Intervista a Eduardo Belgrano Rawson

Eduardo Belgrano Rawson
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Non ho difficoltà ad ammetterlo: ho un debole per l'Argentina e gli argentini. Ergo, ho un debole per Eduardo, un collega coi fiocchi, giornalista esperto e con la testa piena di storie da raccontare, esperienze da condividere, opinioni da regalarti. Ci incontriamo davanti a un cappuccino in un bar di San Lorenzo, il quartiere 'antagonista' di Roma. E il tempo vola...

Sei un giornalista e hai scritto in passato molte sceneggiature di fumetti. Quanto e come queste due anime hanno influenzato la terza, quella dello scrittore?

Sia i fumetti – le historietas, come le chiamiamo noi – sia il giornalismo mi hanno insegnato l’economia, la sintesi, la velocità nel linguaggio. Un approccio diretto e chiaro è sempre quello che ricerco quando scrivo, quando scrivo qualsiasi cosa: più difficile adeguare la struttura narrativa a questo ritmo. Perché sì, di un ritmo musicale si tratta, di una dinamica, di saper modulare le intensità e i colori nella partitura complessa che è un libro.

 

Nel tuo romanzo Radio Miami in particolare la musica ha un’importanza essenziale: perché?

Quella del romanzo è una storia che si svolge negli anni ’60: gli anni del rock, gli anni del bolero, gli anni di tutti i sogni che sembravano a portata di mano, di tutte le utopie che erano considerate possibili. La gente ballava abbracciata, c’era gente che volteggiava nello spazio, i Beatles stavano venendo fuori alla grande. L’America Latina come concetto esisteva ancora, era addirittura di moda. Una notte, la notte con la quale inizia Radio Miami, un Presidente Usa, John Fitzgerald Kennedy (un Presidente molto più simile a George W. Bush di quanto non si creda o non si voglia far credere, tra l’altro) lancia un attacco a Cuba (un attacco, anche qui puntualizzo, che presenta molte analogie con quello all’Iraq) e fa diventare Cuba un Paese comunista. Sì, perché la fa schierare per difendersi con il blocco pro-URSS, cosa che fino a quel momento non era avvenuta.

 

Quali prospettive si aprono per Cuba dopo il ritiro di Fidel Castro?

Credo che i dirigenti cubani abbiano il progetto di far diventare Cuba una piccola Cina. E non credo che ce la faranno. Il cubano è antropologicamente, biologicamente pronto per il capitalismo. Ma comunque la risposta l’avremo il giorno dopo la morte di Fidel Castro: fino a quel momento non credo che succederà nulla di significativo, se non altro per rispetto dell’anziano e mitico leader.

 

L’America Latina continuerà a essere terra di conquista per gli Usa e le multinazionali oppure ci sono i segni di un riscatto?

L’America Latina, ci tengo a precisarlo, non è mai stata come l’Africa, in balia delle potenze colonialiste e flagellata da dittature tribali o da politiche sanguinarie. Da noi ci sono Paesi che hanno un profilo politico solido, importante. Come il Brasile, per esempio. Ci sono uomini politici che hanno una certa onestà intellettuale, una riconosciuta integrità politica, una forte personalità. Il presidente cileno Michelle Bachelet non è George W. Bush, il presidente uruguagio Tabaré Vazquez non è Silvio Berlusconi. In Argentina invece abbiamo la nostra tradizione di maschere, di pupazzi come Menem. Quanto al populismo di Chavez, il Venezuela soffre di un analfabetismo brutale e l’80% della popolazione è sotto la soglia della povertà: non è che in queste condizioni si possa pretendere una tradizione democratica come per altri Paesi. Siamo lontani dalla democrazia piena, anche in Argentina abbiamo una pre-democrazia, ma il Paese viene da una lunga dittitura militare, è afflitto cronicamente dal populismo: mica è la Danimarca, insomma.

 

Ti è mai capitato di innamorarti di un tuo personaggio femminile, visto che ne hai creati tanti così seducenti e complessi?

In effetti quasi in tutti i miei libri c’è al centro della storia un personaggio femminile. Quelo che preferisco e che ho amato di più è la protagonista del mio romanzo Fuegia, inedito in Italia. Racconta lo sterminio degli indios della Terra del Fuoco, una popolazione governata da un matriarcato veramente clamoroso. Pensate che gli indios si spostavano in canoa ma non sapevano nuotare: solo alle donne era concesso imparare a nuotare, e per ogni canoa c’era una donna che in caso di necessità si sarebbe tuffata a salvare gli uomini. La tradizione voleva che le madri non insegnassero ai figli maschi a nuotare, ma solo alle figlie femmine, un modo evidente per conservare e tramandare il potere.

 

Qual è il tuo rapporto con la città nella quale vivi, Buenos Aires?

A Buenos Aires ho passato la maggior parte della mia vita, pur non essendoci nato. Con la città di oggi ho un rapporto controverso, vince la nostalgia della Baires degli anni ’60, quando la città era contaminata dalla cultura e dal cinema francese e italiano, quando musical, opere, concerti e piéce teatrali erano roba di tutte le sere e la gente faceva file di 5,6 isolati per vedere un film con Vittorio Gassman, Alberto Sordi o Nino Manfredi, quando Ingmar Bergman aveva un successo popolare – e sottolineo popolare – straordinario. In quegli anni l’Argentina aveva 1 milione e mezzo di poveri, mentre oggi sono 15 milioni, Buenos Aires era la città più sicura del mondo (mentre oggi è tra le più pericolose) e il Prodotto Interno lordo argentino era identico a quello del Giappone. Da allora il declino, lo scivolo, la valanga argentina è stata inarrestabile. E anche Buenos Aires ha perso la sua magia. Oggi se dovessi scegliere una città dove vivere direi Parigi, New York o Roma, che è stata per me un vero amore a prima vista.

 

I libri di Eduardo Belgrano Rawson
 

 

 

 
 
 
 
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