Intervista a Emanuele Tonon

Emanuele Tonon
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Emanuele è senz’altro uno dei giovani scrittori più interessanti di questi ultimi anni. Fortemente spirituale, nonostante lo spirito “eretico”. Ma è una spiritualità, la sua, estremamente critica e sofferta, infarcita di vita terrena e di tutte le “sporcature” che l’esistenza ordinaria degli uomini implica. Da tempo mancava una voce cosi intensa nel nostro mondo letterario e l’intensità sta proprio nel fatto che Tonon sembra non preoccuparsi delle mode e delle tendenze editoriali: ciò che sembra ricercare è una scrittura “totale”, quasi fisica. Ma lasciamo che sia lo stesso scrittore, con il suo modo aspro e lirico insieme, a spiegarci qualcosa di più sul suo rapporto con la scrittura e con il sacro.

La prima cosa che colpisce della tua scrittura è lo stile così poco “contemporaneo”, così poco interessato, apparentemente, a sedurre il lettore. Sembra quasi che il lettore tu lo voglia colpire allo stomaco e farlo rimanere senza fiato. Che ne pensi?
E’ quello che cerco io in una scrittura: essere colpito, ferito. Non mi interessano i libri che offrono facili consolazioni, semplificazioni estreme. In un libro cerco la potenza del linguaggio asservita a una storia. Un libro deve spalancarmi mondi nella mente, deve farmi piangere anche lacrime dure, per consolarmi o per non consolarmi affatto. Non miro certo alla “contemporaneità”. Se i grandi scrittori avessero puntato all’essere contemporanei, attuali, impegnati nel loro piccolissimo tempo, non leggeremmo, oggi, le loro opere maestose, radicali. La mia scrittura vuole riflettere quello che cerco, quello che esigo come lettore.  Prima di colpire allo stomaco il lettore, cerco di colpire me stesso. Nietszche scriveva “non posso far distinzione tra la musica e le lacrime”. Lo stesso vale per la letteratura, per me. Quanto alla scrittura, vorrei fosse come scriveva Bufalino, la forza della mia lingua: “A macchie di leopardo, sontuosa e bassa, così da adeguarsi alla natura dell’io relatore, cliente abituale dell’aula e del trivio”.

 
Anche i temi che affronti non sono così comuni nella letteratura italiana. Tu stesso ti sei lamentato che gli scrittori del nord est parlino troppo poco della fabbrica e degli operai. Perché accade questo, secondo te?
Quella non voleva essere una lamentela. Sono appena nato, come autore pubblicato, e mai mi permetterei di sindacare sull’operato dei singoli scrittori. Io non ho scritto cosa dovrebbero scrivere gli autori del nordest. Si tratta di una domanda che mi ponevo in gioventù, quando cominciavo a balbettare qualcosa di scritto. Mi chiedevo come mai nessuno affrontasse quell’universo spaventoso che è un capannone di fabbrica, come mai non fosse spendibile, nel fare letterario, quella realtà che intanto mi andava distruggendo la vita nella pretesa di darmela, attraverso lo stipendio. Nel mio libro l’universo della fabbrica non è fondante, lo utilizzo per veicolare altre tematiche. Per fare letteratura, spero. Mi serve, questa tematica,  per scrivere dell’assenza di un Dio inutilmente invocato, dello spreco della vita che dovrebbe essere meraviglia continua. E non c’è alcuna meraviglia nell’orrore di quarant’anni passati dieci ore al giorno in un capannone di fabbrica. Scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati: “…o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale”. Non mi interessa il taglio giornalistico, da pura denuncia. Non è nelle mie corde. Posso dire che nel panorama letterario italiano ormai si tende a scopiazzare il modello anglo americano, decisamente più vendibile. Scrivere di una insignificante provincia italiana non ha oggi il fascino di scrivere di una provincia americana. Quindi si opta per una decontestualizzazione, si maschera il paesaggio, quello che può stare epicamente come personaggio di un’opera. E’ tutto un “non dire, mostra!”. Ecco, la letteratura dovrebbe prima di tutto “dire”. E anche “mostrare”, certo. Ma il “mostrare” è primariamente compito della sceneggiatura, del cinema.  La lingua, poi, l’impasto, la fragranza, la musica della lingua, non contano più nulla in termini di visibilità, di vendita. Ma ci sono grandi scrittori in Italia. E parlo di uomini viventi, non di lapidi. Basterebbe smetterla di guerreggiare, combattere la forza spaventosa dell’invidia, smetterla di votarsi ai cadaveri, di mitizzare i morti.

 
Nonostante la dicitura di “romanzo eretico” Il nemico trasuda religiosità ad ogni pagina, anche se si tratta di una religiosità critica e disperata. Mi chiedevo se ci fossero state reazioni da parte del mondo cattolico alla lettura del tuo libro...
L’unica reazione finora è stata un divertente appunto di Camillo Langone, su Il Foglio. Langone si lamentava che nella nota biografica del mio libro non fosse stato scritto in quale esatta zona del Collio orientale vivo. Forse voleva indicazioni precise per venirmi a trovare. Poi si è augurato che Satanasso in persona possa venire a tirarmi i piedi, a trascinarmi con sé nella sua eternità bollente, me e la Isbn tutta. Per il resto, puro silenzio. E’ buffo, ma è così. Certo, il mio libro non potrà essere citato nel corso di una ammorbante omelia domenicale, ma affronta in radice la fede cristiano-cattolica. Che è la mia fede. Ma il mondo cattolico è abituato a santificare le persone dopo secoli.  Se il mondo non finirà prima, forse tra una cinquantina d’anni qualche gesuita de La Civiltà Cattolica mi degnerà di un primo scritto critico. Nel frattempo spero di poter consigliare a Langone qualche buon vino, di invitarlo nel mio Collio orientale, che all’inferno difficilmente Satanasso ci permetterà di sbronzarci. Perché se all’inferno ci andrò io, sicuramente Langone mi precederà.

 
La letteratura può essere una alternativa possibile al silenzio di Dio?
Cerco. Per quanto ne sappiamo, in ambito giudaico-cristiano,  Dio ha parlato all’uomo attraverso la Scrittura che è letteratura.  In ambito accademico, negli studi biblici, si parla proprio di “generi letterari”, nell’analisi del testo biblico. Lo scorso dicembre Giulio Mozzi ha presentato il mio libro alla Fiera della piccola e media editoria a Roma. Ecco, Mozzi ha centrato proprio il punto del mio tentativo letterario. Quello di aggiungere un libro alla Sacra Scrittura, alla Bibbia. Sono quasi due i millenni di silenzio scritturistico. La Parola di Dio sembra conclusa col Marana thà dell’Apocalisse. Non sarà più possibile, visto il conseguimento di una tecnocrazia spacciata per somma libertà, l’acquisizione di un nuovo libro sacro. Ecco, “Il nemico”  ha la pretesa di essere un nuovo Qoelet, un Giobbe finalmente incazzato,la pretesa ridicola e tremenda di dire nuovamente un libro sacro, di scriverlo. La parola di Dio è letteratura.
 
 
Tu ti definisci teologo-operaio, puoi darci qualche altro ragguaglio biografico su di te?
Sono stato cagato al mondo nell’anno 1970, da una ragazza madre che sgravava presso un istituto per ragazze madri, appunto,  gestito da suore. Mia madre faceva la serva presso una famiglia di nobili napoletani. Chi l’abbia ingravidata non lo so, non me l’ha mai voluto dire. Un tempo ho seriamente pensato fosse opera divina. Mia madre è calabrese, a Napoli si guadagnava il pane pulendo merda. Ovviamente, essere figlio del Signore, era inaccettabile ai tempi, anche per i miei nonni. Quindi, mia madre fu costretta a rifugiarsi nell’istituto gestito dalle suore, per farmi uscire dalla sua fica. E lo volle con una determinazione assoluta. Resterò sempre il suo bambino, quello che solo lei voleva. Fu costretta a sposarsi per procura, che era prassi in quegli istituti. Lei si sposò tramite un annuncio su Famiglia Cristiana. Il mio padre adottivo era friulano. A lui è dedicato il mio libro. Quindi, sono cresciuto in Friuli. Mia madre mi leggeva poesie, da piccolo. A dieci anni mi regalò un libro: 106 poesie di Ungaretti. A 15 anni i miei si separarono. Studiavo come riparatore di computer che, allora, erano enormi. Fui costretto ad andare in fabbrica, a causa della separazione, ad abbandonare la scuola.  Cercavo Dio, volevo diventare un mago, crescevo in un quartiere popolare, ascoltavo Vasco Rossi. Morì un mio amico, per overdose, sotto casa mia. Il suo cadavere mi portò a cercare la luce. La trovai, in Assisi. Entrai in convento. Sono stato un frate francescano per sette anni, anni vissuti tra l’Umbria, le  Marche e l’Abruzzo. Poi ritrovai, grazie a Dio, il buio, riconobbi il male. Uscii dal convento. Ho lavorato in una biblioteca, poi ho fatto il portiere di notte, il corriere espresso e lungamente l’operaio in una fabbrica di nastri bi-adesivi e in una di mobili per l’infanzia. Poi ho lavorato come programmatore web. In tutto questo tempo mi è presa la febbre di scrivere. E la scrittura è una vocazione radicale, totalizzante. E la vocazione non ha mai un esito certo. E’ sempre mysterium tremendum et fascinans.

I libri di Emanuele Tonon

 

 

 

 
 
 
 
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