Intervista a Enrico Terrinoni

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Enrico Terrinoni, classe 1976, professore ordinario di Letteratura Inglese all’Università per stranieri di Perugia, è tra i più apprezzati traduttori italiani – è sua una recente traduzione dell’Ulisse di James Joyce, con cui si è aggiudicato il Premio Napoli per la Lingua e la Cultura Italiana 2012 – e vincitore del Premio Gregor Von Rezzori 2019 per la traduzione, con la sua Antologia di Spoon River di Lee Masters. Lo raggiungo telefonicamente, mi risponde con simpatia e diponibilità, nella sua accurata riservatezza.




Hai dichiarato che tradurre significa mutare un testo da una lingua ad un’altra e che la morte è la mutazione della vita. Mi spieghi questo parallelo in riferimento al tuo Spoon River?
Innanzitutto è necessario fare una considerazione di fondo: Antologia di Spoon River è un testo cult importante in Italia, in America e in altre parti del mondo no, è come se fosse un testo morto. Ed è proprio con la traduzione che un testo morto torna a vivere. Senza di essa non esiterebbe il sapere. Come diceva Giordano Bruno, la traduzione è il nascere del sapere, senza di essa tante matrici di conoscenza resterebbero sconosciute. Poi ci sono delle opere, come appunto Antologia di Spoon River che hanno un potenziale che non muore mai e la cui capacità di essere sempre vive risiede nel loro DNA. Del resto questa è un’opera che fa rivivere i morti, non può non essere sempre viva. Lee Masters dà voce ai defunti, attraverso una poesia che non vende in America quanto vende in Italia: è chiaro che la traduzione l’ha riportata in vita.

Quali e quante difficoltà hai incontrato in questo ultimo lavoro?
Direi che dal punto di vista strettamente linguistico non ho incontrato alcuna difficoltà. Lo scoglio più grande da superare è stato quello culturale. La mia traduzione, si discosta in maniera sostanziale rispetto alle precedenti. Il primo lavoro che ho dovuto fare, è stato quello di correggere gli errori commessi precedentemente, errori naturali, dovuti al linguaggio dell’epoca, che ovviamente ora non è più lo stesso. Non dimentichiamo che la lingua cambia a seconda di come la utilizziamo. Io ho tradotto l’opera cercando di restituire la lingua di ballata popolare – il poeta si abbandona al verso libero per far parlare i morti – una ballata intesa in senso musicale, che mi ricorda lo stile e la musica di Bruce Springsteen. Io credo sia importante, quando si traduce un classico, parlare con la lingua di oggi. Se vogliamo far rivivere un testo e fare in modo che possa essere apprezzato e letto anche tra i più giovani, dobbiamo dargli un linguaggio che sia scorrevole e comprensibile, non abbandonando mai il buon senso, quindi restando fedeli al testo. Non possiamo più parlare con il linguaggio utilizzato dall’autore del libro e se per assurdo lo facessimo, resterebbe un’opera fine a se stessa, non la leggerebbe nessuno. Lo scopo della traduzione è proprio quello di diffondere riportando in vita gli scritti.

Se dovessi fare un confronto tra quest’ultimo lavoro e la tua traduzione dell’Ulisse di Joyce, cosa diresti?
Al netto delle differenze stilistiche che sono naturalmente enormi, direi che entrambe le opere tentano di sciogliere i nodi delle grandi questioni legate alla nascita e alla morte, andando a pescare nella memoria collettiva e nel raziocinio dell’individuo. Ulisse e Antologia di Spoon River possono essere definiti due classici del pensiero, che in ogni traduzione hanno trovato una propria evoluzione. Non dimentichiamo che un classico si evolve e che per ogni traduzione che conosce trova una nuova vita, sempre che da parte del traduttore venga usato il buon senso. I testi classici si rinnovano continuamente.

Tradurre un classico richiede sicuramente molta preparazione e pazienza: quanto è importante la conoscenza approfondita dell’autore dell’opera che si deve tradurre?
Direi che è fondamentale. Esistono due linee editoriali ben precise: se si cerca o si ha la fortuna di avere a che fare con un traduttore esperto, riguardo anche la conoscenza degli autori, allora la casa editrice ha fatto un’ottima scelta. A volte, però, si sceglie o si ha a che fare con traduttori che essendo solo tali non possiedono la vena dello scrittore. Questo penalizza inevitabilmente la traduzione dell’opera: chi traduce senza essere anche scrittore di fronte, per esempio, ad una ambiguità del testo, tende a dare la propria spiegazione e quindi a fare la scelta al posto del lettore, cosa profondamente sbagliata. Se l’autore ha voluto lasciare un significato multiplo, vuol dire che ha voluto dare al lettore la possibilità di scegliere: il traduttore non può cambiare le cose, deve tradurre in maniera tale da lasciare quell’ambiguità e non fare la scelta al posto di chi legge. È chiaro che il lettore non desidera trovare ambiguità, è normale che la grande letteratura non preveda ambiguità, ma qualche volta può capitare e allora è necessario utilizzare il buon senso.

Preferisci essere chiamato “tradautore”… Perché?
È stata una mia battuta di un po’ di tempo fa, che comunque contiene una profonda verità. Lo spiego molto bene nel mio ultimo libro pubblicato con Il Saggiatore, Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura. Quando si legge un testo tradotto, è importante ricordare che l’autore è quello che riscrive il testo. Qui torna il discorso del traduttore come traghettatore: egli, infatti, traghetta il testo da un’altra dimensione, lo riporta con le sue parole, gli ridà vita riscrivendolo e poi il lettore lo mette in circolo. Pertanto il traduttore è anche autore, non c’è niente da fare.

Qualcuno sostiene che non sempre sia possibile tradurre. Sei d’accordo?
Sono d’accordo se si pensa alla traduzione come un mezzo per dire la stessa cosa. Se si pensa questo, allora non si può tradurre nulla. Se però si parla la stessa lingua dell’autore e la si traduce, traghettandola, allora si può tradurre tutto e si può affermare che la traduzione sia ovunque. John Florio, uno studioso, amico di Giordano Bruno, affermava di aver imparato che dalla traduzione nascono tutte le scienze. Per scienze lui intendeva il sapere, che senza traduzione non sarebbe esistito. In realtà possiamo tradurre ogni cosa e già lo facciamo, l’importante è tener presente che la traduzione è un traghetto, che fa rivivere un libro, con altra lingua e altre forme. Dire la stessa cosa no, avvicinarsi a quella cosa sì.



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