Intervista a Fabio Calenda

Fabio Calenda
Articolo di: 
A volte varcare la soglia di una libreria del centro il pomeriggio del 24 dicembre nella folle speranza di racimolare qualche regalo dell'ultimo minuto può riservare belle sorprese. Tra la folla uno zelante commesso decide che è il caso di aiutarmi dicendomi con aria di chi la sa lunga: "Signorina, qui abbiamo un settore molto gettonato, dedicato agli autori italiani di fantasy contemporaneo, un'ottima idea regalo per ogni età!". Piccolo shock, un settore dedicato al fantasy italiano? Che spopola?! Per ogni età! Perchè scopro che ultimamente il fantasy - e più in generale il fantastico nostrano - si è creato una vivace ed eterogenea schiera di fan. E le case editrici puntano molto su questa nuova scommessa, come Einaudi con l'esordiente assoluto Fabio Calenda che incanta con viaggi nel tempo verso la mitologica Grecia antica, con stile ma anche un po' di aggressività che non guasta.
Da giornalista affermato a scrittore di genere: cosa ti ha spinto ad affrontare questo percorso? E come pensi ti abbia influenzato - se l'ha fatto - la tua professione nella stesura del libro?
Non penso di essere uno scrittore di genere. Non mi sono posto l'obiettivo di scrivere una storia "fantasy", ma di ricostruire un mondo nel modo più realistico possibile, in  cui collocare un'avventura, semmai un thriller. Ho scelto come protagonista un uomo di oggi per fare risaltare meglio il contrasto tra la cultura attuale e quella delle nostre origini, ovvero la Micene di tremila anni fa con le sue passioni e violenze primordiali. Forse mi ha influenzato la mia professione di cui le previsioni economiche finanziarie costituivano il pane quotidiano. Guardare dietro l'angolo significa affrontare un mistero, gettare lo sguardo verso l'ignoto.  A parte le evidenti differenze di temi e argomenti, nel romanzo ho indagato su un mistero: un mistero del passato, anziché del futuro, ma pur sempre un mistero. Diversamente dalle grandi civiltà del passato il mondo degli antichi micenei ci è quasi del tutto ignoto. Frugarne le tracce, metterne insieme i frammenti per creare lo scenario dell'azione, è stato entusiasmante.


L'ambientazione de La porta del tempo è davvero originale e ricostruita in modo molto accurato: tutto ciò nasce da una passione personale preesistente nei confronti del mondo dell'antica Grecia oppure la stesura della trama ha richiesto uno studio approfondito di questi argomenti?
Da ambedue le cose. I miti degli antichi eroi mi hanno appassionato fin da bambino. Su questa base emotiva ha attecchito l'interesse culturale nei confronti dell'antica Grecia, in particolare per la civiltà micenea di cui ho cercato di approfondire  gli enigmi. Primo tra tutti: dove sono finiti i gloriosi achei distruttori di Troia? L'archeologia ci suggerisce che sono stati spazzati via dopo il famoso assedio, ma non esistono certezze su come ciò avvenne; ipotesi e congetture si sprecano. Ancora: gli splendenti versi di Omero riecheggiano barlumi di quel mondo già scomparso da secoli, lasciandoci come documenti scritti soltanto tavolette riguardanti contabilità e amministrazione. Il che ci farebbe pensare che i re che andarono a Troia, quelli cantati da Omero per intenderci, fossero circondati da travet piuttosto che da poeti e cantori di gesta. Da qui un ulteriore mistero: dove si trovano le fonti originarie, scritte, dei miti, che costituiscono i valori fondanti dello sviluppo culturale dell'occidente? Una versione originale dell'Iliade, ad esempio, redatta all'epoca dei fatti.  L'azione del romanzo, le vicende dei protagonisti si confrontano con questi e altri enigmi di cui è disseminato il puzzle miceneo. Un puzzle di cui occorre scoprire ancora numerosi tasselli prima di cominciare a venirne a capo.       
 

I personaggi principali del romanzo non appaiono esattamente come uomini realizzati, ma come figure alla ricerca di un quasi disperato riscatto sociale. Perchè questa caratterizzazione?
Più che di riscatto sociale, parlerei del bisogno e, al tempo stesso, della paura di rimettersi in gioco. Ciò riguarda sia il protagonista, Robert Zardi,  un giornalista segnato da una carriera in crisi, matrimonio in pezzi, rifiuto irriducibile della propria paternità, sia  Kostia Strapoulos, un 'anziano archeologo depositario di una clamorosa scoperta, dopo una vita di fallimenti e frustrazioni. Attrazione e diffidenza li unisce. Il primo punta a un successo immediato, allo scoop in grado di rimetterlo in sella; l'altro è trattenuto da incomprensibili reticenze e oscure premonizioni. Ambedue evitano di guardarsi dentro per l'angoscia di compiere scoperte sgradite. Avidità dell'uno e terrore dell'altro si dissimulano, si studiano, senza mai giungere a un vero confronto, secondo un  copione ricorrente che evidenzia la fragilità degli "eroi del nostro tempo". Un copione, per inciso, in cui mi sono personalmente riconosciuto in diverse svolte della mia esistenza.  Il percorso della catarsi, il recupero di un senso di missione, riguarderà solo colui che saprà rischiare fino in fondo, lanciandosi perfino in un vertiginoso viaggio nel tempo e nell'ignoto.


Quanto sono importanti le figure femminili nel tuo romanzo?
Le figure femminili  sono  decisive. Lo sono nel mito in cui il predominio maschile non ha cancellato del tutto un retaggio ancestrale di potere femminile, che si riflette nella personalità di diverse eroine. Nel romanzo risaltano qualità di leadership, determinazione, passionalità e  autorevolezza  in un personaggio di donna, così come di acume, percezione, saggezza, in una bambina. Queste caratterizzazioni sono scaturite con naturalezza e spontaneità perché lo studio dell'animo femminile rappresenta l'aspetto più coinvolgente della mia attività di scrittore. Ritengo infatti che la capacità di calarsi nei panni di una donna  liberi intense potenzialità narrative, a causa della ricchezza degli stimoli: capacità di interrogarsi, flessibilità mentale, attitudine a mettersi in gioco,  combattività. Mi ha molto gratificato, a proposito di un mio romanzo attualmente in stand by, su un argomento completamente diverso rispetto alla Porta del tempo, il commento di un lettore, il quale riteneva che fosse stato scritto da una donna!   


Hai in mente un ciclo letterario oppure le avventure di Kostia Strapoulos si fermano qui?
Sto lavorando al seguito de La porta del Tempo in cui troviamo Robert Zardi sotto le mura di Troia. Nuovi confronti e nuove sfide lo attendono,  scaturiti non solo dai pericoli sul campo, ma soprattutto dai demoni che reca con sé. Primo tra tutti quello del rifiuto della paternità. Che lo porrà di fronte a nuove insidie nonché a inattese opportunità di riscatto.


La letteratura di genere (avventura, fantasy, romanzo storico, horror) ha preso il posto che era del mito nel mondo antico?
Difficile generalizzare. E' cresciuta l'attrazione per il mito, per l'azione epica, in quanto azione esemplare capace di incidere, di produrre cambiamenti:   l'individuo di oggi, sempre più emarginato, si immedesima nei protagonisti di atti dirompenti. Poco importa che si tratti di calciatori, manager, uomini politici, star di reality. Ciò premesso, occorre tener presente che nel mondo antico il mito rappresentava un punto di riferimento, un episodio considerato vero, o quanto meno verosimile, da assumere come esempio. Al contrario, la letteratura di genere, tipo il fantasy o l'horror, propongono quasi sempre situazioni estreme, in cui i connotati di volta in volta soprannaturali, fantastici, spaventosi della vicenda prendono il sopravvento sullo spessore dei protagonisti.  I quali viceversa occupavano il ruolo  centrale nei miti antichi. Nella misura in cui la letteratura  crea personaggi capaci di suscitare suggestioni, processi di identificazione, possiamo cogliere una parentela con i protagonisti del mito. Il genere letterario, le etichette non contano, purché si tratti di buona letteratura.

I libri di Fabio Calenda

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER