Intervista a Edoardo Albinati

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Edoardo è poeta, narratore, saggista, affabulatore, ma soprattutto insegna Lettere dal 1994 nel carcere romano di Rebibbia. Una volta ha detto che gli interessano le vicende in cui uno stato di privazione costringe a sentire più intensamente, a pensare in modo inconsueto, ad agire senza margini di scelta, a usare gli spiccioli, le energie residue. Lo abbiamo incontrato in esclusiva per voi.




Che importanza ha nelle cose che scrivi Roma? Sembra che sia uno dei tuoi personaggi preferiti, se non il più ricorrente...
È vero, Roma più che un ambiente è un personaggio con una sua fisionomia molto ambigua e controversa, scompare e riappare come Vautrin nei romanzi di Balzac, sotto vesti diverse, ora è grassa e unta come nel Polacco lavatore di vetri, ora è lo schermo magico del viaggio di un bambino sulla linea del tram del mio racconto 19. Negli Orti di guerra è soprattutto un luogo mistico e sapienziale, dove vengono emessi oracoli stranamente scettici, come se ci fosse una Bocca della Verità che si diverte a ingannare gli ingenui visitatori e invece di mordergli la mano, li spaventa e li prende in giro.

Da cosa nasce la scelta di riproporre Orti di guerra a distanza di dieci anni?
Bisogno di soldi. E un editore come Fandango disponibile e inventivo. E poi ancora il fatto che il libro è stato letto e amato in modo viscerale… ma da pochissime persone, veramente quattro gatti, quando è apparso la prima volta. Dunque uno dopo dieci anni ci riprova: forse i tempi ora sono diversi, le mie azioni sul stockmarket letterario si sono un po’ risollevate, e soprattutto il tema ispiratore delle guerra, a cui negli anni ’90 non pensava nessuno, è diventato nuovamente di attualità. Purtroppo, aggiungo.

La musica di Fabrizio de Rossi Re e le parole di Edoardo Albinati: che matrimonio è?
Più che un matrimonio è un lungo flirt, molto sexy, un’attrazione fisica. Con de Rossi Re abbiamo suonato varie volte gli Orti in pubblico con un affiatamento che ci ha fatto capire come l’unione tra parole e suoni non fosse pretestuosa o casuale. Mi piace l’eclettismo e la melodicità spiccata di Fabrizio, i suoi stacchi jazz, le sue impennate ironiche e sentimentali che somigliano a quelle della mia scrittura. Il CD accluso al libro è una specie di bonus, di regalo senza secondi fini, e andrebbe, più che ascoltato, fischiettato, così, sovrappensiero.

Nei tuoi libri c'è spesso anche molto di te, della tua vita. Vedremo mai un romanzo del tutto slegato dalla realtà, dalla quotidianità - che so, un thriller firmato Albinati? E se no, perché?
Ma io sto appunto adesso scrivendo un thriller!! Solo che è fatto di cose in parte realmente accadute, e tutti sapranno prima di cominciare a leggerlo come va a finire… cioè, chi è l’assassino. Quindi non lavoro sul chi, ma sui perché e soprattutto sui come. E li mescolo a dei segreti che solo io posso sapere, o meglio, che saprò davvero quando avrò finiti di scriverli, sempre che riesca a farlo come si deve. E’ una questione di tonalità della scrittura, difficile da trovare perché al tempo stesso impersonale e molto intima. Mi piace lavorare su storie autobiografiche ma non devono per forza essere le mie, com’è successo con Tuttalpiù muoio. Lì il protagonista era Filo, cioè Filippo Timi, l’altro autore del romanzo: le sue avventure avevano la vitalità anche oscena dell’esperienza vissuta però lo abbiamo trattato come fosse un personaggio di pura finzione, una specie di Pinocchio. Comunque ho in mente una storia finale, un epilogo, in cui il personaggio Edoardo Albinati apparirà per l’ultima volta. Dopodichè temo mi toccherà solo inventare, inventare…

Un romanzo a quattro mani suscita sempre la stessa domanda, figuriamoci un romanzo che per uno dei due autori sembra decisamente autobiografico: quanto c'è di Albinati e quanto di Timi in Tuttalpiù muoio?
C'è voluto un anno per scrivere questo libro, dall'ottobre 2004 all'ottobre 2005, e poi l'abbiamo corretto. E anche qui si è trattato di un processo lungo e difficile: Filippo quasi non ci vede e abbiamo dovuto correggere le bozze leggendo a voce alta, una modalità irripetibile e molto faticosa. La formula della nostra collborazione è un po' misteriosa anche per me, e mi ha insegnato molto sul tema dell'utilizzo del materiale disponibile. Anche quando in passato ho scritto di me avevo sempre l'impressione di trattare una materia estranea, e mi sono accorto che anche Filippo trattava il romanzo con distacco. Siamo partiti, è strano dirlo, dall'idea di servo e padrone. Mi spiego: Filippo abita da quasi due anni nel mio studio e per gioco spesso fingeva di essere il mio servitore, un po' come Lotar con Mandrake. Allora ci siamo detti: perché non facciamo questa cosa con due uomini di diversa età, di diverso tutto? Alla fine però i ruoli si sono rovesciati. Non è vero infatti come tutti pensano che lui raccontava ed io scrivevo, ma anche se fosse stato così chi sarebe stato il servo? Io. Attraverso di me Filippo ha cercato di creare un Filippo ancora più puro. Ecco, la ricerca della purezza è stata fondamentale. Anche alle parti più scabrose abbiamo lavorato senza compiacimenti, senza censure, cercando proprio la purezza.

Se in tutto il romanzo la traccia autobiografica di Timi è riconoscibile, l'epilogo col matrimonio di Filo sembra (anzi, è) più surreale che reale. Da dove viene la scelta di questo finale rigorosamente non autobiografico?
L'epilogo in realtà è fuori dal libro, fa storia a sé. La vicenda di Filo finisce con l'enorme successo di Metafisico Cabaret, ma avevamo bisogno di un evento fuori dal tempo, di un evento sognato per tutto il libro dalla famiglia di Filo. Sua madre sogna la normalità, sogna che il figlio si sposi. Allora abbiamo detto: facciamoli tutti contenti, facciamoli festeggiare e parlare in umbro! Anzi, in questo dialetto che secondo me Filippo si è un po' inventato, perché lui è del tutto sradicato dalla sua terra. Sono più radicato io al quartiere Trieste a Roma che lui a Ponte San Giovanni, il paese dove è nato! Per la scena del matrimonio ci siamo ispirati al sogno di Oblomov, anzi abbiamo proprio copiato. Il grande eroe dell'epilogo è zio Palmiero, l'uomo più volgare del mondo, che giustamente trionfa in un matrimonio, che è una festa un po' volgare.

Quanto ha contato nel tuo percorso di uomo e di scrittore il tuo lavoro a Rebibbia?
Lavorare in galera per quattordici anni mi ha levigato, stondato, allisciato - come una pietra pomice che a forza di sfregare si è però anche rimpicciolita… ancora qualche anno e resterà di me ben poco, quasi niente… il che non è affatto un male. Sulla scrittura in senso stretto, il fatto di insegnare a dei detenuti ha influenza pari a zero. L’importante però è che una volta finito il lavoro in galera mi restano forze e tempo solo per scrivere, e questo è un bel cordone sanitario.

Che lettore è Edoardo Albinati? Quali sono gli scrittori e i libri che preferisci leggere e come ti ci approcci?
Ho letto moltissimo da bambino e da ragazzino. Anzi per me la lettura è la chiave che gira nel buco dell’infanzia. Ora leggo perlopiù libri di documentazione o relativi al tema intorno a cui sto scrivendo, per cui ritorno molte volte sulle stesse pagine, cerco di strizzarne il succo, di farlo colare in una forma nuova, in un discorso mio… in questi giorni sono immerso nella palude infocata de La volontà di potenza di Nietzsche, sarà la terza o quarta volta che lo attraverso. Poi leggo i libri che mi arrivano per posta, tra gli ultimi mi sono piaciuti il romanzo di Elisabetta Rasy L’estranea, e un esordio divertente, Via Ripetta 218 di Sivia Pingitore. In verità mi piacerebbe come una volta sfogliare fumetti, ero molto appassionato. Ritrovo qualcosa di originale nelle illustrazioni di Luca Buoncristiano per il libro Mary e Joe edito da Fazi. Sono un lettore impaziente e cattivo, se un libro è scritto male lo tiro contro il muro.

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