Intervista a Doug Johnstone

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Doug Johnstone è un fisico teorico e suona in una band, ma quello che a noi interessa e che è uno dei fondatori della nazionale scozzese di calcio degli scrittori. Ci interessa perché è stato proprio durante una partita in cui la loro nazionale stava stracciando la nostra, che il suo editore italiano l’ha avvicinato per dirgli che intendeva tradurre il suo libro. È grazie quindi alla nazionale scozzese che lo incontro al Pisa Book Festival 2018, all’ultimo giorno di un tour de force in cui ha stretto mani, parlato del suo ultimo libro, firmato copie, risposto a domande senza soluzione di continuità ma è rimasto cordiale e disponibile come se non stesse per crollare dalla stanchezza.




Dalla Fisica teorica alle crime stories. Hai sempre sognato di scrivere o è successo per uno di quegli incidenti di percorso che capitano ai tuoi personaggi?
Ho sempre letto tantissimo, amavo le storie sin da bambino, mi piaceva scriverle anche, ma non ho mai preso la cosa molto seriamente. Non ho mai pensato che persone come me potessero diventare scrittori. Gli scrittori erano gente come Irvine Welsh, gente che raccontava la classe lavoratrice scozzese e da loro era riconoscibile. A scuola ogni volta che studiavamo un libro, era vecchio di almeno un secolo e l’aveva scritto un tizio inglese morto. Ti sembrerà strano ma non si studiava nessun autore scozzese. Era un effetto della colonizzazione. Scrivevo, dunque, sia da ragazzino che durante i miei studi di Fisica ma non la consideravo una cosa seria. Dopo che mi sono laureato e lavoravo come ingegnere, ho iniziato a fare il giornalista musicale, curavo una fanzine, intervistavo le band, la stampavo, la spillavo e la vendevo (vecchia scuola…). A un certo punto hanno cominciato pubblicarmi qualche articolo e ho iniziato a pensare che dovevo fare un tentativo di farla diventare una carriera, quindi, ho lasciato il mio lavoro super pagato per diventare un giornalista musicale free-lance. Mia mamma ancora non mi perdona, ancora chiede quando mi troverò un nuovo lavoro! A quel punto la scrittura era parte della mia quotidianità, mi dava da vivere, e ho ripreso in mano anche le mie storie. Ho iniziato a scrivere il primo romanzo e quello che mi piaceva era l’idea di avere un progetto, di vederlo svilupparsi, di scrivere un po’ tutti i giorni. Non stavo certo a pensare di partecipare a concorsi letterari o simili.

Si tratta del romanzo che è stato rifiutato ma in maniera tale da lasciarti qualche speranza?
Quando l’ho inviato agli editori, tutti, senza eccezione l’hanno rifiutato, ma, un paio mi hanno scritto dicendomi che sarebbero stati interessati a leggere qualcos’altro di mio. Questo mi ha dato una piccola speranza e l’incoraggiamento che mi serviva per iniziare un altro libro, che è stato più fortunato.

Immagino che per quanto un autore possa essere sicuro di sé, sia sempre impreparato al successo. Come hai vissuto il successo di Colpisci e scappa? Ti ha reso più facile o più difficile scrivere gli altri?
Penso che sia molto comune per le persone che lavorano nell’industria creativa, che siano artisti, scrittori o musicisti, soffrire della Sindrome dell’impostore. Sai ti dici non sono io, non sono un vero scrittore e così via. Ecco, io ancor ami sento così, nonostante sei libri pubblicati. Penso comunque che questa sindrome sia qualcosa di molto salutare perché mi impedisce di fare errori grossolani o sopravvalutare un libro. Sono convinto di non aver ancora scritto il mio libro migliore. Il tentativo da fare è sempre quello di scrivere un libro che sia un’evoluzione rispetto al precedente. Sono abbastanza bravo a tagliare fuori il rumore esterno, gli editori, le copie vendute il successo di un libro, mentre scrivo il successivo. Continuare a guardare avanti è l’unico modo per gestire il successo.

Colpisci è scappa è tutto meno che un tipico romanzo giallo e la sua originalità deriva dal fatto che sia i personaggi principali che quelli secondari sono peculiari. Zoe, Billy e Charlie sono ragazzi qualsiasi che si trovano ad affrontare le conseguenze di scelte sbagliate. Ti sei ispirato a fatto o persone reali per creare i loro personaggi?
Come hai giustamente notato tu, mi interessano molto le persone normali, ordinarie che magari fanno scelte sbagliate. Ci sentiamo tutti al sicuro finché non arriva quel particolare evento casuale che ne innesca altri e in breve perdi la tua sicurezza e ti ritrovi per strada. Sai che c’è quel detto che dice che siamo tutti a due rate di mutuo della povertà assoluta, dalla vita per strada? Quando incontriamo homeless per strada ci sentiamo quasi bene a pensare che noi non abbiamo fatto errori, ma se ti fermi a parlare con quelle persone ti accorgi che generalmente è successo qualcosa di brutto, hanno avuto sfortuna, e non hanno potuto tornare indietro. Sono molto interessato dall’idea che siamo a solo un soffio dal perdere tutto, che potrebbe succedere a chiunque. Quello che mi interessa esplorare è come le persone reagiscano a questi eventi, come si adattino. A tutti piace pensare che in certe situazioni avrebbero fatto la scelta giusta, ma, la verità è che in genere non la facciamo.

Ne L’ultima volta troviamo una donna un po’ incasinata, la cui assenza è il nucleo attorno a cui il libro ruota. La perdita dei propri cari, in particolare dei genitori sembra essere un tema in comune tra Colpisci e scappa e L’ultima volta
Mi interessa molto osservare i comportamenti delle famiglie. La mia è piuttosto normale, ma, anche nelle famiglie più normali ci sono conflitti, dinamiche disfunzionali che puoi osservare a ogni pranzo di Natale. Mi interessano molto le dinamiche relazionali che scattano quando i membri di una famiglia vivono sotto pressione. In particolare, si trattava delle dinamiche tra fratelli nel primo libro di un marito, un padre e un figlio nel secondo, dove ho allargato il campo anche ai rapporti fuori dalla famiglia in senso stretto, inserendo anche l’interazione tra Mark e sua suocera. Le dinamiche conflittuali in una famiglia sono molto più interessanti di quelle tra amici o estranei, sono più complesse, hanno implicazioni più profonde, perché te le porti dietro tutta la vita.

Quando inizi una storia hai già chiaro in mente ogni personaggio o le loro caratteristiche si delineano con l’andare della storia?
Domanda interessante. In realtà si evolvono, anche se quando inizio ho in mente le caratteristiche principali almeno dei protagonisti. Faccio un piano generale, so quali saranno le scene che metterò nel libro, delineo in un paio di pagine le personalità salienti. In genere mi ispiro a foto di persone che ho visto in giro o sui giornali, per cui all’inizio ho un’idea fisica dei personaggi ma poi si evolvono. Sono abbastanza diffidente di quegli autori che ti dicono “il personaggio mi è apparso, mi ha parlato” perché alla fin fine l’autore sei tu, hai tu il controllo della storia. Quello che cerco di fare, una volta che ho creato un personaggio in un certo modo è farlo rimanere coerente con quelle caratteristiche, se queste caratteristiche non sono coerenti con la trama, allora cambio la trama piuttosto che far fare a loro cose poco credibili perché nella mia testa la trama si adatta ai personaggi, non il contrario.

Quella scozzese è una delle scene letterarie più interessanti in cui un autore possa vivere. Fai parte di una lunga lista di autori più ispirati e di successo: Irvine Welsh, Alasdair Gray, Tom Leonad James Kelman, Bernard MacLaverty, Liz Lochhead, Denise Mina… Pensi che l’ambiente possa costituire un fattore importante nell’ispirazione di un autore? Saresti stato lo stesso autore, se fossi nato altrove?
Domanda interessante. No, non credo che lo sarei stato, l’ambiente ti influenza per forza. Non la pensavo così quando ero giovane perché la cultura scozzese non veniva insegnata a scuola. Gente come Jim Kelman, Ian Banks, Tom Leonard oggigiorno fanno parte dei curricula di studio scolastici, per cui ragazzini di 14, 15, 16 anni li leggono e leggono anche McIllvanney, ma ai miei tempi non succedeva. Credo che sia legato all’idea dell’identità scozzese che sta venendo fuori negli ultimi anni. Non abbiamo approvato l’indipendenza qualche anno fa, ma è in atto un forte cambiamento, una graduale acquisizione di consapevolezza in Scozia del nostro essere un’entità separata anche a livello culturale dalla Gran Bretagna. Questa cosa la avverti anche tra gli scrittori: non è necessariamente detto che si piacciano a vicenda, ma c’è tra noi un senso di identità, di comunità.

I LIBRI DI DOUG JOHNSTONE



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