, ci sentiamo attratti da ciò che invece dovrebbe inorridirci. Per fortuna, scattano dei meccanismi che ci fanno ritrarre in tempo dal baratro che si spalanca sotto di noi. Alcuni, però, non resistono alla voce del vuoto…

In quanto tempo hai scritto questo storia? Hai costruito la storia intorno al finale (cioè sapevi fin dal principio chi sarebbe stato l’assassino) o l’hai scoperto anche tu strada facendo?
La storia è stata pensata, metabolizzata, strutturata e scritta in un anno. Sin dal principio conoscevo il finale. Come ho già detto, il thriller è un viaggio. Ma, a differenza del lettore, io possedevo la piantina.

Visto che sei anche uno sceneggiatore credi ci sarà una riduzione cinematografica del tuo romanzo?
Non posso dire molto al riguardo, se non che ci stiamo lavorando…

I LIBRI DI DONATO CARRISI



 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER