Intervista a Eugenio Finardi

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Ecco arrivare il gigante dal sorriso bonario e il physique du rôle di chi suona la “musica ribelle”. Sono passati quarant’anni dal suo primo album Non gettate alcun oggetto dai finestrini ma la voglia di suonare davanti al pubblico, per il pubblico, è più viva che mai. Ho incontrato Eugenio Finardi in occasione della XXX edizione del Premio Letterario Giuseppe Dessì e ho parlato con lui di “Parole e Musica”, i due temi essenziali della sua vita e il titolo del suo spettacolo che ha aperto la settimana culturale del Festival Letterario: raccontare delle storie attraverso la musica, veicolare dei messaggi di libertà non solo al singolo individuo ma alla società in cui viviamo, perché per Eugenio Finardi la musica è sempre stata anche impegno civile e sovversione. In questa intervista leggerete soprattutto di Parole, per approfondimenti sulla Musica sintonizzatevi sul blog Stereorama. La foto è di Alessandro Loddi.




“Amo la musica perché arriva alla gente”, riveli in uno dei tuoi pezzi più famosi. Quanto conta per te il contatto con il pubblico?
Non bisogna mai perdere il contatto con gli altri. Le persone sono una parte preziosa della mia vita e della mia musica. C’è uno scambio, un’osmosi: c’è chi è influenzato dai libri che ha letto o dai film che ha visto; io preferisco osservare le persone, i loro gesti anche i più minuti. Vivo a Milano, con centinaia di persone che mi passano a fianco ogni giorno, vivessi nei boschi probabilmente scriverei dei testi diversi. Ricordo qualche anno fa, durante un concerto a Carbonia, un uomo da sotto il palco gridava: “Eugenio, Eugenio. Aiutami. Ho tre figli, ho perso il lavoro, cosa devo fare?”. Quel suo grido disperato mi è rimasto dentro, mi ha graffiato l’anima. Dopo il concerto sono sceso a cercarlo ma lui non c’era più. Mi han detto che l’ha portato via, in lacrime, sua moglie. È stata la scintilla che ha dato vita alla riflessione sociale del mio pezzo Nuovo Umanesimo: non possiamo cedere al malessere e alle distorsioni della società in cui viviamo (“[…] è già sorto il Sol dell'Avvenire, e brucia da far male. No, non è questo il futuro, non è questo il futuro che sognavo”).

I tuoi testi sono spesso intimisti, raccontano emozioni e dettagli, proprio come i libri. Perché, secondo te, leggere è considerato da molti italiani più impegnativo che ascoltare musica?
Ma anche ascoltare musica veramente è impegnativo, almeno per me! Non riesco a fare entrambe le cose insieme, ci vuole concentrazione non solo per immergersi dentro le pagine di un libro, ma anche fra le note di una canzone. Posso leggere il giornale mentre ascolto la radio, ma un testo profondo ha una sua musicalità e mi piace scoprirla in silenzio. È vero che in Italia la lettura non è una pratica frequente come in altri Paesi. In Inghilterra, in Germania e in diversi altri luoghi che ho avuto modo di visitare in metrò tutti leggono. Non necessariamente “alta letteratura”, magari leggono per passare il tempo: libri leggeri che li facciano star bene per il tempo del viaggio, per distrarsi. In Italia si legge poco per puro svago, forse anche per colpa del bombardamento di informazioni e notizie fruibili velocemente sul web: sembra che non si abbia mai tempo per leggere. La durata dell’attenzione si riduce sempre più... È così, per leggere serve tempo, serve ritagliarsi uno spazio e lasciar fuori il resto. Un libro è lungo, molto più lungo dei testi cui ci ha abituato internet. Anche io mi rendo conto di non legger più come prima. Quando si invecchia la lettura ha bisogno dei rituali: cercare gli occhiali giusti, trovare la luce più adatta per non affaticare troppo gli occhi... Io credo che le nuove tecnologie servano soprattutto agli anziani, non ai giovani: leggo spesso con il tablet, posso ingrandire il carattere a mio piacimento e avere sempre la luminosità dello schermo più adatta. I miei figli mi prendono un po’ in giro per questo amore per l’informatica, loro sono dei lettori “puri”, per loro un libro deve profumare di carta e forse è meglio così, i giovani dovrebbero usare più oggetti “analogici”, per ritrovare contatto con la fisicità delle cose.

Una carriera così lunga e così tanti live danno l’idea che la musica sia una necessità, un bisogno primario. È così?
Probabilmente sono nato con lo scopo preciso di diventare un cantante, ho avuto a che fare con la musica da sempre, fin dalla prima sinapsi nel grembo di mia madre, che è stata una cantante lirica. Mio padre era un tecnico del suono, produceva nastri magnetici. Non ho mai avuto altre fantasie che di esser un cantante. Ho inciso il mio primo disco a nove anni, poi a dieci e a undici, ma la svolta è avvenuta con la scoperta in America del rock blues, quando avevo circa tredici anni. Allora ho deciso che sarei diventato un cantante rock. La mia non è stata una folgorazione, l’idea è nata con me, in maniera totale e naturale.

Stasera presenterai il tuo spettacolo in “Parole e Musica”. Cosa evocano in te queste due parole?
In realtà sono due opposti perché l’arte della parola è soggettiva, quella della musica assoluta. È costituita da rapporti basilari (l’ottava, la quarta, la quinta, la relativa minore sono rapporti matematici, geometrici). Poi ogni popolo riempie le pause come vuole, ma ci sono regole inscindibili. Forse la definirei un’architettura, è un contatto diretto con l’assoluto cosmico: nonostante le varie culture e i popoli poi la declinino nei tempi e nel numero di battute che più si addicono ai loro strumenti e alle diverse sensibilità artistiche, lei è uguale per tutti, è una connessione con l’universo, come nella fisica quantistica, con la differenza che dà un senso non alla materia ma all’armonia. La parola invece è relativa, è connaturata al DNA di ciascuno: ogni popolo ha la sua lingua, è difficile rendere universale il linguaggio e questo si intuisce anche quando si traduce un’espressione in un’altra lingua: io sono bilingue, mia madre è americana, e mi rendo conto che qualcosa sfugge, un dettaglio, una sfumatura che viene perduta durante il passaggio. La musica unisce qualunque lingua, anzi c’è una musica in cui si nasce e una di cui ci si innamora, io per esempio mi sono innamorato del blues dei neri americani, pur essendo figlio di una cantante lirica. Mi viene anche in mente il gruppo di americani che cantano “a tenores”. Sono affinità elettive. La combinazione e la tensione fra parole e musica è ciò che dà vita alle canzoni. Dalla fusione di questi due termini nasce qualcosa di magico, di universale.



 

 

 
 
 
 
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