Intervista a Eleonora Caruso

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Nel mondo delle fanfic, di cui da dieci anni è regina venerata sul web, è conosciuta con il nick Caska Langley. Non ha compiuto ancora i 30, ma di cose ne ha già fatte parecchie: la commessa, l’operaia, la centralinista, per esempio. Adora l’Oriente ma vive a Novara. Quando ha scritto il suo primo romanzo, un talent scout di Einaudi ne ha addocchiato con interesse il manoscritto, ma a lei è piaciuta di più l’indipendenza di un piccolo editore. Signore e signori, vi presento Eleonora Caruso.




Tutto inizia con le fanfiction: illuminaci su questo mondo misterioso, al quale i media dedicano scarsissima attenzione e tu tantissima…
Credo sia un bene che i media non vi dedichino attenzioni, in fin dei conti il ficwriting ha di bello che è esente dalle logiche di mercato e - almeno teoricamente - dall’ansia di essere conosciuti che invece permea le comunità di così detti “scrittori emergenti”. Scrivere fanfiction significa scrivere storie ispirate a personaggi e mondi già esistenti. Non è un’attività nuova, tant’è che l’Iliade stessa, o L’Orlando Furioso, addirittura La divina commedia possono essere considerate fanfiction, solo che alla gente vengono i brividi a sentirlo. Un classico fantasy che io amo molto, Le nebbie di Avalon, è in tutto e per tutto una fanfiction sul Ciclo Arturiano, perché lo rinarra secondo un altro punto di vista, e infatti Marion Zimmer Bradley ha cominciato scrivendo fanfiction su Star Trek. Insomma, non è poi così atipico. Il desiderio di continuare a far vivere i personaggi che in qualche modo segnano noi e il nostro mondo è comune a tutti i tempi. Io vivo con grande intensità le storie che amo, quindi ho sempre immaginato “scene” sui miei personaggi preferiti, sin da piccola. Crescendo ho semplicemente iniziato a scriverle per non dimenticarmele. Io poi sono molto insicura, quindi scrivere fanfiction mi ha spinta a pubblicarle in rete per condividerle con altri appassionati. Se avessi scritto storie “originali” non avrei mai avuto il coraggio di farlo. Certo scrivere fanfiction a lungo ti fa perdere alcuni passi su come strutturare una storia dalla base, perché quella base di solito ce l’hai già, e quindi il passaggio al romanzo è un po’ più complesso. Però andare a fondo nel pensiero di personaggi creati da altri ti dà anche un’idea molto chiara di come dovrebbero essere i tuoi per interessare qualcuno, e quindi credo che aiuti davvero, senza contare che ti permette di concentrarti molto sull’aspetto stilistico. E’ bello leggere storie incredibilmente profonde tratte magari da serie che in originale erano carine ma superficiali. Io poi ho avuto la fortuna di iniziare a scrivere sull’anime Evangelion, la cui complessità dei personaggi ha veramente pochi uguali nella narrativa, e intendo di ogni forma. Mi ha letteralmente insegnato a scrivere.  


Manga e dintorni. Come nasce in te questa passione? Sei forse una “otaku”?
Mah, nasce in modo molto ovvio, ossia attraverso la televisione. Su questo la penso come Darla: perché avrei dovuto guardare cartoni animati stupidi e ripetitivi come Scooby Doo, quando su un altro canale potevo immergermi in mondi che magari non riuscivo ancora a comprendere, ma erano di gran lunga più affascinanti? Lady Oscar, per esempio, è una grandissima opera. Ha anticipato di molti anni la rivalutazione storica del personaggio di Maria Antonietta, basta pensare a quanto rumore si è fatto attorno al film del 2006 di Sofia Coppola, che non valeva un quarto del manga della Ikeda, che è del 1972. I miei genitori non leggevano, i primi libri a entrare in casa mia sono stati i miei, quindi la mia educazione alle storie è stata attraverso agli anime e poi ai manga. Non mi ritengo un’otaku, anzi, sarei la vergogna del genere, visto che non sono per niente aggiornata sulle novità e ho detestato la maggior parte dei fenomeni dell’ultimo decennio. Semplicemente non nego il mio debito nei confronti del genere. Non è una cosa di cui mi vergogno, quindi non la nascondo. In un certo senso, con Comunque vada ho pagato pegno. Darla è molto, ma molto più ossessionata di me.


Ho letto che scriverai un saggio su Sailor Moon e la visione femminista della sua generazione. Sono una vorace lettrice di questi argomenti. Vuoi anticiparmi qualcosa?
L’anime di Sailor Moon è molto diverso dal manga, che è decisamente più adulto, ma entrambe le versioni conservano un bellissimo messaggio: non c’è un modo giusto o sbagliato per essere una ragazza. In un mondo che ancora parla di “vere donne” o di “donne con le palle” questo è già importante, ma lo era ancora di più nei primi anni novanta, quando la femmina nei programmi per ragazzi era ancora la scema po’ stronza, o la bionda carina che pensa solo ai ragazzi, o il maschiaccio che aveva per questo il diritto di stare insieme ad altri maschi e divertirsi. Sailor Moon ti diceva che in qualunque modo fossi, invece, andavi bene. Timida, pigra, aggressiva, sensibile, intelligente oppure svampita, era ok. Se ti piaceva cucinare o correre in moto, o entrambe le cose, era sempre ok. Jupiter era la più femminile tra le Sailor, amava i fiori e preparare pranzi alle sue amiche, ma era anche la guerriera incaricata di prenderti a calci in culo se arrivavi a rompere le palle. Sailor Moon non ti diceva “ecco come diventare una donna”, ma “lo sei già”. Ti diceva che potevi essere una principessa e una guerriera, non eri obbligata a scegliere. Inoltre nell’anime Milord aveva il ruolo di principe e salvatore, ma nel manga non è così. Lui soffre del potere immenso di Usagi (“Bunny” in italiano), perché la mette in pericolo, e lui che invece non ne ha non può difenderla. Si accolla interamente la responsabilità sulla loro figlia, perché accetta il fatto che Sailor Moon abbia enormi responsabilità e che quindi non potrà esserci sempre per loro. Il loro era un rapporto di assoluta parità. Non era facile vederlo, nella storie di quegli anni. E poi Usagi non era certo senza macchia, piangeva e si scoraggiava, aveva sempre paura, ma quando il momento arrivava trovava dentro di sé la forza per combattere. Non si arrendeva mai.


Veniamo a Darla, protagonista e voce narrante del tuo romanzo. Ai miei tempi sarebbe stata una borderline. Chi è, invece, Darla, ai tempi di Eleonora?
E’ una ragazza normale ed emotiva, che cerca di sopravvivere come può a un mondo che dice una cosa ma poi ne fa un’altra. E’ una ragazza in fuga, che per proteggersi ha messo una distanza tra se stessa e gli altri che non riesce più a colmare.


Dove, come, quando e perché è nato questo personaggio dentro la tua mente?
E’ nato molti anni fa, dalla semplice idea di avere come protagonista una ragazza che avrei potuto conoscere, che fosse radicata nel presente. Ci è voluto parecchio prima che mi facessi coraggio a scrivere e proporre seriamente la sua storia, credevo che nel frattempo Darla sarebbe diventato un personaggio vecchio, che in molti l’avrebbero scritta prima e meglio di me, ma non è successo. Quando mi fanno notare quant’è originale mi viene da ridere, ma sono anche contenta: si vede che eravamo fatte l’una per l’altra.


Hai trattato temi forti, attuali, urgenti. Il conflitto generazionale è uno di questi, ma anche il disturbo alimentare non si fa attendere. Vuoi spiegarci il tuo approccio?
Non ho avuto un approccio, ho scritto quello che mi veniva spontaneo scrivere. Risposta barbosa, lo so. Dal punto di vista stilistico il romanzo è pieno di scelte, ma non nella la trama. Le ho fatte tutte per caso, a seconda di quello che mi piaceva raccontare.


Quanto ti senti sei vicina-lontana a-da Darla?
Vicina come a una buona amica. Darla ed io abbiamo biografie di vita opposte, condividiamo alcuni luoghi delle nostre infanzie, niente più. Non ho un fratello, adoro i miei genitori, non vivo a Milano. In copertina c’è Rei Ayanami perché piace a Darla, ma io preferisco Asuka, e un fan di Evangelion sa che si tratta di una divisione profonda, ahah.
 

Cosa si aspetta Eleonora, la ragazza, la scrittrice, dalla vita?
Di continuare a scrivere. Se potrò farlo in un appartamento mio, anziché in camera con mio padre che ride guardando Zelig nell’altra stanza, sarà pure meglio.

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