Intervista a Douglas Preston e Lincoln Child

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Scrivendo una recensione mi sorge un dubbio riguardo alla località in cui si svolge buona parte dell’azione. Cerco un po’ in Rete come si fa in questi casi, ma c’è una piccola discrepanza, il dubbio rimane. Prendo il coraggio a quattro mani, e grazie alla mia innata faccia tosta (e a Facebook) scrivo un messaggio a Douglas Preston, autore del libro che sto recensendo assieme a Lincoln Child. Tanto figurati se lo legge: il messaggio finirà nella famigerata casella Altri e non sarà mai visto. Il giorno dopo vengo clamorosamente smentita. Trovo tra i messaggi in arrivo la risposta ai miei dubbi e un cortese invito a inviare il link della recensione quando sarà pubblicata. Va da sé che non ho resistito alla tentazione e sempre più sfacciatamente – fingendo però timidezza, ovvio – ho chiesto se i due maghi del thriller sarebbero stati disponibili a ripondere a qualche domanda, una piccola intervista per completare il tutto. La risposta? Massima disponibilità da parte di due splendide, gentili e molto spiritose persone che a stretto giro di posta hanno risposto a tutto.




Ogni coppia di autori utilizza un suo metodo di lavoro. Fruttero e Lucentini ad esempio sostenevano di scrivere un capitolo a testa senza uno schema preciso, altre coppie partono da un’idea e la sviluppano insieme. La coppia Preston & Child come funziona?
Linc: nel corso degli anni abbiamo constatato che molti hanno dei preconcetti quando si parla di un romanzo scritto a quattro mani. Alcuni pensano che ci sia una distribuzione dei compiti, come la farebbe un sergente istruttore: lo scrittore A scrive il primo capitolo, B scrive il secondo e avanti di seguito. C’è chi pensa che questo tipo di lavoro debba essere per sua natura gravoso e noioso, e che non abbia nulla a che fare con la "vera" scrittura, in cui l'artista sta seduto da solo nella sua torre d’avorio e crea con amore un'opera che è solo sua, senza alcuna contaminazione da influenze esterne. E poi, a volte si ha l'impressione che qualcuno pensi – ma naturalmente la gente ha troppo tatto per dirlo apertamente – che un romanzo scritto a due mani debba per forza essere di serie B: come è possibile che due menti diverse possano sviluppare una visione creativa unica e sostenerla con cura?
Doug: nessuno di questi assunti in realtà rispecchia come funziona realmente il nostro lavoro di coppia. Abbiamo stabilito che il modo migliore per scrivere insieme è in primis fare un progetto d'insieme, un’idea comune di come sarà il romanzo; a seguire ci dividiamo il lavoro assegnandoci determinate parti dei capitoli o le storie secondarie o sequenze di eventi che coinvolgono uno o l’altro dei personaggi. Per esempio io posso scrivere interi capitoli seguendo Corrie Swanson mentre Linc scrive i capitoli da cui, dice, si capisce il punto di vista di un serial killer (è davvero bravo in questo). In questo modo ognuno ha una sezione complessiva e coesa su cui lavorare. Di seguito ci scambiamo il lavoro fatto riscrivendolo reciprocamente. Questo spesso provoca litigi, in passato potevano essere anche fisicamente dolorosi, ma adesso facciamo discussioni costruttive. Abbiamo imparato da tempo a lasciare i nostri ego fuori dalla porta. Se Linc mi dice che qualcosa che ho scritto è spazzatura, io devo accettare il suo giudizio… Dopo averlo maledetto e avergli dato del furfante illetterato, naturalmente. Il risultato di questo metodo di lavoro è che tendiamo a utilizzare le nostre quattro mani su ogni singola parola. Un altro (inaspettato) risultato è che i nostri stili personali sono confluiti in uno che li incorpora entrambi in modo addirittura migliore rispetto alle scritture personali. Io ho imparato molto dal ritmo e dalla sinteticità di Linc, e lui ha imparato da me come si scrive. Naturalmente questo è uno scherzo. Al momento, a dire il vero, non sono sicuro di cosa Linc possa aver imparato da me.

Al di là dei successi personali di ognuno di voi, ai vostri nomi è indissolubilmente legato l’ineffabile agente Pendergast, una figura al limite dell’umano sia per quanto riguarda le capacità deduttive e intellettuali, sia per la resistenza fisica. Vi siete ispirati a qualcuno? Fra l’altro nel corso degli anni le sue stupefacenti doti hanno trovato una parziale spiegazione nelle pratiche di antiche discipline orientali, uno di voi o entrambi siete appassionati e quindi si tratta di descrizioni reali o sono elaborazioni che da una base concreta si evolvono con la fantasia?
Doug: Linc ed io parlavamo dei primi capitolo di Relic, che è stato il nostro primo romanzo insieme, e Linc si lamentava che avevamo due poliziotti di NY che erano esattamente uguali, disse: “Perché non ci imbattiamo in un personaggio completamente differente, un pesce fuor d’acqua?”. Io scherzando risposi: “Intendi come un albino di New Orleans?”. Linc rise ma cominciammo a seguire questa linea di pensiero e immediatamente Pendergast si materializzò, come Atena dalla testa di Giove. E’ saltato fuori, ci ha stretto le mani e ha detto: “Sarò io il vostro personaggio, grazie”. E’ stato straordinario, nessun altro dei personaggi che abbiamo inventato si è materializzato così improvvisamente e così già completo. A noi sembra molto più reale lui di tanta gente reale che conosciamo.Non è basato su nessuno che conosciamo, né è come noi. Credo si possa dire che è la persona che tutti vorremmo essere e non siamo. Penso che ci sia una piccola parte di Holmes in Pendergast. Entrambi, Linc ed io da giovani siamo stati un po’ fanatici di Sherlock Holmes, e sicuramente una parte di Holmes si è insinuata in lui per osmosi. Ma Pendergast è differente da Holmes in molti modi, è un’anima torturata, la sua vita ha un lato oscuro, e non ha la visione nettamente in bianco o nero che ha Holmes.
Linc: quando ho visto Star Trek - Into darkness sono stato davvero molto colpito da quanto Benedict Cumberbatch somigliava alla mia intima visione di come volevo che fosse Pendergast, non nell’aspetto fisico ma nei modi e nell’aura che lo circonda. Naturalmente avrebbe dovuto avere caratteristiche più chiare, capelli biondi e un dolce accento di New Orleans, ma non avevo dubbi, Cumberbatch lo incarnava perfettamente.

L’altro personaggio “fantastico” è Constance, la figlioccia di Pendergast che nasconde un incredibile segreto. Secondo voi come si spiega che un personaggio assolutamente fantastico sia apprezzato e accettato dai lettori come assolutamente plausibile?
Doug: Constance è un grande mistero. Noi non abbiamo mai realmente spiegato ai nostri lettori da dove venga, a parte qualche allusione qui e là. È plausibile perché è una persona reale, un personaggio a tutto tondo. Una donna di una bellezza antica, ma capace di essere assolutamente implacabile se provocata, come si è visto quando in una scena all’isola di Stromboli ha gettato un personaggio nella bocca del vulcano.
Linc : io penso che la gente la apprezzi perché è una donna vera, tridimensionale, intelligente  complessa e non del tutto stabile, non un personaggio di cartone.

Douglas ha lavorato per molti anni al museo di Scienze naturali di New York, uno dei posti più affascinanti e si suppone pieni di segreti, tant’è che lo avete usato come palcoscenico di molte delle avventure di Pendergast. Quanto sono reali e quanto romanzate le descrizioni delle parti che non sono accessibili al pubblico?
Doug: direi che circa il 90% di quanto del museo è descritto nei nostri libri è assolutamente accurato. E’ davvero un posto così grande incredibile e sorprendente che abbiamo dovuto inventare davvero poco. Il coleottero dermestide che si nutre della carne di animali morti, il magazzino delle ossa di dinosauro o il magazzino di ossa di balena, le mummie il meteorite gigante e le pietre preziose sono tutti asslutamente veri. Mentre i nostri personaggi del museo sono inventati, ma assomigliano fortemente ad alcune persone che lavorano lì, che tendono ad essere piuttosto eccentriche e bizzarre.

Avete scelto di “dividere” i romanzi in trilogie dedicate ai personaggi: nella trilogia di Helen è preponderante la denuncia di una possibile recrudescenza dell’ideologia nazista, una scelta che in qualche modo ha dato un’impronta “sociale/sociologica” ai romanzi. Una scelta precisa, e nel caso motivata da cosa, o un caso che poi avete sviluppato e reso funzionale?
Doug: penso un po’ entrambe le cose, la trilogia era partita come singolo libro, ma lavorandoci abbiamo realizzato che quella che volevamo raccontare era una storia davvero grossa e così l’abbiamo sviluppata in questo modo anche se avevamo un’idea abbastanza precisa di dove volevamo andare a parare.
Linc: alcuni ci accusano di tentare di aumentare le vendite dei libri lasciando i finali aperti. Ma la ragione vera è che avevamo davvero una gran storia, eccitante complessa da raccontare e ci sono voluti tre libri per farlo. I nostri lettori possono perdersi totalmente nella lettura della trilogia di Helen, e questo a noi piace molto.

I LIBRI DI DOUGLAS PRESTON

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