Intervista a Enrica Bonaccorti

Enrica Bonaccorti
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Enrica Bonaccorti - ex signora della tv italiana, ora conduttrice radiofonica di strepitoso successo e da qualche tempo anche scrittrice - ci tiene a dire che scrive da sempre, del resto leggendo i suoi romanzi ce ne eravamo accorti. Una donna raffinata, curiosa del mondo, che ama parlare con la gente: quando le chiedo di raccontarci qualcosa sul suo ultimo libro lo fa con autentico piacere. Così all’ombra dei pini della Versiliana iniziamo a parlare di letteratura, rischiando pure di far iniziare tardi l’incontro al Caffè di Romano Battaglia al quale dobbiamo presenziare… ma quando due donne iniziano a parlare, si sa, il tempo è solo un particolare senza nessuna importanza.

Sogni e destino nei tuoi libri hanno un ruolo essenziale ma al tempo stesso una collocazione marginale: per paura o per rispetto?
Per rispetto. Sono una persona che rispetta tutte le emozioni, anche quelle più meschine, più brutali, più brutte, perché mi fanno comprendere il carattere della persona. Un po’ come la febbre, che ti fa capire che stai male e quindi devi prendere provvedimenti: e tutta l’altra gamma, quella meno luccicante più opaca - senza arrivare a quel nero di cui accennavo - va rispettata e tenuta in considerazione come una cosa preziosa, non dobbiamo perderci le emozioni. Si parla molto di emozioni, nel mio libro L'uomo immobile c’è una domanda importante: "Ma noi che diamo tanto valore alle emozioni in questo mondo contemporaneo in cui basta che una vada in televisione e si emozioni e tutti dicono com’è brava, com’è simpatica, poi quando uno queste emozioni non riesce a comunicarle perché la sua strada la sua via di comunicazione è differente da quella di ricezione - può capitare vuoi con gli animali vuoi con certe malattie - allora quelle emozioni lì non hanno più valore?".


Nelle storie che racconti sono i tuoi personaggi che compiono delle scelte o è la vita stessa che compie delle scelte su di loro?
Ti rispondo con un’unica battuta che non è mia - credo arrivi da Aristotele ma io l'ho raccolta da Hillman - valida per l’eternità, una definizione di cinque parole che però ti toglie tutti gli alibi del tuo pensiero ed è: "Il nostro destino è il nostro carattere". Quando tu hai assorbito e metabolizzato questa frase da una parte è bene, dall’altra parte sei nudo perché allora anche tutti gli errori che hai fatto nella vita, dei quali hai sempre dato la colpa agli altri o alla società, in realtà li hai fatti solo tu. Sei tu che reagisci a quello che inevitabilmente accade in un modo che tu stesso forgi.


Come nasce L’uomo immobile?
Il titolo del libro non è una metafora, perché il protagonista è veramente immobile in un letto. Mi viene da un racconto che mi fece mio zio dieci anni fa, mio zio è direttore scientifico di un istituto sul coma, è neurologo, mi fece un racconto che scrissi subito, perché tengo a  precisare che io scrivo tutte le notti, buttai giù tre paginette. Poi quando la Marsilio mi chiese dopo La pecora rossa di scrivere un secondo libro non ho fatto altro che sviluppare questo racconto. All’inizio pensavo che sarebbe stato un racconto con una forte parte di immaginazione da parte mia, ho scoperto poi in corso d’opera che le cose che avevo immaginato esistevano scientificamente, allora ho virato, ho approfondito, ho studiato, mi sono fatta seguire e tutto quello che c’è di scientifico nel libro è stato vagliato, non c’è una stupidaggine. Malgrado la serietà scientifica nello stesso tempo è uno ‘storione’ d’amore lui-lei-l’altra, solo che lui è immobile. La cosa bella è che è una storia vera, mio zio mi raccontò che gli avevano portato un tipo ‘sfranto’ in macchina, come succede spesso, poi in coma, poi si sveglia, anzi resta in stato vegetativo e mio zio si era già accorto che quando il paziente sentiva i tacchi della moglie nel corridoio si irrigidiva, non era così felice… dopo un paio di settimane un gruppetto di colleghi di questo qui lo va a trovare in ospedale; mio zio nota che quando la più giovane e carina del gruppo si avvicina, altro che irrigidirsi: gli spariscono tutti gli spasmi, si distende e arriva quasi a sorridere. Mio zio fa le sue considerazioni, finisce la visita e alla fine questa ragazza va da lui, lo prende in disparte e chiede di poter fare visite più frequenti al ‘dottor vattelapesca’ perché non sono solo colleghi. E mio zio a quel punto dice quella frase che ho riportato anche nel libro: "Beh, io avevo già mangiato la foglia e anche l’albero". Ma la ragazza lo spiazza dicendogli che non solo erano amanti, ma anche genitori del figlio che lei stava aspettando. Questa è la storia vera, poi chiaramente nel mio libro ho dato ai personaggi altre vite, mi auguro che la moglie di quel paziente non fosse terribile come quella che ho descritto nel romanzo, però la storia di base è questa. Ci tengo a dire che chi ha letto questo libro - anche alcune mie amiche che avevano avuto delle riserve sull’argomento e che lo hanno letto solo perché ero io - mi hanno confermato che non si sono incupite un momento, che hanno anche riso, perché il libro è anche spiritoso perché noi seguiamo i percorsi del pensiero del protagonista.

I libri di Enrica Bonaccorti

 

 

 
 
 
 
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