Intervista a Edward Carey

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Sono le tre di pomeriggio del secondo giorno del Bookpride 2019 di Genova, quando incontro Edward Carey in un bar, silenzioso quanto basta per isolarci dal caos che imperversa tra gli stand. Quando gli stringo la mano, quello che ho davanti è il prototipo dell’uomo inglese: carnagione chiara, un sorriso cordiale e un paio di occhi azzurri che conservano la curiosità di un bambino, nonostante i quasi 50 anni. Edward Carey mi accoglie con una stretta di mano gentile e lo sguardo rassicurante di chi sa subito metterti a tuo agio, come se fosse uno qualunque e non un uomo capace di scrivere romanzi, opere teatrali e, come se non bastasse, illustrare ciò che produce. Uno scrittore fatto e finito che conserva la voglia di scoprire di un bambino: uno sguardo fanciullesco sul mondo che avrò modo di approfondire anche nel corso dell’intervista stessa. Pochi minuti in cui l’entusiasmo non va mai a diminuire, anzi, tanto che Mr. Carey, parlando della sua passione per il disegno, mi mostrerà spontaneamente alcune delle sue illustrazioni più belle, conservate in un raccoglitore, lasciandomi a bocca aperta.




Hai lavorato al Museo delle cere di Londra per anni. Perché hai deciso di trasformare quell’esperienza in un libro, il tuo Piccola?
Beh, ci è voluto un po’ per arrivare fin lì, purtroppo ci sono voluti ben 15 anni per scrivere il libro! Ho iniziato a lavorare in quel museo subito dopo aver lasciato l’università. In quel periodo ho fatto i lavori peggiori di tutta Londra: l’usciere in un teatro del West End, poi l’archivista di un chirurgo plastico. Uno dei lavori che ho fatto consisteva nell’impedire alle persone di toccare le statue di cera al museo di Madame Tussaud e lo adoravo! Non sapevo un granché della storia di Marie Tussaud finché non ho lavorato in quel museo e fino a quando non mi sono ritrovato a passare tanto tempo con le statue di cera che lei stessa aveva creato – Voltaire, Jean-Paul Marat ecc – è stata una vera e propria ispirazione.

Quindi le statue erano molto datate…
Il museo aveva gli stampi per poterle rifare, ma non è questo il punto. È come se potessi toccare con mano un pezzo di storia. Mi sono innamorato di lei perché era una persona incredibile, una meravigliosa superstite prima di qualsiasi altra cosa. Volevo solo far vedere come una sola vita, la sua, potesse contenere quella di così tanti personaggi famosi, anche se alla fine è diventata famosa pure lei. La adoro, è come se lei fosse più legata al mondo della finzione rispetto a quello storico, sembra quasi un personaggio fantasy.

Come se non fosse una persona in carne e ossa?
È come se fosse un personaggio folkloristico, non so come spiegartelo, una sorta di personaggio preso da una favola.

Un pezzo di storia, insomma…
Sì, esattamente. Sapevo che volevo parlare di lei, raccontare la sua storia, ma col senno di poi avrei dovuto scrivere cinque libri prima di questo! Credo che ci sia davvero molto da dire su di lei.

Marie Tussaud, la protagonista, è una grande osservatrice, nonostante la tenera età. Pensi che i bambini abbiano una visione migliore del mondo rispetto agli adulti?
Credo che gli adulti abbiano un modo tremendo di considerare i bambini. In più, credo che i bambini abbiano un’immaginazione incredibile, cosa che gli adulti non hanno. È qualcosa che si perde col passare degli anni, purtroppo. Sono fermamente convinto che vedano il mondo in modo completamente diverso dal nostro e credo anche che capiscano molto più di quanto noi crediamo. Per quanto riguarda Marie, lei è sempre stata molto minuta, quasi a misura di bambino, quindi è come se fosse eternamente bambina, in un certo senso.

Vorrei proporti una sorta di collegamento tra la saga degli Iremonger e il tuo nuovo romanzo. Nei tre romanzi della saga, ogni Iremonger è legato a un oggetto fin dalla nascita: a quale oggetto sarebbe legata Marie, secondo te?
Il fatto è che Marie passa molto tempo da sola, talmente tanto che gli oggetti diventano i suoi amici più stretti, una sorta di famiglia per lei. Sarebbe capace di affezionarsi a una forchetta e un coltello allo stesso modo che a una persona. Marie impara molto grazie agli oggetti e il ragazzo di cui si innamora le insegna a usare quegli stessi oggetti che la circondano: insomma, nel libro gli oggetti sono davvero ovunque! Ma se dovesse sceglierne solo uno, probabilmente sarebbe una matita.

Perché proprio una matita?
Perché è la sua seconda voce. Marie crea tutti questi disegni nel corso del libro, è come se disegnare fosse il suo modo per essere molto più che una semplice domestica: è un’artista. E l’unico modo che ha per esserlo è disegnare di nascosto, cosa che fa durante gran parte del libro. In un certo senso, la matita è la sua ancora di salvezza. Senza di essa sarebbe solo una ragazza come tante altre.

Quindi l’arte è ciò che la rende speciale?
Sì, ma più di tutto è ciò che la fa sopravvivere come essere umano. Secondo me era un’artista piena di talento, ho anche portato qualche illustrazione presente nel libro. Mentre scrivevo, ho sempre avuto la certezza che Marie avrebbe sempre disegnato nella stessa misura in cui avrebbe scritto. Io illustro sempre i miei libri, ma cerco sempre di creare illustrazioni diverse a seconda del tipo di libro che scrivo e spero di aver scelto il modo giusto per questo libro.

Sei l’illustratore dei tuoi stessi libri. Credi che il processo artistico e quello di scrittura si assomiglino?
Sì, sono molto simili. Sono una vera e propria coppia, secondo me, e tendo a gestirli contemporaneamente. Non potrei mai immaginare di fare l’uno senza l’altro. In questo caso, per cercare di capire meglio come funzionasse il tutto, ho creato io stesso una maschera funeraria di cera e una statua di legno di una donna che compare nel libro, alta più o meno quanto lo era Marie. Ho cercato di capire questo mondo fisicamente.

Quindi non hai una preferenza tra scrittura e disegno?
Quando disegno preferirei scrivere e quando scrivo preferirei disegnare. È davvero difficile scegliere.

Un’ultima domanda. So che hai lavorato a questo libro per 15 anni: hai mai pensato di mollare?
Sì e ho anche mollato, per un certo periodo. Lo odiavo così tanto e non volevo più saperne niente. Ero nel bel mezzo di questo progetto e volevo solo buttarlo via; ero davvero convinto che non lo avrei mai finito. Poi ho iniziato a lavorare alla saga degli Iremonger e mi sono sentito rinato come scrittore. Il potere dell’immaginazione e dei bambini mi hanno riportato a ciò che mi aveva spinto ad essere uno scrittore. Poi l’ho riletto, dopo essermi ripromesso che non lo avrei mai fatto; decisi di leggerlo di nuovo un pomeriggio, per vedere se era effettivamente brutto come sembrava e lo era! Ma ho trovato un nuovo modo per scriverlo.

E in cosa consisteva?
Nel trovare una nuova voce: quella che avevo usato non era generosa come lo è adesso, ed era un po’ troppo misteriosa. E poi ho capito che era semplice, era solo la storia di una donna che è sopravvissuta e dopo averlo capito, tutto è diventato più chiaro. Da quel punto, è stato molto più facile, ma ci ho messo comunque 15 anni! È stato un lasso di tempo lunghissimo, sono davvero felice che sia tutto finito bene.

I LIBRI DI EDWARD CAREY



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