Intervista a Elena Torre e Anna Marani

Anna Marani, Elena Torre
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Con Elena e Anna non esistono confini. Un’instancabile curiosità sembra dominare le loro rispettive attività artistiche, che spaziano dai libri per adolescenti alla poesia, dalla saggistica alla cronaca giornalistica. Insieme hanno esplorato con successo anche il genere noir, ottenendo un ottimo riscontro di vendite. Mentre le ascolti conversare amabilmente con amici e lettori al termine della presentazione del loro nuovo romanzo, ne osservi il portamento gentile e l'espressione angelica, ti viene spontaneo domandarti dove possano mai aver trovato l'ispirazione per concepire due romanzi impregnati da efferati omicidi. Nonostante il caldo torrido sembra abbiano ancora voglia di parlare. Le convinco facilmente a seguirmi in un bar sul lungomare. Appena il tempo di ordinare da bere ed entriamo subito nel vivo dell'intervista.

Com’è nata l’idea di scrivere libri a quattro mani?
ET: Ho sempre accarezzato l’idea di scrivere con un’altra persona, trovo che la scrittura sia un momento molto bello in cui si esplora una parte di sé non sempre accessibile, una parte dove si trovano anche cose interessanti che è bello condividere. La scrittura è anche gioco e per quanto sia bello giocare da soli, in due è tutta un’altra cosa. Con Anna poi è stato naturale, ci conosciamo e siamo amiche da moltissimo tempo e reciprocamente abbiamo sempre seguito i vari passi del nostro cammino letterario spronandoci e sostenendoci a vicenda, confrontandoci e consigliandoci quindi quando ho capito che c’era la possibilità di lavorare ad un progetto condiviso non ho esitato a coinvolgerla.
AM: Ci conosciamo da tanti di quegli anni che ci è venuto naturale, anche se l’idea è partita da Elena. Siamo state prima amiche di penna, quando il cellulare era ancora di là da venire, poi giocatrici di ruolo allo stesso tavolo… trasporre su carta le avventure dei nostri alter-ego ci è sembrata la cosa migliore da fare per consentire a qualcuna delle nostre personalità di emergere…!


Scrivete in maniera sistematica o quando siete visitate dall’ispirazione?
ET: Scriviamo in modo compulsivo, buttiamo giù quante più idee abbiamo nella testa cercando di avere una continuità. Poi chiaramente non sempre scriviamo cose che ci piacciono, così succede spesso che molte pari vengono elise o modificate, corrette o riscritte, ma cerchiamo di scrivere con costanza.
AM: L’una e l’altra cosa. In alcune circostanze, l’editrore impone delle scadenze e bisogna correre per cercare di chiudere nei tempi. Ma l’ispirazione resta la base di qualsiasi progetto, e penso che non sia mai capitato di trovarci a corto di idee. Io, poi, sono senza speranza, giocavo con la macchina per scrivere di mio padre quando ancora non sapevo leggere, e non vedevo l’ora di imparare per poter scrivere anche le mie storie.


Come vi dividete i compiti?
ET: Facciamo sempre una chiacchierata nella quale diligentemente ognuna delle due prende appunti, e buttiamo giù l’ossatura del romanzo cercando grossomodo di piazzare in ogni capitolo alcune azioni ben definite in modo da non perderci. Poi ognuna di noi lavora su diversi capitoli. Generalmente Anna scrive di Puccinelli e Cortese, ma non è sempre così. Poi spesso accade che la storia prende il sopravvento e finiamo per dover riprendere in mano il piano iniziale per sconvolgerlo e ridarci i rispettivi compiti…
AM: Essendo costrette a lavorare per lo più a distanza, Elena a Viareggio e Anna a Bologna, talvolta ci affidiamo a mail, chat, sms per trasferire dati da una testa all’altra. Ma ci facciamo visite frequenti durante le quali continuiamo a fare e disfare il punto, rileggere e discutere. Qualche volta ci tendiamo delle trappole a vicenda: una delle due scrive l’inizio di un racconto, diciamo un primo capitolo... L’altra deve continuare la storia con il capitolo successivo, ma quella delle due che si trova in ricezione non sempre sa cosa l’aspetti, si trova a dover gestire diversi imprevisti… E’ molto divertente!


Quanto tempo avete impiegato nella stesura de L'eroe?
ET: Circa sei mesi, ma sono volati.
AM: Quando da Romano Editore ci hanno informate di voler dare un seguito a Erode e la psicopatia dell’allenamento, avevamo già discusso tra noi dell’eventualità di scrivere altre avventure per le coppie Biagini-Cortopassi e Puccinelli-Cortese e ci eravamo in un certo senso già messe all’opera, buttando giù appunti, scambiando idee… Quindi poi si è trattato ‘solo’ di trasporre quel materiale in una forma leggibile, cosa che ha richiesto circa sei mesi. E’ andata bene, se si considera che entrambe ci occupiamo anche di altre cose, non siamo scrittrici a tempo pieno.
Per rispondere alla domanda, poco meno di un anno.

 

Elena, il fatto di aver collaborato con un quotidiano quanto ha influito nelle vicende che racconti?
ET: Certamente l’essere giornalista ti mette in una posizione particolare rispetto ai fatti di cronaca. Si è portati ad avere uno sguardo critico, a cercare di capire cosa è successo, sentire una parte e poi l’altra, parlare con eventuali testimoni, vedere il terreno sociale in cui una vicenda si svolge, però credimi la cronaca riesce sempre ad essere un passo più avanti della finzione letteraria.


Anna, come convive la vena per il noir in una donna sensibile alle tematiche ambientaliste, autrice di poesie e di testi per adolescenti?
Soffro certamente di qualche disturbo della personalità! Scherzi a parte, credo che, potenzialmente, una persona abbia tante cose da dire e una vasta scelta di canali attraverso i quali esprimersi. Le basi sono sempre le stesse, ci sono indubbiamente questioni che mi sono care, come la tutela dei minori e la mia personale battaglia demagogica contro le discriminazioni razziali e sessuali e, senza dubbio, la salvaguardia dell’ambiente. D’altronde amo – e scrivo - il fantasy, le sterminate e lussureggianti foreste immaginarie attraverso le quali vagano personaggi in cerca di qualcosa, una spada, il proprio coraggio, se stessi, affrontando nemici e le proprie paure, restando feriti e rialzandosi. Restando uccisi, qualche volta… d’altronde la morte è una parte integrante della vita, al punto da costituite il principale stimolo a goderne appieno. Come vedi, tutto si concatena. In più mi interessa la cronaca nera, mi piace indagare la mente umana, avanzare ipotesi, seguire i casi giudiziari in televisione. Alla luce di tutto questo, non mi pongo alcun limite di genere.


Quante copie sono state vendute di Erode e la psicopatia dell’allenamento?
ET: Più di quanto ci immaginassimo, la prima edizione è andata esaurita in due settimane. Purtroppo questo inizio molto felice ha coinciso con il disastro ferroviario del 29 giugno scorso in cui la mia città Viareggio ha perso trentadue abitanti. Alla luce delle vendite, insieme alla Romano Editore, Anna ed io abbiamo deciso di destinare non solo i diritti, ma anche i proventi alla Croce Verde di Viareggio i cui mezzi di soccorso erano andati distrutti nell’esplosione. Anche le copie ancora disponibili di Erode, acquistabili sia in libreria che sul sito della casa editrice, avranno la stessa destinazione.
AM: Non ne ho la più pallida idea, so solo che ha venduto bene, anche perché altrimenti non si sarebbe parlato di un secondo capitolo, né, attualmente, se ne ipotizzerebbe un terzo. Devolvere ogni centesimo alla Croce Verde ha consentito ai nostri eroi di carta di compiere un gesto concreto nel mondo reale. Loro pensano che i soldi siano sono soltanto soldi. Bisogna pensare bene a che cosa farne, l’avidità non è consigliera di buoni sentimenti.


Che sensazione si prova nell’aver raggiunto un numero così elevato di lettori in poco tempo e in un paese in cui notoriamente si legge poco?
ET: E’ senza dubbio molto incoraggiante e totalmente inaspettato, credo che i lettori si siano in qualche modo fidati di noi. Sia Anna che io siamo molto presenti sulla rete e rispondiamo a chi ci scrive, prima ancora che scrittrici siamo lettrici e a chi ci chiedeva se il libro fosse noioso ovviamente rispondevamo di no… Bisogna estirpare secondo me soprattutto tra i più giovani l’idea che il libro sia qualcosa di noioso, di faticoso; certo ad un lettore chiediamo molto, la lettura è un atto volontario, un libro non lo si subisce un libro bisogna leggerlo, bisogna dedicargli tempo, il lettore ha un ruolo attivo al pari dello scrittore e tra i due si instaura sempre un rapporto intimo ed esclusivo.
AM: Orgoglio e soddisfazione. E’ come avere la conferma che quel che abbiamo da dire – anche tra le righe – interessa. D’altronde i nostri protagonisti, gli assassini, gli psicopatici che popolano le nostre pagine non hanno nulla di diverso da un comune vicino di casa o da un collega di lavoro. La quotidianità in cui si muovono Biagini, Cortopassi, Puccinelli e Cortese potrebbe essere quella di chiunque.

 

Quanto conta avere alle proprie spalle una casa editrice che crede nel prodotto e lo sostiene in maniera attiva?
ET: È tutto, con l’entusiasmo, la voglia di fare si fanno tante cosa, ma senza un supporto reale e concreto non si può fare nulla. La Romano Editore ha creduto interamente in noi dandoci la libertà di scegliere i temi da trattare, affiancandoci editor esperti e monitorando i nostri progressi. Ci sono stati vicini senza metterci fretta e lavorando sempre per la migliore riuscita del libro sia nella fase di stesura che di promozione. Non possiamo che sentirci molto fortunate.
AM: Conta moltissimo, specialmente in un contesto come quello attuale: oggi è raro che un editore, non necessariamente piccolo, non chieda denaro per pubblicare, il cosiddetto ‘contributo alla stampa’. Sembra che le case editrici con la voglia di mettersi in gioco siano rimaste in poche, ma Romano Editore ha voluto credere in  noi fin dall’inizio. Tra Roberta Capanni e Vincenzo Biagini in particolare, è scattato un feeling immediato. Sospettiamo che ci sia qualcosa, tra quei due…


Anna, come hai conosciuto il maresciallo Puccinelli?
AM: Ero stata arrestata per ricettazione di denaro sporco, e lui mi ha fatto il terzo grado… Okay, sto scherzando, lo preciso soprattutto per risparmiare un infarto a mia madre quando leggerà queste righe! All’inizio, il maresciallo Puccinelli doveva essere la ‘spalla’ dell’appuntato Cortese, che avrebbe dovuto essere il protagonista dei miei racconti gialli. Poi le parti si sono invertite, al punto che il maresciallo ha praticamente adottato Massimo Nicola Cortese, per lui soltanto Massimo. Si preoccupa molto per lui e del suo futuro, soprattutto perché non pensa ancora a farsi una famiglia… Per questo cerca sempre di rifilargli qualcuno dei suoi parenti single.


Elena, tu invece dove hai scovato il commissario Biagini?
ET: Vincenzo Biagini ha le sue origini in ore e ore di giochi di ruolo, era il personaggio di un mio carissimo amico, che poi ha finito per cedermi. Naturalmente il Vincenzo Biagini dei giochi di ruolo è diverso da quello che poi è diventato il ‘mio’ commissario, ma dell’originale mantiene la sagacia. Il suo carattere è frutto di studio ed osservazione di differenti tutori dell’ordine in carne ed ossa ai quali ho ‘rubato’ quando questo, quando quell’atteggiamento fusi in quello che oggi vive tra le pagine.


Non vi sentire un po’ in colpa per aver rigato di sangue il litorale della Versilia, una delle più incantevoli e amene località turistiche d’Italia?
ET: In effetti devo dire che quando incontro l’assessore al turismo mi viene un po’ da ridere, ma devo dire che tingere la Versilia di noir è stata solo una scusa per poterne parlare dal dentro, mostrando il brutto, ma anche il bello, e ce n’è tanto, di una terra troppo spesso associata unicamente al mare e al carnevale che sono solo due dei tanti aspetti belli.
AM: Per niente! Anzi, ci auguriamo che presto cominceranno a sciamarvi, per fare un po’ di turismo, anche i lettori dei nostri libri, sulle tracce di Biagini & C. Com’è successo in Francia dopo la pubblicazione de Il Codice da Vinci… tutti a Parigi, naso a terra, per individuare i tombini citati da Dan Brown!


Possiamo dire che la mimesi tra lettore e investigatore rappresenta la chiave di volta del successo del vostro successo? 
ET: In realtà non ci avevo pensato, devo essere onesta, in effetti i nostri investigatori diventano figure reali a tutto tondo che finiscono per portarsi dietro il lettore, però non era voluto.
AM: In un certo senso, senza dubbio. Anche se ci auguriamo che, per calarsi meglio nei personaggi, a nessuno venga in mente di scatenare risse sui treni od organizzare sedute spiritiche nel tentativo di richiamare le entità con cui comunica l’appuntato Cortese…


Oggi il noir vive anche nel nostro paese un momento favorevole. Secondo voi su che cosa poggia questa vivacità?
ET: Molti serial televisivi in programmazione sono gialli, noir e thriller e a suon di auditel sono quelli visti di più… il mercato dei libri non poteva non accorgersene, in più moltissimi film sono stati tratti da libri già conosciuti e riportati all’attenzione di un pubblico più vasto.
AM: Questa è una domanda difficile. La criminalità, compresa quella che implica personaggi sulla cui limpidezza nessuno dovrebbe avere dubbi, vedi certe personalità politiche e amministratve, è un male che si è purtroppo molto diffuso. I media trasmettono messaggi fuorvianti: indossatrici che si fanno di coca e vengono elette modelle dell’anno,  preti pedofili (tra l’altro, quanto a questo siamo state drammaticamente profetiche, in Erode), violenze di ogni tipo che non vengono punite a dovere, quando non sono addirittura premiate. Il genere noir fa sì che il lettore si incarni in un personaggio che vive una situazione estrema, ne mette a nudo le perversioni, le paure, lo caccia in guai più grossi di lui. Anche nella vita reale ci troviamo spesso in balia di eventi incontrollabili. La differenza sta nel fatto che, nell’ambito di un noir, che sia un romanzo o un film, il lettore o lo spettatore hanno una sorta di ruolo attivo. Calandosi nella parte e mediante gli indizi a disposizione, possono vagliare ipotesi, indagare e contribuire alla risoluzione di un caso, mettendosi alla prova ma senza correre rischi reali. Fermo restando che tutto potrebbe tornare utile, casomai ci fosse bisogno di metterlo in pratica.


I grandi detective della letteratura non sono mai stati italiani. Eppure il delitto anche da noi è il genere che tira di più. Ne sapreste motivare le ragioni?
ET: oggi è il genere che tira di più, in Italia forse siamo un po’ in ritardo, se pensiamo alla letteratura scandinava, da loro il giallo non è considerato neppure narrativa di genere!
AM: Be’, abbiamo Sarti di Machiavelli, Coliandro di Lucarelli, Montalbano di Camilleri. Come dice Elena, siamo un po’ in ritardo… ma come dice qualcun altro… gli ultimi saranno i primi! Biagini e Puccinelli si sono già procurati il pettorale per l’iscrizione alla maratona!


Quali generi di libri leggete prevalentemente?
ET: Sono una lettrice onnivora, attenta alla narrativa contemporanea ma con un piede nei secoli passati… credo che uno scrittore a maggior ragione, ma anche un lettore che si definisca tale non possa esimersi dal conoscere i grandi classici.
AM: I più svariati, dai classici ai contemporanei, uomini e donne. Ho un debole per Pennac, se mi chiedesse un favore, credo che per lui farei quasi qualsiasi cosa…! Al momento ho sette libri sul comodino e poco tempo per leggerli, ma mi sto impegnando a scoprire nuovi talenti tra i miei contatti di Facebook.


E quali autori hanno influenzato maggiormente la vostra scrittura?
ET: Adoro Virginia Woolf ma purtroppo non credo che abbia influenzato la mia scrittura, magari fosse così. Mi piace Michael Cunningham e non poco, ma anche in quel caso parlare di influenza mi sembrerebbe tanto. Penso che qualsiasi cosa noi leggiamo ci influenzi, ogni libro ogni racconto lascia inesorabilmente e anche inconsapevolmente spesso tracce dentro di noi pronte a riemergere inaspettatamente durante la stesura di un nuovo libro.
AM: Tra quelli che ho letto direi… tutti e nessuno. Ma mi piacerebbe essere visitata dal fantasma di Oscar Wilde e sfiorata dal suo genio!

I libri di Anna Marani

I libri di Elena Torre

 

 

 
 
 
 
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