Intervista a Ettore Bianciardi

Ettore Bianciardi
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Luciano Bianciardi lasciò Grosseto per raggiungere Milano e iniziare una collaborazione con la neonata casa editrice Feltrinelli a fine anni '50. Traduttore di Miller e Donleavy, autore della discussa Trilogia dell'ira che si concluse con il capolavoro La vita agra, giornalista per l'ABC e - più in generale - intellettuale dalla testa calda, il conto spesso in rosso e le mani equamente divise tra macchina da scrivere e bottiglie, si spense tragicamente all'età di 49 anni. Di lui, in questa lunga intervista, ci parla il figlio Ettore.
Le cinque giornate è l’ultimo romanzo di Luciano Bianciardi prima della sua morte prematura all’età di 49 anni, cos’ha in comune quest’opera con la Trilogia dell'ira conclusasi con La vita agra?
Ne è la conclusione: Il lavoro culturale è la vita dell’intellettuale di provincia, tra ideali e realtà provinciale, che sogna la grande città; L’integrazione è l’intellettuale alle prese con l’industria editoriale che sogna di tornare in provincia, La Vita Agra è il tentativo di vendetta dell’intellettuale ormai tradito e sfiduciato che non riesce nemmeno a compiere la propria vendetta; Le cinque giornate è la conclusione della sua vita, esiliato e ormai ridotto all’impotenza, allontanato sia dalla sua provincia che dalla Milano dove si fa cultura, costretto in un moribondario triste. Il libro è allora la sintesi della sua vita e della sua esperienza ed un tentativo di lasciare ai giovani un percorso da seguire.
 
Credi che nel rapporto con le persone, o anche interiormente, con se stesso e i suoi ideali, qualcosa sia cambiato dalla tragedia di Ribolla alla vita come traduttore e autore a Milano?
La tragedia di Ribolla ovviamente influì molto, ma la più grossa tragedia per Luciano fu arrivare a Milano e non trovarvi quello che credeva ci fosse, ovvero gli operai, la voglia di cambiare, di fare, la rivoluzione imminente insomma. A Milano vede solo ragionieri e segretarie, gli operai veri sono lontani, nelle periferie e lui non può mai incontrarli. La società con la quale è in contatto è invece costituita da gente che per lui non fa niente, se non chiacchiere, che crea falsi problemi da risolvere durante la giornata e quindi non concludere nulla. Lui si trova spaesato, di Milano ha una idea terribile ed ostile, la vorrebbe conquistare, dominare, ma si trova invece sconfitto, anzi peggio, neanche tenuto in considerazione, preso sul serio, considerato un nemico da combattere, neanche se mente accusandosi di terrorismo: la gente sorride  e lo applaude come si fa con un comico. Lui si deprime sempre di più.
 
L’esilio di Rapallo, che racconti nel video in allegato a Le cinque giornate,  cos’ha rappresentato per Luciano?
Un vero esilio appunto. La grande città non solo non lo ha combattuto, ma lo ha enucleato, cloroformizzato impacchettato e spedito là dove non succede nulla, dove la gente aspetta di morire, dove il personaggio più in vista culturalmente è un Ezra Pound agonizzante (il più grande poeta morente). A Rapallo Luciano si sente un estraneo, non sa cosa ci fa lì, ma d’altra parte non riesce a tornare a Milano, ha paura di quella città, quando deve andarci si camuffa e non dorme mai là. E’ incredibile come tutte le finzioni narrative del libro siano invece interpretabili come fatti reali, almeno nella sua mente.
 
Che sensazione provi a poter collaborare con l’ambiente editoriale, realizzando introduzioni, copertine e filmati,  per riuscire a diffondere la figura di tuo padre?
Più che diffondere la figura di mio padre cerco di diffondere l’idea di cultura popolare, come voleva fare lui d’altronde, cioè cerco di riprendere una battaglia da lui interrotta per la morte, prima quella culturale, l’esilio a Rapallo, e poi quella definitiva, fisica. Riaprire il fuoco significa proprio quello lì. Per questo lotto contro quelli, e sono i più, che vorrebbero fare un’icona di Luciano, un santino da distribuire alle presentazioni come fosse un santo che fa i miracoli. Lui sputerebbe su certa gente, che lo disonora proprio perchè lo fa apparire quello che non era.
 
Cosa pensi che susciti nei lettori, critici e persone comuni l’immagine di Luciano?
Non lo so, è uno scrittore secondo me difficilissimo, anche perchè si presta ad una lettura sommaria ma erronea. Lui scriveva benissimo, quindi la sua pagina è chiara, rilassante, accattivante, sarcastica, umoristica, gradevole, ma il vero Bianciardi è profondo, triste, incazzato.
 
E tu, come figlio, che ricordo hai di lui?
Pessimo, per colpa di tutti e due. Ho vissuto con mio padre fino ai cinque, sei anni, troppo piccolo per avere ricordi forti, poi si allontanò da me, mi dimenticò e questo non glielo perdonerò mai. A tredici anni feci con lui un viaggio a Venezia: mi stupii perchè mi trattava da grande, mi portava al ristorante e potevo mangiare quello che volevo e quanto volevo. Dormivo in una camera tutta per me ed era la prima volta  nella mia vita. Poi mi riaccompagnò a Grosseto, lui doveva tornare a Milano e non aveva tutti i soldi del biglietto. Allora ci separammo e io a tredici anni feci il primo viaggio in treno da solo, Lui se ne tornò a Milano e mi disse che se non gli fossero bastati i soldi avrebbe fatto il biglietto fino a Lodi e da lì avrebbe proseguito a piedi, come nella bella Gigogin. Lui era fatto così. Quando avevo diciotto anni, ricominciò a frequentarmi, ma io ormai ero un uomo e avere un padre noioso, lamentoso, un po’ stronzo, che mi criticava sempre e non gli andava mai bene niente, era per me insopportabile. Non lo ascoltavo e qui sbagliai. Ma io volevo il divorzio e lui a dire che bisognava abolire il matrimonio; io volevo occupare la facoltà e lui a dire di occupare le banche: non ci capivamo. Dopo la morte ho conosciuto veramente mio padre, ma ho conosciuto l’uomo, lo conosco ogni giorno di più, scopro un enorme vastità di pensiero, di sentimento, di ribellione, di voglia di cambiare, ma un padre io non l’ho mai avuto. Molti sentendomi parlare di lui dicono: eh si vede che ami tuo padre, ma non hanno capito nulla. Io amo l’intellettuale, il padre lo detesto.
 
Pensi che Luciano abbia mai voluto essere uno scrittore di successo?
Lui diceva di no, che successo era solo il participio passato di succedere, quindi un qualcosa che passa e non c’è più, però mentiva: voleva avere successo, come tutti quelli che scrivono un libro, sennò perchè lo scrivono? Il successo della vita agra gli dette anche un po’ alla testa.
 
Come interpretò il successo de La vita agra? L’idea e la realizzazione di una pellicola cinematografica sulla sua opera?
Male, in tutti i sensi. Come dicevo fu preso dal successo e fece le solite cose che fa uno che arriva al successo, cioè approfittarne, sputtanare i soldi guadagnati, farsi dei nemici solo perchè si crede di essere forti e via dicendo. Poi nell’intimo si sentiva preso per il sedere, perchè il libro doveva essere un libro denuncia, un libro da sequestrare, l’autore da processare e invece il pubblico e la critica lo esaltò come oggi si farebbe per un divo della televisione e questo lo disturbava, in fondo, passata la festa, lui voleva essere il rivoluzionario, l’incendiario e non il comico in voga. La cosa strana, che non capisco neanche ora, è il suo atteggiamento col film di Lizzani. Un film brutto, sconclusionato, completamente dissonante con il libro, un film comico da un libro tragico. E lui impassibile, collabora alla sceneggiatura, segue le riprese, fa una particina, si innamora di Tognazzi che ha la sua età e basta, non una parola sul fatto che il protagonista del film diventa ricco e felice e spedisce la compagna a casa a calci nel culo. Mah, forse aveva già cominciato il suo allontanamento dalla vita, purtroppo.
 
E come interpreterebbe la fondazione a lui dedicata, gli antimeridiani e il documentario di Coppola presentato a Venezia?
Mamma mia! Nella sede della fondazione si sarebbe aperto i pantaloni e avrebbe pisciato addosso a tutti, l’ho visto farlo in circostanze analoghe.
Per gli antimeridiani avrebbe fatto notare che ripubblicare i suoi libri ad un prezzo maggiorato non è operazione bianciardiana e avrebbe anche detto che se si ripubblica qualcosa  è necessario aggiungerci qualcos’altro, altrimenti si parli di ristampa. Per il film avrebbe detto: “Bravi avete parlato lungamente di tutta la merda che ha contraddistinto la mia vita. Avete dato voce a gente che ancora mi disprezza. Vi siete dimenticati di quello che ho scritto. Io sono stato scrittore e giornalista e traduttore, non comico e attore, come appaio nel film. Andate a prendervelo nel culo.” Avrebbe detto proprio così.
 
Perché questa generazione, addormentata e consumistica, possa anche solo sperare in una rivoluzione, da dove dovrebbe partire? Dal torracchione o dalle banche?
No, dovrebbero ripartire da se stessi. Dovrebbero guardarsi dentro e chiedersi se sono felici in questa società di merda. Sono contenti di lavorare come precari a 800 euro al mese? Sono contenti di non avere prospettive? Sono contenti di non poter metter su casa, perchè la banca non concede il mutuo e di pensare di non fare figli perchè non li potranno mantenere? Sono contenti? No? E allora perchè non si incazzano una volta o l’altra! Non lo dico io, lo dice Luciano Bianciardi
 
I libri di Luciano Bianciardi

 

 

 
 
 
 
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