Intervista a Eleonora Molisani

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Eleonora è una di quelle persone che incontri per caso ‒ come è successo a me durante un evento letterario a Milano ‒ e senti subito affini, subito amiche, subito speciali. Eh sì, perché la giornalista di costume e scrittrice provetta è franca, senza filtri, senza sovrapposizioni ed è capace di stabilire quasi immediatamente una sorta di feeling con qualsiasi interlocutore. La stessa capacità emotiva e di simpatia, nel senso più etimologico del termine, che Eleonora riesce a riversare nei suoi romanzi, dove in una sorta di transfert rende emotivi e partecipativi tutti i suoi personaggi, anche quelli più sfuggenti o scontrosi. Succede pure nel suo ultimo romanzo. E mentre parliamo e lei mi dice che gli piacciono le mie domande, io penso che a me piacciono moltissimo le sue risposte. Nasce così questa intervista, senza filtri, senza artifizi, come appunto è Eleonora.




Parliamo subito dei protagonisti del tuo romanzo Affetti collaterali. Da dove nascono, esistono sul serio e se sì quanto ti hanno ispirato per la stesura del tuo lavoro?
Nero, Scura e Grigio hanno i nomi delle tante sfumature che ha la solitudine esistenziale nel mondo contemporaneo. Rappresentano migliaia di persone reali che vivono la stanchezza di un matrimonio di lunga data, la tentazione di evadere, la fatica di seguire i figli. Ricola e Manuel rappresentano migliaia di adolescenti che si sentono soli, inascoltati, senza punti di riferimento e si rifugiano nel mondo virtuale o nelle dipendenze. Blanca rappresenta migliaia di immigrati che vivono la gioia e la speranza nel momento dell’accoglienza e poi la disperazione di una falsa integrazione sociale.

E c’è un’altra protagonista silenziosa ma invasiva nel tuo romanzo: la città di Milano. Tu pensi che la tua storia senza una metropoli a fare da sfondo avrebbe avuto meno forza, meno credibilità, minore presa sui lettori?
Credo che la vita in una metropoli come Milano richieda alle persone energie fisiche e psicologiche superiori rispetto alla vita di provincia. Il lavoro ci impegna molte ore fuori di casa, gli stimoli esterni sono molteplici, il rischio è quello di dedicare sempre meno tempo alle relazioni, sia sociali sia familiari. Se a questo si aggiunge l’invasività della rete, che ci trasporta in mondi paralleli, il risultato è una sorta di “distrazione cronica”, che finisce per usurare i rapporti e spegnere il dialogo tra le persone.

A questo punto voglio chiederti anche cosa è per te la “collateralità” nei sentimenti e se va oltre il puro e semplice stato d’animo…
La “collateralità” nel romanzo rappresenta l’illusione, che appartiene a tutti gli umani, che la vera felicità risieda in un altrove diverso e più splendente di quello che viviamo. Perché ciò che non è mai accaduto è il luogo in cui tutto ancora può accadere. Questa illusione spesso ci fa deviare dalle traiettorie della nostra vita, ci trasforma in esseri in fuga, che rompono gli argini travolgendo anche la serenità delle persone che ci stanno accanto, facendo danni enormi. È quello che capita ai sei personaggi in cerca di amore del mio romanzo, per questo ho voluto intitolarlo Affetti collaterali. Gli “affetti collaterali” ci portano lontani da ciò che è più importante, ma soprattutto lontani da noi stessi, dal capire quello che vogliamo veramente. Producendo effetti collaterali indesiderati.

In Affetti collaterali c’è anche questa sorta di τίσις divina che sembra gravare sulla ὕβϱις umana e annullare il libero arbitrio attraverso punizioni esemplari. Ci credi davvero a questa cosa o è solo funzionale alla narrazione?
Ci credo per quanto riguarda alcuni personaggi, come Blanca e suo figlio Manuel, per esempio. Ci sono persone che ce la mettono tutta per cambiare il loro destino, eppure le circostanze avverse li condannano a rimanere ultimi, invisibili. Capita, per esempio, agli stranieri come Blanca, animata inizialmente dalla speranza dell’accoglienza, che poi deve scontrarsi con la realtà della mancata integrazione. Anche Nero è vittima di un bagaglio esistenziale pesante; di un passato drammatico che è come una zavorra, da cui non riesce ad affrancarsi. Possiamo chiamarla tisis, vendetta divina, o semplicemente destino. E il destino da sempre grava sulla hybris umana, in modo terribilmente creativo.

Se dovessi racchiudere Affetti collaterali in un’unica frase del libro quale sceglieresti e perché?
Sceglierei una frase struggente di Gustave Flaubert, che ho inserito nel libro e che secondo me riassume più di ogni altra la condizione umana: “Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi, mentre vorremmo intenerire le stelle”.

I LIBRI DI ELEONORA MOLISANI



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