Intervista a Elisa Puricelli Guerra

Elisa Puricelli Guerra
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Ci incontriamo in un ufficio a pochi passi dal Duomo. Con la sua nuvola di capelli rossi e tante lentiggini potrebbe sembrare una perfetta irlandese. E invece è lei, Elisa Puricelli Guerra, milanese doc, il cui nome (se siete dei veri appassionati di letteratura per ragazzi) non potete non conoscere. Ha pubblicato il suo primo libro nel 2009 e da allora non si è più fermata. Ci prepariamo all’intervista sgranocchiando dei gustosi biscotti al burro, dal sapore perfettamente british.




Prima di diventare scrittrice a tempo pieno, hai lavorato per anni come editor e traduttrice. Come mai sei arrivata così tardi alla scrittura?
In realtà ho iniziato a inventare storie prima ancora di sapere scrivere… Quando ero piccola mia madre mi leggeva i libri ad alta voce, e io di riflesso ho sentito l’esigenza di inventare da sola dei nuovi racconti. Poi, con l’arrivo dell’adolescenza mi sono bloccata: mi sembrava che scrivere fosse ormai un passatempo da piccoli e così ho smesso. Fino ad oggi, quando l’esperienza nel campo editoriale (soprattutto come traduttrice) e i consigli di un’amica mi hanno dato la spinta giusta per riprendere in mano la penna!

 


Ho visto che quest’anno la tua agenda è davvero piena di impegni. Solo questa primavera sono in uscita quattro tuoi nuovi libri! Come ti nascono così tante idee? Hai un metodo di scrittura?

È tutta una questione di folgorazioni: all’improvviso mi viene in mente un’immagine, un dettaglio. O un nome, come è successo per Minerva Mint. Non sapevo ancora chi fosse questa bambina dai riccioli rossi e dal cuore grande che già mi si era impresso il suo nome. Una cosa simile mi era successa con il mio primo libro, Principesse a Manhattan: avevo letto un articolo sul mestiere degli “annusatori di città”, e da lì mi è nata l’idea di ambientare a New York le avventure di un orco investigatore e dei suoi amici. Ma se mi risulta molto facile dare vita a un personaggio, ho sempre fatto più fatica a costruire la trama, a legare insieme le tante immagini che avevo in testa. Questo l’ho imparato solo con l’esercizio.


Passiamo allora ai tuoi personaggi: Minerva, Olivia, Viola, sono tutte ragazzine indipendenti ed eccentriche. Ci parli un po’ di loro?
Le mie protagoniste sono sempre alla ricerca della propria identità. Ognuna ha una caratteristica che la rende “diversa” da tutti gli altri: è per questo che nel loro mondo si sentono a disagio, pur volendo farne parte. Io stessa ho provato questa sensazione quando ero piccola. Ma poi, nel corso della storia, le mie protagoniste compiono una vera trasformazione e fanno della loro diversità il loro punto di forza! L’unico che ho creato un po’ diverso dagli altri è Leo, il protagonista della serie Un divano per dodici: è più realistico, forse anche per la difficile situazione famigliare che si trova a vivere. Ma anche lui riesce a trasformare il suo problema e a farlo diventare un valore aggiunto.


Qual è il personaggio a cui ti senti più vicina?
Credo Minerva Mint, perché la ammiro. Quando l’ho inventata, l’avevo immaginata come una bambina più indecisa, meno sicura di se stessa… E invece poi si è trasformata sotto i miei occhi: è un po’ un mio alter ego, ma molto più indipendente e coraggioso. E tutto questo grazie all’editor, che è riuscita a migliorare il testo. Non tutti hanno questa sensibilità di migliorare le idee di un autore.


So che, prima di essere una scrittrice, sei una lettrice instancabile. Ma allora perché scrivi solo per ragazzi? Hai mai pensato di scrivere un libro per adulti?
Forse un giorno lo scriverò. Ma per ora sono convinta che nessun genere possa sostituire la ricchezza offerta dalla letteratura per ragazzi, che è un genere che contiene tutti gli altri. Non solo offre più libertà, perché in un unico libro si possono mescolare gli elementi di un giallo con quelli dell’avventura e del romanzo sentimentale, ma soprattutto è il luogo prediletto del romanzo di formazione. Nella letteratura per ragazzi c’è sempre una quest, una ricerca incessante della propria identità. E ciò che amo di più nella letteratura, come nella vita, non è il punto di arrivo ma il viaggio. È per questo che la letteratura per ragazzi andrebbe molto più rivalutata nel nostro Paese, fosse anche solo per motivi economici (non a caso, è una fetta importantissima del mercato editoriale mondiale!).


Nei tuoi libri tornano sempre due grandi città: Milano e Londra. Nella vita, come nei romanzi, che significato hanno per te questi luoghi?
Milano è la mia città natale, mentre Londra (e in parte New York) la mia patria letteraria. La scelta di questi luoghi è derivata principalmente dall’insicurezza: nei miei primi romanzi ho preferito avventurarmi in luoghi a me ben noti. Infatti, per scrivere Cuorenero, il mio romanzo più complesso, ho scelto una città che conosco benissimo, Londra, dato che lì ho abitato per alcuni anni, girandola in lungo e in largo. Ma per i prossimi libri ho già in mente di “trasferirmi” in altre parti del mondo…


Dall’ultima fiera di Bologna sei uscita come un’autrice sempre più importante nel panorama letterario italiano, e i tuoi libri hanno riscosso davvero un grande successo…
Sono contenta di tutto questo entusiasmo! I libri non hanno senso se non vengono letti, perciò posso dire di aver raggiunto il mio obiettivo di scrittrice. Io sono piuttosto timida, e il successo mi permette di comunicare di più con le altre persone. E poi sono contenta perché, quando sei un autore più conosciuto, hai la possibilità di fare molti incontri con i ragazzi: ogni volta, al ritorno a casa, mi stupisco di quanto mi sia arricchita come persona.


Una curiosità: Minerva Mint viene ritrovata ancora in fasce nella stazione londinese di Victoria, accanto a una valigia piena di etichette… Ti sei ispirata a Oscar Wilde?
Sì, ho ripreso questo particolare da L’importanza di chiamarsi Ernesto. Come tutti gli autori, anch’io mi sento così: una gazza ladra! Adoro seminare qua e là dei riferimenti precisi ad autori o a romanzi che ho amato. Oltre a Wilde, in La Compagnia delle civette ho fatto un riferimento a una scena del romanzo di Thomas Hardy, Due occhi azzurri, in cui la protagonista si stracciava i vestiti e ne faceva una corda per salvare il suo innamorato, rimasto appeso a una scogliera. La stessa cosa accade a Minerva e Thomasina, che per salvare l’amico Ravi rimangono addirittura in mutande!


Nei tuoi libri c’è sempre un sottile confine tra fantasia e realtà, una sorta di realismo magico per bambini. Da cosa deriva questa tua scelta letteraria?
Semplice: fin da quando ero piccola, ho sempre pensato che nel mondo ci fosse qualcosa di magico, di inspiegato. E sono sicura che ciascuno di noi, grande o piccolo che sia, conservi nel profondo questo intimo desiderio di credere all’impossibile, al destino, alle coincidenze… Lasciare sfumati i contorni della realtà in un libro è il modo più semplice per crederci un po’ di più. Non a caso, il motto di Minerva è che “tutto può accadere, basta crederci davvero”!
 

Le avventure di Minerva Mint hanno conquistato in fretta tantissimi lettori: qual è il segreto del suo successo?
Come vuole la tradizione classica, Minerva è un’orfana e parte, per così dire, svantaggiata, deve farcela da sola, anche se sotto l’occhio benevolo della signora Flopps e di quattordici civette guardiane. Il fatto che gli adulti siano ai margini e che i lettori possano identificarsi completamente con i ragazzini protagonisti è importante. E poi volevo che non ci fossero elementi magici, che fossero quel tipo di avventure all’aria aperta, a caccia di tesori, pirati e banditi, che giocando ci si può immaginare benissimo di vivere.


Quando è entrata nella tua vita?
Le sue avventure sulla carta sono cominciate nel 2012, ma in un certo senso, Minerva c’è sempre stata. È una delle eroine dai capelli rossi che ho creato per dare voce a diverse parti di me.


Cosa hai dato di te a Minerva e cosa ti sta dando lei?
Minerva è la bambina che avrei voluto essere a otto-nove anni e vive le avventure che sognavo a quell’epoca, quando leggevo i classici e i libri della Lindgren e guardavo la Banda dei cinque alla televisione e pensavo che tutto fosse possibile, che il confine tra realtà e immaginazione fosse così sottile da poterlo attraversare avanti e indietro a piacere durante le interminabili ore di gioco, quando non c’erano i video games e i bambini non erano sempre impegnati in attività extrascolastiche e c’erano ore di “noia” da riempite con la fantasia. Allora fondavo club segreti con i ragazzini del cortile a Milano e con quelli che incontravo al mare o in campagna durante l’estate, sperando di trovare un tesoro sepolto o smascherare una banda di malfattori. Minerva mi ha riportato là.


Ha un carattere veramente intraprendente e non si ferma davanti a nulla: da dove nasce il suo coraggio?
Ho pensato che da una parte la fiducia incrollabile di poter ritrovare i genitori non l’abbandoni mai e la spinga a essere intraprendente. Ma è l’incontro con Ravi e Thomasina a essere decisivo. Loro, così diversi da lei, le danno il sostegno che le mancava e che non sapeva neppure di avere bisogno. Con loro diventa davvero invincibile.


Che ruolo ha nella tua vita l'amicizia?
Gli amici per me, un po’ come per Minerva, sono quello spazio sicuro che consente di essere coraggiosi. Ma anche il modo migliore per crescere confrontandosi con realtà diverse.


È nata prima Minerva o le sue avventure?
Nei miei libri i personaggi sono l’elemento più importante, sono loro che “decidono” la storia. Solo dopo aver definito la loro personalità posso pensare alla trama.


In un momento in cui i bambini sono ipertecnologici Minerva non lo è... (per fortuna) perchè questa scelta?
Volevo rimanere fedele allo spirito delle avventure classiche, con ragazzini che se la cavano grazie a ingegno, furbizia e intraprendenza, come Tom Sawyer, Pippi e Jim Hawkins.


Cosa dobbiamo aspettarci da Minerva nel prossimo futuro?
Il numero sette della serie, Il tesoro dei predoni del mare, è l’ultimo libro delle avventure di Minerva. Mi sembrava giusto farle trovare finalmente i sospirati genitori, senza aspettare troppo. Le buone storie hanno sempre una fine, anche se, come piace a me, è una fine un po’ aperta per lasciare ai lettori la possibilità di immaginare Minerva impazzare per la Cornovaglia a caccia di altre avventure...


E da te?

Io, invece, sono sempre a caccia di nuove storie!


I libri di Elisa Puricelli Guerra

 

 

 
 
 
 
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