Intervista a Emiliano Billai

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Il poliedrico Emiliano Billai si muove nel panorama letterario a 360 gradi: dalle illustrazioni ai romanzi, dal suo impegno editoriale alle sperimentazioni letterarie. I suoi lavori sono diretti, senza veli. Mostrano la propensione al genere fantasy, quello surreale, un po’ da incubo, a tratti gotici. Che si parli di illustrazioni o romanzi, Emiliano Billai non risparmia nulla al suo pubblico, ma lo trascina in una spirale di azione ed emozione, orrore e delirio, lasciando solo ai più temerari il compito di seguirlo nelle sue terre leggendarie. È un artista che spiazza e colpisce allo stesso tempo e abbiamo pensato quindi di presentarlo in una breve intervista.




Partiamo dall’inizio. Si parla di te come illustratore, scrittore, cantastorie, editore, “scienziato” letterario… Quale Emiliano ti rappresenta di più?
“Scciiienziato letterario”... Oddio, il fantasma di Calvino sta affilando l'acciaio ma delle due metà in cui mi ridurrà lascerà solo quella più sgradevole. Il mezzo Visconte Stronzo. Quello buono lo darà in pasto ai maiali e buonanotte al secchio e al lieto fine! Sulla mia mezza lapide farò incidere il mezzo epitaffio “Ma Mille Grazie, Francesca!”. “Scrittore”. Nella mia visione (quella di un cialtrone), lo “Scrittore” è colui che sa. Evoluzioni storico-politiche, singhiozzi industriali e culturali che han mandato per aria l'espressione, la lingua, costringendola a una postura diversa. Sa. Non solo il piacere del suono di una parola, ma il significato di quel suono. Setaccia radici e desinenze con sapienza, non solo con gusto. Con gusto e consapevolezza. Per riempire un pozzo con tanta erudizione ci vuole taaanto tempo. Ci vuole taaanto studio. E quel treno io l'ho perso. Per l'infantile convinzione che di tempo ce ne sarebbe sempre stato, per interessi più forti e tanto più effimeri, io ho perso quel treno e materialmente non ho più il tempo né (onestamente) le capacità di tappare quella falla. Non sono uno scrittore perché so appena un decimo di quello che uno scrittore dovrebbe conoscere. E se probabilmente non riuscirò a scampare all'ira del fantasma di Calvino,  eviterei le manate di carne di un Eco o un Augias...eheheh! Accetto più volentieri il marchietto di “cantastorie”. In tanti si offendono interpretando questa categoria come un infeltrimento dell'osannato, aspirato, scrittore. Ma non è così. Sono due cose diverse, semplicemente. Raccontare è un gioco stupendo, leggere è un gioco stupendo...andiamo! Le storie sono un gioco stupendo e aldilà dell'importanza di chi le partorisce (per me poca), ringrazierò all'infinito i cantastorie e pensare che qualcuno possa divertirsi a giocare quella che ho giocato io mi basta! Ma non sono il primo, non posso essere il secondo, il marchietto mi lascia a mio agio, ma alla fine il lavoro che faccio è quello dell'illustratore. Sono un illustratore. Si. Sono quello lì. Eeeeh losoloso! Dovrei cercarmi un lavoro vero! Losoloso!


Quali sono gli autori o i generi che hanno costruito la tua identità letteraria? Quali libri non potrebbero mai mancare nella tua libreria?
Ooohoh, questa è una delle domande più ricorrenti. Calvino? (Senti qui, Fantasmino, ti sto nominando, mi perdoni?). Salgari, Melville, Shelley, Carroll, Tolkien... Oddio, Brooks (per quanto io ritenga che ci sia un limite nel tirare per le orecchie una saga oltre il quale “scassi le balle”), Martin (Che soffra della sindrome del Brooks?), e millemila altri. La maggior parte delle mie letture mi vengono suggerite. Mi affido ai lettori più potenti di me e mi portano sempre ottimi pasti. Mi piacerebbero non mancassero tutte le storie che mi sono piaciute. Pullman, Gaiman... Moers, Peake (uno degli ultimi suggerimenti di cui godo queste notti). Non ci riesco, sono goloso. Come fate a scegliere quali sacrificare e quali volere a tutti i costi in libreria? Non ci riesco! Hohoho! Tutto quello che ho letto ha dato la forma a quello che racconto. Quello che leggerò la cambierà ancora. O forse, per dirla sinceramente, ho copiato da tutto ciò che ho letto e copierò spudoratamente da tutto ciò che leggerò! Ecco! A quelli che se la menano con “l'originalità” ricordo che è una chimera, tra le più ridicole leggende a cui il settore da la caccia! Si tratta nient'altro che ammetter, copiare le cose che ci vestono meglio, mescolare con più calma possibile e veder che colore prende la forma. Ma sarà sempre figlia di chi prima di noi ci ha mostrato i millemila ingredienti! Poi taaaaante storie. Dal fumetto al serial televisivo, dal “libro” al cinema... tutto, tutto arricchisce, non solo libri. E vorrei tutto poggiato in bella vista nella mia libreria. Aaah, la gola! Che bel vizio!


Parliamo dell’ultima fatica letteraria. La trilogia Pane rappresenta un esperimento complesso per lo stile utilizzato, la narrazione multiselettiva. Ovvero non vengono descritti i personaggi ed è compito del lettore capire chi sta parlando, capitolo per capitolo. Da cosa deriva questa scelta e cosa vuoi comunicare al tuo pubblico?
Ahi! Penso che le meccaniche reali che hanno dato vita alla leggenda ti deluderanno: gioco e un fottutissimo egoismo. Ecco perché consiglio a tutti di prendermi per il verso più modesto. No, all'inizio non c'era alcuna “scelta letteraria”. Inventarla e cucirmela addosso sarebbe disonesto. Sono un illustratore, quando illustro VOGLIO che il messaggio arrivi il più in fretta possibile. Il gioco di illustrare, io, lo gioco con gli altri, ho bisogno degli altri per dargli un senso, non posso fare a meno di giocare con gli altri per rendere questo un lavoro stupendo. Ma il “raccontare”... è il cartellino sulla maniglia della porta “Non bussare. Fosse pure che hai il diavolo alle calcagna, non disturbarmi!”. Ma non è, non fraintendere, quella teatrale atmosfera di quiete e silenzio che piace tanto allo “scrittore” (anche se oggi ne vedo sempre di più in vetrina sui tavolini dei caffè letterari per dar bella mostra del loro mestiere!). È proprio che non racconto per gli altri. È sempre molto complicato spiegarlo. C'è chi si accende la tv, chi gioca alla playstation, io gioco una storia. E la gioco, quando e perché non ho voglia di avere a che fare con il mondo intorno. Per me. Per tenermi lontano da interazioni, discussioni, inutili contrapposizioni. A tratti il mio livello di sopportazione dell'umana specie (che adoro! La amo e per quello mi fa incazzare!) schizza pericolosamente in basso e devo cercare un riparo dalle scelte sbagliate. Una storia. Quel angolino schizofrenico in cui nessuno può entrare. Io vivo da solo il mio gioco. Mi sono accorto di utilizzare un mezzo poco ortodosso perché me lo hanno fatto notare. Ma era troppo tardi per cambiare rotta: quella era la forma in cui ho imparato a giocare quel gioco. Non c'era alcun motivo per me che mi obbligasse a preoccuparmi dell'indolenza degli altri. Io avevo il bisogno di vestire i panni di quei personaggi, volevo assolutamente giocare tutti i giochi possibili. Volevo “essere” cattivo, incompreso, egoista, vittima, stupido, genio, paziente tutto. Usare una terza persona sarebbe stato comodo e vigliacco. “È il mio gioco, perché, per quale motivo devo mettermi problemi a vestire la parte del peggiore? È il mio gioco, no? Voglio combinarne di innominabili e voglio essere io a farlo!”. Ma durante la stesura io sono un egoista, non mi frega di comunicare qualcosa. Lo faccio per me e a me deve andare bene, deve divertirmi. Questo non fa di me uno scrittore, questo probabilmente mi riempie di colpe a riguardo. Ma più che ammetterlo non so che altro fare, è l'unico modo che conosco. Perché non abbiamo cambiato rotta, come tutti si aspettavano che accadesse? Perché leggere è un gioco. Finito il mio, diventa degli altri. E per giocarlo le regole sono quelle. Se vuoi giocarlo devi impararle, non puoi sempre pretendere di avere la pappa pronta e masticata. Giocalo. Sforzati. Impegnati. Anche questo è “giocare una storia”: Diventare tutti gli eroi che ti passano di fronte, essere loro, non sentir raccontare di loro! E allora sono andati via volti, paesaggi, descrizioni. Sono arrivati colori, suoni e profumi. Sia tutto come lo gioca il lettore. Io non sono nessuno per imporre un “mio” gioco agli altri. Ti dico quali sono le regole. Se ti va (e non c'è obbligo né dovuto complimento!) fai tuo quel mondo. Il mio rimane mio, non te lo do! Hihihi... Costruendo il gioco il tentativo (e chissà se ci siamo riusciti, non spetta a noi dirlo!) è diventato man mano dimostrare che leggere non è una cosa “figa”, “elevata”, ma un divertentissimo gioco. Delle volte complicato (ma in questo caso la colpa magari è di chi ha esagerato nel tentativo: io.)


I romanzi della trilogia Pane sono incentrati su protagonisti sospesi tra incubo e fantasia, i PanHuy. Ma anche la stessa Foresta viene rappresentata come un essere senziente e vivo, capace di portare in vista i suoi demoniaci figli per il bene degli uomini. Da dove hai tratto la tua ispirazione?
Non sono sicuro che abbia richiamato figli di legno solo ed esclusivamente per il bene. Forse un poco di peso lo ha avuto il dispetto dell'esser stata tradita. Non sono mai riuscito a chiarire bene bene questo aspetto con mamma foresta. Saggia o Orgogliosa e irascibile?
Il colore è quello del fantasy. Ma ho imparato a odiare il genere per quella ostinata abitudine di utilizzare linee di demarcazione nette tra bene e male. Che bugia! Odio l'elfo buono, Odio il cattivo perfetto. Eppure volevo quel colore. E... il “verde” al buio, rende che una maraviglia! Ehehe! Avevo voglia di un mondo in cui la linea di demarcazione, il confine tra “paradiso” e “inferno” sbiadisse. Volevo un mondo cattivo. A tratti “giusto” , ma cazzo, cattivo, spietato. Fanculo incantesimi e vie di fuga in scintille di pure minchiate. Chi deve muoia, non volevo quell'incantesimo, che andasse tutto come doveva andare. Non esiste un mondo in cui si possono salvare capra e cavolo, io odio quella patetica telenovela, bugiarda, bigotta. Il cambiamento fa male, cancella pezzi dalla pelle del mondo. Fa piangere. E ti rinfresca solo alla fine, quando ti stendi al sole pieno di cicatrici, se ci arrivi. Ma fuori da quel maleficio ti dicono che sei un bruto, sei un violento, sei una brutta persona. Allora stanco sono fuggito dentro un mondo schizofrenico. Lì ho cercato di vivere una porzione di follia, forse, ma sincera. Giocare non è un'ispirazione è provare ad andare avanti onestamente finché Storia, non decide che non hai più scampo e abbandonarti alle conseguenze. Scrittore? Naaaa, ora ammetterai che sono un barbone cantastorie! Arrenditi!


I PanHuy sono uomini di legno e di sangue, esseri violenti che vivono per la vendetta e per rimediare agli errori degli uomini. La loro filosofia è sangue per sangue, morte per morte. Ma sono anche amicizia e, a modo loro, amore. Rappresentano quindi l’impossibilità di dare etichette precise al bene o al male. Quanto c’è di realtà in questa storia?
Ops, ho già risposto! Quanto chiacchiero! Abbattimi! Però mi viene il dubbio: la domanda è “quanto c'è di realtà?” o “quanto c'è di autobiografico?”. Siccome alla prima versione mi pare di aver risposto, ti dico che l'illustratore, il cantastorie o lo scrittore (che se no alcuni si offendono), che affermi “niente”, ti sta rifilando una patetica bugia! C'è tanto, ma non nel senso che questo o quel personaggio esistono davvero. Perché, no non sono sovrapponibili a persone realmente esistenti, sono piuttosto il risultato di esperienze e rapporti personali, sfaccettature di interazioni realmente avvenute montate e combinate per dar vita a una storia intera. Chi racconta, non credere alle bugie dell'elevato, racconta volente o nolente ciò che conosce, ciò che ha vissuto. Che lo voglia o no. Di vero, c'è un cane. Lei si, lei è il cane e ha passeggiato e corso sulla pelle di questo mondo. Era carne e era denti. Oh, lei si è proprio lei, la regina, Romina Prima. Non le avrei mai permesso di morire per sempre. Le dovevo un posto in cui correre per sempre.“Quanto c'è di realtà?”. Ripeto: spogliato da esasperazioni narrative, è vero. Non esiste il perfettamente buono. Non esiste. L'idea che il bene si ottiene a suon di grattini sotto il mento di un pittbull incazzato e folle è una patetica idiozia. Cambiare è molto doloroso. Il mondo non cambia, questo Paese non cambia, perché non vuole rassegnarsi al male che farà cambiare.


Chi è stato il primo a leggere il libro? E quali sono state le sue impressioni?
A leggerla per intero? Un amico, un fratello inaspettato, conosciuto giocando. Mirko. Lui mi mandò un bacio come impressione di fine lettura. Io ho fatto finta di avere una pagliuzza nell'occhio.


Non è facile mettersi in gioco e decidere di scrivere un romanzo, forse anche per la paura di non riuscire ad esprimere il proprio pensiero. Hai avuto dei dubbi quando hai deciso di scrivere la tua trilogia, puro esperimento letterario, innovativo ma anche dal futuro incerto?
No. Non puoi avere dubbi quando di ciò che sarà del tuo gioco non ti preoccupi minimamente. L'ho sempre giocato solo per mio gusto e finché non è finito sul tavolo dei graduati LPV, mai ho destinato un minimo pensiero al pensiero degli altri. Sarebbe potuto finire nel cassetto, come potrebbe naturalmente risultare illeggibile e fastidioso a un lettore. Chiederò scusa se devo. Ma Pane ha svolto il suo compito, mi ha tenuto in piedi non posso pretendere altro dalla leggenda, dai demoni. Da quando è finito sul catalogo lpv... dubbi? Andiamo, mi cago addosso ogni volta che scopro che qualcuno lo prende in mano. Sempre sullo starter, pronto a chiedere perdono.


A chi sono diretti i tuoi libri e le tue illustrazioni? Chi è il lettore ideale?
Il lettore ideale? Uff... non esiste. Ci sono lettori saltuari e lettori affamati sempre. Io preferisco quelli che leggono poco e niente. Io preferisco chi ignora il gioco di un illustrazione. I settori “confermati” i salottini di sapienti, esperti, navigati...uff, mi prendono a noia. Io preferisco contagiare un minimo di voglia di gioco a chi è ignorato da quei salottini. Sentire dire  “mi sono divertito”, da una persona che mai prima aveva giocato una storia, sfogliato un'illustrazione è mille volte più commovente del sentirsi confermare le solite cantilene in “r” sdrucciolate comodamente in poltrona o dietro un tavolino. Questo lavoro è un gioco, un bellissimo gioco, mi piace di più portarlo dove non lo giocano per vergogna (e ti assicuro che succede) per la stupida convinzione che non si è all'altezza. Mi piace la gente, mi piacciono le persone, se rinunciassi a giocare con loro, seduto sulla stessa polvere, ciò che faccio sarebbe una noiosa, patetica, pratica dell'immagine. E io detesto.


Da qualche tempo Emiliano Billai è anche Lord PanHuy, co-Capitano del vascello La PiccolaVolante, casa editrice, laboratorio di scrittura creativa e promotore di contest letterari aperti a tutti i giovani emergenti. Quando è nata la vostra ciurma e quali sono i vostri progetti?
Da qualche anno sono al fianco della Capitana Borderline (Michela Meloni), comandante in prima a bordo de LaPiccolavolante, metà del mio respiro, e le passo il testimone, per questa. Non saprei portarlo meglio di lei, proprio no! 
LaPiccolaVolante è un gioco. Nasce su un gioco per gioco. Era il 2009 quando iniziai a giocare su Travian, un browser game di guerra. Il gioco consentiva di inviare dei messaggi circolari agli alleati. Io inventai il METEOSPAM, delle previsioni del meteo improbabili che finivano sempre con solenni idiozie, personaggi strampalati, criceti stagisti e castagni innestati su talpe sessualmente disturbate. Il Meteospam in poco tempo è diventata una piccola istituzione. Molti altri giocatori cominciarono a scrivere storie divertenti e allora io e Michela (Capitana Borderline della ciurma LPV) abbiamo detto: sai che c'è? Perchè non proviamo ad aprire un blog in cui inventare giochi di scrittura a tema? E così abbiamo fatto: www.lapiccolavolante.com, il primo gioco è stato una battaglia navale testuale, in cui i giocatori dovevano creare la ciurma e navigare secondo le leggi del master, cioè noi ehhehe! Lì abbiamo conosciuto le persone che ancora navigano con noi, il tenente Loki dei 12 Lama, il tenente Cellardor, il sottotenente Polvere di Ghiaccio (che è poi la “mamma del libro La Cacciatrice D'Orsi, altro dark fantasy nel nostro catalogo), Blacky e il suo gatto pazzo Charly, bombarolo per vocazione. Insomma siam diventati una piccola ciurma. E allora abbian detto: sai che c'è? Alcuni dei soggetti di questi racconti brevi sono così belli e originali che potremmo farci dei libri. E così abbiamo fatto. Così nascono tutti i libri sul nostro catalogo (www.lapiccolavolante.net)... E così continuiamo a fare, a piccoli passi. Abbiamo un po' di storie in produzione: I signori delle balene, Ghislaine, W. (titolo provvisorio), il Gergo delle noci, Quella vita in cui il diavolo incontrò madame Curie... Tutti i personaggi hanno due vite, nascono nel laboratorio e poi insieme ai loro autori lavoriamo per renderli reali. A piccoli passi. Immersi nel mondo che solo si tocca.


Tanti ragazzi iniziano da giovani a scrivere, e spesso sono racconti fantasy. Quali sono i problemi che potrebbero dover affrontare quali consigli ti senti di dare loro?
Il problema è pensare di farlo per diventare Scrittori. Eheheh! Si racconta per l'amore di raccontare, per l'amore di vivere una storia e alla malora se il mondo ti riconoscerà il merito d'essere uno scrittore. Raccontate per il gioco di una storia. Si cade, cadrete, vi rimprovereranno e vi bocceranno, come tutti abbiamo preso calci durante la strada. Ma imparerete ad amare ogni bocciatura che subirete! Per scrivere fantasy? Non partire dalla convinzione di voler scrivere un fantasy. Leggi taaanto fantasy. Poi leggi tutto il resto. Una storia prende la rotta che deve, da sola. Incatenarla a un genere, renderla per forza “un genere”...bè io non ce la faccio. Quello per cui sei portato viene fuori da solo, poi, no? Il consiglio che darei vale per tutti i generi: leggi e ruba da tutti coloro che hanno raccontato maravigliosamente prima di te.

I libri di Emiliano Billai

 

 

 
 
 
 
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