Intervista a Erri De Luca

Erri De Luca
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Viene e va, come le nuvole di Fabrizio De Andrè. A piedi, di buona lena. Ti regala le sue parole lente e secche, le frasi profonde come solo le cose semplici sanno essere. Una foresta di rughe, occhi che si strizzano come per mettere a fuoco qualcosa che tu nemmeno vedi ma lui probabilmente sì. Ex camionista, magazziniere, muratore, militante di Lotta Continua, ora traduttore autodidatta dall'ebraico antico entusiasta ai limiti della mania. Erri, ti presento Erri.

Da ‘semplice’ scrittore che eri ti sei inventato traduttore dall’ebraico: quali sono state le tappe del tuo percorso?

Non mi stanco mai di consigliare: impara un’altra lingua, innamorati di uno scrittore, di un poeta, di un filosofo, e impara a tradurlo. Fai uno sforzo di ammirazione e prova a ridurre quella lingua che ami nella tua. Ma attenzione: in nessun modo devi entrare in competizione, il tuo deve essere un esercizio di pura ammirazione. E così possiederai meglio la tua, di lingua, sarai costretto a sforzarla e a piegarla, a esercitarla come un muscolo.

 

Perché proprio l'ebraico? Perché proprio le Sacre Scritture?

Io sono un lettore di due lingue ebraiche: l'ebraico antico e lo yiddish. L'ebraico era una lingua che non si appoggiava a conquiste militari né a una cultura gigantesca come il greco. Nell'ebraico antico per la prima volta si è manifestato il monoteismo, quindi era necessaria una potenza espressiva catastrofica per riuscire a espiantare dal Mediterraneo e dal cuore degli uomini tutte quelle divinità ammucchiate. I greci, che pure le avevano sfruttate tutte, avevano persino un altare al dio sconosciuto: hai visto mai abbiamo dimenticato qualcuno! L'ebraico antico lo leggo tutte le mattine, prima che si faccia luce. Mi sveglio, in ebraico antico. Impararlo mi dà la possibilità di risalire all'origine di quella rivoluzione culturale così importante per la nostra civiltà che è stata il monoteismo. Attraverso l'ebraico antico tutti possono risalire alla fonte, come fanno i salmoni. Io non sono religioso, con quella lingua ho trovato un'intimità fisica, e poi c'è un margine di novità gigantesco nella ripetizione. Il Talmud dice: "Quello che ha letto 100 volte la scrittura sacra non è assolutamente comparabile a chi l'ha letta 101 volte". L'ebraico antico ha una forza strana, le parole lì fanno avvenire i fatti, non li suscitano, li evocano. Nulla di più lontano da noi e dal nostro tempo in cui le parole sono dette per essere dimenticate. Lo yiddish invece è una lingua che fino alla II Guerra Mondiale è parlata da 11 milioni di persone, e poi viene spazzata via. Una lingua di stampo tedesco, acquisita nella storia a forza di espulsioni verso l'Europa orientale. La macchina di distruzione nazista non è riuscita a distruggere le comunità ebraiche europee, ma la loro lingua sì. Nel 1993, in occasione del cinquantenario di quegli eventi, ho avuto modo di incontrare in Polonia uno dei miei eroi: Marek Edelmann, uno dei capi della rivolta del ghetto di Varsavia nell’aprile 1943. Se ne stava in disparte, su una sedia, mentre attorno andavano avanti le celebrazioni. Poi in seguito l'ho incontrato a Roma, e in quell'occasione ho potuto parlargli, e l'ho ringraziato di avere preso le armi anche per quelli che sono venuti dopo, per aver accettato il sacrificio di degradarsi fino a uccidere, di aver rinunciato alla sua umanità. Durante il viaggio a Varsavia però visitai anche l'Archivio Ringelblum, dove è conservato tutto ciò che gli ebrei di Varsavia riuscirono a salvare dalla furia nazista: ricordi, documenti, foto. Tornai con l'intento di imparare lo yiddish. Per dare torto alla storia, per processarla, per dimostrare che una lingua mozzata può risorgere. Non credo alla resurrezione dei corpi, ma delle lingue sì.

 

L'idea di una lingua comune a tutti gli uomini è un'utopia, una necessità o un controsenso?

Gli ebrei sono per tradizione poliglotti avendo spesso abitato presso diversi domicili, dunque che a inventare l'esperanto sia stato un ebreo non stupisce: ma una lingua universale non si addice tanto all'umanità. Si è di un posto perché se ne parla la lingua, non perché ci si è nati.

 

Da traduttore come giudichi i traduttori?

Le traduzioni dall'ebraico sono tra le peggiori del mondo, godono di una colossale indifferenza verso l'originale, anzi ne sono affrancate direi quasi per tradizione. Se prendete due Bibbie e le confrontate troverete tantissime differenze, molte clamorose. Faccio sempre l'esempio della Genesi. Dopo esser stati scacciati dall'Eden Adamo ed Eva si rendono conto per la prima volta di essere nudi, cioè affrancati dal regno animale: non avranno più la naturalezza e l'agilità degli animali. Infatti si legge "maledetta sia la terra", ma che colpa ha la terra? Che l'uomo la lavorerà, la sfrutterà, la violerà per trarne profitto. E poi c'è l'espressione dalla quale nasce tutta la persecuzione ai danni della donna nei secoli, "partorirai con dolore". Un'espressione falsa: in realtà è "partorirai con sforzo". Questo è tradurre in malafede per colpire le donne!

 

Tutto questo lavoro sulla lingua che ormai da qualche anno porti avanti profuma di memoria. Quanto conta la ricerca sulla memoria per te ora e quanto ha contato in passato?

Sono nato nel dopoguerra, tra rovine e vuoti, quindi mi sono trovato ben presto a interessarmi di cosa c'era prima di me. Ho avuto fortuna, perché mio padre era una persona amante dei libri. Come tutti i testimoni diretti però del periodo prima della guerra non aveva capito niente: solo dopo vedi cosa hai visto prima. E poi c'erano le donne, che raccontavano continuamente storie a voce. La voce delle donne e i libri di mio padre mi hanno insegnato la storia talmente bene che la sapevo meglio di quelli che c'erano passati di persona, tanto che oggi mi sento contemporaneo a tutta la seconda metà del '900 e curiosamente ora invece mi sento estemporaneo.

 

La Fiera del Libro di Torino 2008 ha causato una ridda di polemiche per la decisione di avere Israele come Paese ospite, polemiche provenienti quasi esclusivamente dall'estrema sinistra. Come le giudichi?

Quando ho sentito che si volevano boicottare i libri ho detto subito che questa cosa non va bene perché i libri sono fatti di parole, e chi taglia il diritto di parola poi può tagliare tutti gli altri diritti. E invece il ditritto di parola non si può discutere, non è negoziabile in una democrazia, almeno in quella dove voglio stare io. Anche e soprattutto per chi ha commesso delitti e pagato il conto: anzi, in questo Paese di evasori chi paga i conti con la giustizia ha una dignità tutta speciale. Chi vuole mettere il silenzio sui libri vuole mettere il silenziatore, e il silenziatore si avvita sulle armi da fuoco. Comunque il libro ebraico per eccellenza è la Bibbia, e quella è un po' difficile da boicottare...

 

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