Intervista a Elizabeth Strout

La storia tra Elizabeth Strout e Mangialibri va avanti da anni, e pare non dare segni di stanchezza. Dopo averla intervistata a Torino inseguendola tra circoli ed alberghi, continuiamo il nostro dialogo a distanza di qualche anno in una cornice del tutto diversa: il Festival Taobuk di Taormina. Elegante e curata – è una signora del Maine – la sua magnetica femminilità scaturisce da un riserbo quasi maniacale. È una madre, e anche una fan della serie televisiva La signora in giallo.




Si può percepire con chiarezza un grande lavoro sulla lingua, anche nella versione italiana de I ragazzi Burgess. Hai avuto la possibilità di lavorare con la tua traduttrice, Silvia Castoldi?
Il rapporto instaurato con la mia nuova traduttrice è stato ottimo, soprattutto alla luce del fatto che non ho mai potuto entrare in contatto con chi tradusse il mio primo romanzo. Non è stato possibile purtroppo incontrare Silvia, ma abbiamo comunque potuto discorrere molto riguardo al processo di traduzione. Sono stata molto fortunata a imbattermi in le, abbiamo lavorato assieme in modo magnifico.

Questo nuovo romanzo consegna l’impressione di una minore intimità, sembra invece più arioso e corale. Condividi questa sensazione?
Non è meno intimo di altri miei libri, semplicemente analizza l’aspetto interiore dei personaggi da un punto di vista più incentrato sui problemi sociali e politici. Inoltre, diversamente dalle mie narrazioni precedenti, ricopre un territorio geograficamente più vasto. Forse questa è l’unica differenza, perché l’analisi profonda dell’animo umano è sempre presente nelle miei storie.

Credo ci sia stata una certa confusione nella critica italiana. I riferimenti che vengono fatti tul tuo stile letterario sono tra i più disparati e incongruenti. Io per esempio non posso fare a meno di pensare a Richard Ford, un nome che per l’appunto non viene mai fatto. Al di là dei tuoi maestri letterari, cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?
Il parallelo con Ford mi piace. È uno scrittore formidabile. Credo sia naturale ritrovare nella critica un numero così disparato di riferimenti. Sono molto interessata a questo tipo di confusione, poiché ogni scrittore ha la sua storia alle spalle e i suoi mentori letterari. Non è affatto semplice rintracciarli. Per quanto mi riguarda, i miei esordi come scrittrice li ho avuti in giovane età e all’epoca la mia critica prediletta era mia madre.

I miei genitori hanno oggi pressappoco la stessa età di Jim e Helen, due dei personaggi principali del romanzo. Odiano la provincia e Helen in particolare fatica a scendere a patti, a essere rinunciataria. Secondo te è un atteggiamento generazionale? Sono forse i figli di questa generazione che potrebbero ritrovarsi ancora di più in questa tua storia, proprio perché parla dei loro genitori?
Assolutamente sì. Il motivo è dovuto al fatto che ogni persona di questo mondo nasce in un determinato luogo e tempo della storia. Quella di Jim e Helen è la generazione dei baby boomers. Una generazione fortunata e felice, alla quale appartengo. Grazie ai mezzi che ci siamo ritrovati in mano, abbiamo potuto crescere i nostri figli e non solo, cambiare in maniera radicale la società americana. Forse è vero che i nostri figli possono apprezzare meglio il nocciolo de I ragazzi Burgess. A mia figlia, per esempio, che ha trent’anni, è piaciuto moltissimo.<

A mio giudizio i personaggi più riusciti sembrano quelli femminili, anche se caratterialmente sono succubi di quelli maschili. Helen dell’amore per Jim e del suo stile di vita. Pam del ricordo che ha costruito della famiglia Burgess. Susan della propria mediocrità e paure. Ti ritrovi in questa descrizione?
No, su questo giudizio non sono d’accordo. Hanno i loro difetti, ma non sono schiavi del carattere degli uomini. Sì, è vero, Helen è probabilmente il personaggio più convenzionale e bidimensionale, ma Pam non dovrebbe essere confusa con una donna avvinghiata alle tradizioni famigliari. Susan, beh, Susan è semplicemente Susan. Immagino che questa sensazione di sottomissione deriva dal chiaro fatto che i personaggi maschili, Bob e Jim, godono di un’analisi più profonda e dettagliata. Sembrano quindi risaltare su gli altri. Non a caso sono loro due i protagonisti del romanzo.

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