Intervista a Eraldo Baldini

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Dopo essersi specializzato in Antropologia Culturale ed Etnografia, ed avere scritto diversi saggi in quei campi, agli inizi degli anni Novanta si dedica alla narrativa. Nel 1991 vince il Mystfest di Cattolica col racconto Re di Carnevale: è di lì che inizia la sua carriera di scrittore. Che lo ha portato a diventare il nuovo Dino Buzzati - con un po' di horror in più.




In Bambini, ragni e altri predatori e in gran parte dei tuoi lavori precedenti l'orrore è legato alla quotidianità, alle tradizioni rurali: è più facile ambientare una storia "nera" in un castello della Transilvania, nelle fogne di New York o in un casale del Ravennate?

Non esiste un ambiente privilegiato per una storia "nera": il mistero, la paura, l'orrore possono celarsi ovunque. Per quanto mi riguarda, un casale del Ravennate rappresenta un teatro perfetto per un semplice motivo: è un ambiente che conosco, che ho vissuto, che è nella mia memoria di bambino, quella più ricca di emozioni. Non credo sia possibile, o perlomeno onesto, ambientare una storia in un luogo che non si conosce bene, perché non si potrebbero trasmettere ai lettori le suggestioni che emana.

 

Traspare da quello che scrivi un interesse molto consapevole, dotto se vogliamo, per le tradizioni popolari, i miti italiani. Qual è il senso della tua ricerca?

La cultura popolare di tutte le regioni d'Italia è ricchissima di leggende, di storie, di fiabe, di ritualità, di tradizioni e superstizioni: l'immaginario collettivo delle nostre popolazioni ha saputo costruire un mondo "magico" che può rappresentare un serbatoio di ispirazioni ricchissimo per chi fa un certo tipo di narrativa. Io poi sono specializzato in Antropologia Culturale e ho scritto molti saggi sulle culture popolari: la mia ricerca, che continua da molti anni, vuole conoscere e capire sempre più l'immaginario a cui facevo riferimento per portarlo, anche se spesso trasfigurato, nelle pagine dei miei romanzi e racconti.

 

In quale scaffale di libreria vanno sistemati i tuoi lavori? Nella narrativa italiana generale o tra thriller, noir, horror et similia?

E' un problema che sinceramente non mi pongo. Scrivo d'istinto le storie che mi nascono in testa e che mi piacciono, non parto per dirigerle verso un qualche tipo di genere, e del resto credo di non essermi mai limitato a un settore in particolare, ho sempre spaziato, anche se privilegio racconti, chiamiamoli così, "del mistero". Mi piacerebbe essere considerato comunque un narratore "tout court".

 

Ti senti dunque stretto nella definizione di scrittore di genere? E se sì, non ti sembra un fenomeno tutto italiano questo dell'allergia a questi "incasellamenti"? In fondo nella letteratura anglosassone è del tutto normale considerare, che so, King o Barker scrittori di genere...

Sono un lettore onnivoro e mi considero uno scrittore abbastanza poliedrico. Comunque non mi pesa affatto essere considerato uno scrittore "di genere", per il semplice motivo che non do peso a queste classificazioni. Tu citi King: è corretto definire "horror o anche "noir" testi suoi come "Dolores Claiborne", "Stand by me", "Cuori in Atlandide", "Misery non deve morire", ecc.? Secondo me no. King ha scritto molte cose, alcune definibili per generi e altre no, e soprattutto ha scritto libri ottimi e altri meno buoni. I due "generi" veri in fondo sono questi.

 

Credi che il grande successo commerciale di Io uccido di Faletti e di tutti gli ultimi romanzi di Lucarelli, per esempio, sia il segnale di uno sdoganamento degli scrittori italiani del brivido?

Un tempo i testi considerati "di genere" non venivano ospitati nelle collane editoriali italiane più prestigiose, né venivano presi in considerazione dalla critica. Oggi sì. Uno "sdoganamento" dunque c'è stato, e il merito credo vada principalmente al pubblico: le vendite sono in fondo un indicatore molto significativo.

 

Di cosa hai veramente paura? Cos'è la paura?

La paura, per me, è imbattermi in qualcosa che metta in crisi le mie convinzioni più rassicuranti, qualcosa che mi faccia affacciare su un ignoto scuro. Le crepe che possono aprirsi nella quotidianità, la percezione di realtà sconosciute e potenti con cui può capitare di dover fare i conti. Io ho paura principalmente non della metà oscura dell'uomo, pure agghiacciante, ma della metà oscura del mondo che conosciamo come "reale". E sono convinto che un universo d'ombra esista davvero.

 

Hai pubblicato nella tua carriera per diverse case editrici. Che opinione ti sei fatto dell'editoria italiana?

Domanda difficile, che mi impone di limitare la risposta a ciò che conosco per esperienza diretta. Ho cominciato a pubblicare narrativa dal 1994, e da allora ogni mio libro ha avuto sempre maggiore visibilità. Per cui, io non posso che essere soddisfatto del lavoro dei miei editori, anche se mi rendo conto che è una visione personale. E poi parlare di "editoria" in generale è impossibile: è un settore in cui si muovono operatori molto seri e intelligenti, e altri che lo sono meno, ma è così in tutti i campi.

 

Quali sono i suoi gusti come lettore? Hai qualche libro da consigliare ai lettori di Mangialibri?

L'ho già detto, sono un lettore onnivoro. Fra i libri letti recentemente, mi sono piaciuti molto (e quindi consiglio) Middlesex di Eugenides, Mattatoio n. 5 di Vonnegut jr., finalmente ripubblicato dopo anni di oblio, Camilla nella nebbia di Pederiali. Non cito quelli di autori come Lucarelli, Simona Vinci, Deborah Gambetta, ecc., perché sono prima che colleghi miei carissimi amici, e rischierei di essere considerato parziale: ma le loro cose mi piacciono davvero...

 

I libri di Eraldo Baldini

 

 

 

 
 
 
 
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